“Indagine sui prezzi”. L’Antitrust contro la grande distribuzione. Nel mirino dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato in particolare la retribuzione dei fornitori da parte della gdo e i prezzi dei prodotti a marca del distributore (private label)

“Indagine sui prezzi”. L’Antitrust contro la grande distribuzione

(Claudia Luise – lastampa.it) – Un carrello della spesa sempre più costoso, con l’inflazione per i prodotti alimentari che cresce più di quella generale. Parte da questo presupposto l’indagine conoscitiva aperta dall’Autorità garante per la concorrenza e il mercato a fine dicembre sulle pratiche commerciali della grande distribuzione nella filiera agroalimentare. In particolare, sotto accusa dell’Antitrust sono finiti sia la retribuzione dei fornitori da parte della gdo, sia i prezzi dei prodotti a marca del distributore (private label).

Il provvedimento con cui l’Antitrust ha avviato l’istruttoria parte dalla considerazione che negli ultimi quattro anni, da ottobre 2021 a ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati del 24,9%, quasi otto punti percentuali in più rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo (+17,3%). E, nell’ambito dei beni alimentari, la crescita dei prezzi è stata decisamente più marcata con riferimento al comparto dei prodotti non lavorati sino al mese di settembre 2025, mentre negli ultimi due mesi sembra essersi verificata un’inversione di tendenza. Anche per la Bce i prezzi dei prodotti alimentari sono il fattore principale nella percezione dell’inflazione.

Nell’ultimo Bollettino della Banca centrale europea si sottolinea che l’aumento dei prezzi nel 2025 è stato trainato principalmente da caffè, cacao, dolciumi e carne, nonostante una quota del paniere pari al 25%. Anche se è lievemente in discesa: il tasso annuo dell’inflazione alimentare misurata dall’Ipca nell’area dell’euro si è attestato al 2,4% nel novembre 2025, dopo aver raggiunto un picco del 15,5% nel marzo 2023. In media, tra gennaio e novembre 2025 si è stato al 2,9% e rimane al di sopra della sua media di lungo periodo prepandemia, pari al 2,2%, dal dicembre 2021. Quindi, scrive l’Agcom, «a fronte dei descritti incrementi dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini, che potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle catene della grande distribuzione organizzata».

L’Antitrust evidenzia come a monte della filiera agroalimentare vi sia una base produttiva estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori. A valle della filiera, viceversa, «si osserva un settore della distribuzione finale caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel tempo, che potrebbe consentire alle catene della gdo di imporre unilateralmente le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo margini di guadagno ingiustificatamente superiori a quelli riconosciuti ai propri fornitori». Per questo l’Autorità ritiene «meritevole di approfondimento il ruolo svolto dalla gdo nelle modalità di ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e di formazione dei prezzi».

Grande rilievo, per l’Agcom, è da attribuire anche al tema dei private label che, si legge ancora nel provvedimento, «incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene, rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale nei confronti dei propri fornitori. Con questi ultimi, infatti, oltre al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale, si viene a configurare anche un rapporto di concorrenza diretta di tipo orizzontale». Per questo lo scopo dell’indagine è approfondire il ruolo e l’importanza dei prodotti a marca dei distributori e al posizionamento di prezzo sui mercati. Per la gdo, invece, i prodotti di marca del distributore, che nel 2025 hanno raggiunto il fatturato complessivo di 31,5 miliardi (in aumento del 6,8% rispetto all’anno precedente) confermano il ruolo di «ammortizzatore contro il caro vita nel carrello della spesa per le famiglie italiane».

Dai dati preliminari del rapporto Teha per Adm, Associazione distribuzione moderna, che sarà diffuso domani durante il convegno inaugurale dell’edizione 2026 di Marca a BolognaFiere, sono 9 italiani su 10 a fidarsi dei prodotti del proprio punto vendita, con risparmi per 22 miliardi di euro dal 2020 a oggi, circa 150 euro l’anno per nucleo familiare. I prodotti marca del distributore sono in crescita anche in termini di volumi, con un +4% rispetto al 2024. Un ruolo che rivendica Mauro Lusetti, presidente di Adm, secondo cui obbiettivo è «saper intercettare i cambiamenti della società, rispondendo alla riduzione della capacità di spesa con un’offerta sempre più ampia».

«La distribuzione moderna è una vera e propria cinghia di trasmissione del valore che si crea dalla filiera produttiva al consumatore finale – aggiunge Valerio de Molli, ceo di The European House-Ambrosetti e Teha Group -. Nel 2024 il settore ha generato 173 miliardi di euro di fatturato, 28,9 miliardi di valore aggiunto e 454 mila occupati, con oltre 70 mila nuovi posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni, attestandosi come nono settore economico per crescita occupazionale, più di telecomunicazioni, tessile e amministrazione pubblica».