In un universo appena più sensato, Donald Trump e Immanuel Kant non avrebbero condiviso neppure l’aria di un corridoio. Solo un guasto spettacolare della storia può costringerci a immaginarli seduti allo stesso tavolo. Che il filosofo dell’imperativo categorico ci perdoni questa bestemmia intellettuale.

(Di Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Sono letteralmente saltato dalla sedia l’altro giorno. Non certo per un improvviso moto di entusiasmo, né per un rigurgito di ottimismo fuori stagione. Figuriamoci, di questi tempi grami… No: per un’intera giornata ho letto e ascoltato commenti sull’ultima intervista di Donald Trump concessa a quattro giornalisti del New York Times. E lì, in mezzo al solito repertorio di spacconate, iperboli e fake o alternative news, il tycoon prestato alla presidenza del mondo, ha pensato bene di assestare la spallata decisiva a quel poco di struttura morale con cui quel mondo prova a reggersi, in questi tempi che definire “assurdi” è un atto di pudore linguistico.
Fra le molte fandonie che il MAGA man in chief ha ammannito a giornalisti – va detto – con il pelo sullo stomaco e tutt’altro che teneri nei suoi confronti, una in particolare mi ha provocato un cortocircuito. Alla domanda sui limiti del suo potere, Trump ha risposto con la consueta franchezza da uomo che non deve chiedere mai, quello che le sa tutte: il limite è dentro di me, non fuori. E per chiarire meglio il concetto, ha aggiunto: “C’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale personale. La mia mente.”
Ora, che un presidente degli Stati Uniti – uno che, non richiesto, si è arrogato il diritto di “raddrizzare il mondo” – liquidi il diritto internazionale come un fronzolo superfluo perché tanto basta la sua “morale personale”, è già di per sé il termometro di questi tempi mal vissuti. Ma che lo faccia con quella sicurezza da messia self‑made‑man, come se stesse tirando per la giacca il grande filosofo prussiano Immanuel Kant, senza – peraltro, ci si può scommettere – averlo mai sfiorato nemmeno per sbaglio con il pensiero, questo sì che merita una riflessione.
Perché il punto è proprio questo: Trump parla di “morale personale” con la stessa disinvoltura con cui distribuisce complimenti alla Meloni, o come quando spara a zero su una giornalista, a bordo dell’Air Force One, paragonandola alla porcellina dei Muppet. E fin lì, sarebbe pure nel suo campo. Ma certo fa raccapriccio quando passa a utilizzare un termine – morale – del tutto desueto nel suo vocabolario, un termine fin troppo forbito per il suo eloquio da imbonitore di auto anni ’80, uscito da un film dei fratelli Coen.
Eppure la parola morale pensavamo avesse una semantica così specifica e precisa da poter sfuggire alle maglie linguistiche di un Trump in grande spolvero. Certo, inutile aspettarsi riferimenti alla “legge morale dentro di me” di cui scrive Kant. Fra le due idee passa la stessa distanza che separa un cielo stellato da un soffitto di cartongesso di pessima qualità.
Nella Critica della ragion pratica, Kant usa quella formula celebre – “il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me” – per indicare due dimensioni che suscitano meraviglia in lui: l’infinità dell’universo e l’infinità del dovere morale. Non un capriccio, non un’opinione personale, non un “io la vedo così”. Ma una legge universale, razionale, valida per tutti gli esseri umani. L’imperativo categorico, non l’imperativo del carattere – di mer*a – di un ottuagenario svalvolato che ha perso completamente i suoi freni inibitori.
Nel caso di Kant, il cielo stellato rappresenta l’ordine oggettivo dell’universo, la sua immensità, la sua razionalità. La legge morale rappresenta l’ordine oggettivo dell’agire umano, la sua dignità, il suo limite. E soprattutto: non è negoziabile.
Ora, mettere sullo stesso piano la morale kantiana e la “morale personale” di Trump è – mi rendo conto – a prima vista un oltraggio, uno sfregio al grande filosofo illuminista. Opporgli un rappresentante così ottuso e distante da ogni idea di rigore morale sembra quasi un esercizio di cattivo gusto. Eppure – e qui sta il punto – i paragoni, anche quelli disomogenei, servono a raccontare il presente. Servono a misurare la distanza tra ciò che dovrebbe essere e ciò che purtroppo il mondo è diventato.
Perché già più di 250 anni fa qualcuno aveva squadernato il problema morale ancorandolo a qualcosa di (laicamente) sacro e intoccabile. Magari, chissà, proprio per prevenire l’arrivo di uomini – leader soli al comando di un mondo impazzito – convinti che il limite coincida con il proprio umore del giorno o con i suoi ghiribizzi del momento.
In ultima analisi, Kant ci insegna che la legge morale è universale. Non è la mia o la tua morale, ma la Morale. Non dipende dal carattere, dalle emozioni, dalla volontà del singolo – men che mai di un vecchio palazzinaro dell’Upper East Side.
La morale cioè non giustifica il potere: ma nasce per limitarlo. È un freno oggettivo, non un lasciapassare per ogni porcheria. Non può essere usata per dire: “decido io qual è il limite”.
E quando un leader politico riduce la morale a un fatto privato, soggettivo, personale, finisce per trasformarla in un elastico che, se tirato fino all’inverosimile, finisce poi per spezzarsi. Irrimediabilmente.
Perché questa storia ci dovrebbe riguardare? E cosa ci dovrebbe insegnare ? Non so. Ma non mi pare un esercizio ozioso tornare al caro vecchio Kant che tanto ci fece soffrire al Liceo. Non è un vezzo intellettuale. È un tentativo di rimettere al centro una domanda che dovrebbe essere il fondamento di ogni società civile: che cosa è che ci limita? Che cosa impedisce al libero arbitrio di travestirsi da decisione politica? Che cosa distingue un potere legittimo da un potere pericoloso?
Kant rispondeva: la legge morale. Trump risponde: la mia morale.
E in questa differenza passa tutta la fragilità del nostro tempo. Che è, oggettivamente – al momento – il nostro problema più grande.
Marciare non marcire
(Di Marco Travaglio) – Con tutti i guai che abbiamo, ci tocca pure sopportare il ronzio dei noti mitomani che passano il tempo a chiederci perché non prendiamo le distanze da gente che non conosciamo manco di striscio e non scendiamo in piazza contro regimi distanti migliaia di km che non sanno neppure che esistiamo. La tentazione è rispondere: senti, mitomane, prendile tu le distanze perché io non sono vicino a nessun tiranno; e vacci tu in piazza contro chi ti pare, ma lasciami in pace perché ho da fare. Però sarebbe inutile, perché quelli continuerebbero a rompere ricordando i cortei contro Israele per lo sterminio a Gaza. Si potrebbe rispondere che Israele è una democrazia nostra alleata, quindi chi manifesta non vuole far cambiare idea al governo Netanyahu, ma al governo italiano perché condanni e sanzioni l’amico sterminatore: degli italiani che protestano Netanyahu se ne frega perché prende i voti in Israele; la Meloni no perché prende i voti in Italia. Ma sarebbe fatica sprecata, perché quelli continuerebbero a reclamare cortei contro Hamas per dire che il terrorismo è una cosa brutta e non sta bene uccidere i civili (come se questa fosse un’esclusiva di gruppi terroristici e autocrazie, senz’alcuna concorrenza delle “democrazie”).
Ora, dopo averci sbomballato i cotiledoni con Hamas, ce la menano col Venezuela e l’Iran: perché non prendete le distanze da Maduro e Khamenei? Non essendo noi vicini a nessuno dei due, le distanze dovrebbe prenderle eventualmente soreta. Ma anche questa risposta sarebbe inutile, perché proprio non capiscono. Anzi, credono che se Filippo Sensi organizza un sit-in pro rivolta iraniana con le decisive adesioni di +Europa, Iv e Partito Liberaldemocratico (qualunque cosa sia) e ci vanno 30 persone, è perché gli altri 60 milioni di italiani sono fan sfegatati degli ayatollah. Non li sfiora l’idea che nel mondo, su 195 governi, 69 sono autoritari e altri 36 semi-autoritari, e 24 ore al giorno non bastano per pensare a tutti: uno fa già fatica a ricordarseli uno per uno. Dispiace, certo. Siamo solidali, ci mancherebbe. Ma non possiamo farci nulla, se non augurare a quei popoli di riuscire un giorno a liberarsene. Ed è meglio così, perché quando noi “buoni” proviamo a rovesciare manu militari un regime (non tutti: quelli che non fanno affari con noi), violando il diritto internazionale che gli predichiamo, o lo rafforziamo o lo rimpiazziamo con uno peggiore. Del resto non s’è mai visto cadere un tiranno asiatico o africano o sudamericano perché in Italia c’era gente in piazza. Però chi vuole insistere è liberissimo di farlo: anziché chiedere agli altri perché non marciano, si faccia una marcetta tutta sua. Magari sul pianerottolo o sul balcone di casa: così lo riempie.
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