
(di Michele Serra – repubblica.it) – Mentre il mondo intero osserva con il fiato sospeso lo spettacolo, in effetti spaventevole, di Trump che sfascia a pugni il mappamondo (compresi gli Stati Uniti) per poi rimodellarlo a sua misura, il rischio è dimenticarsi di tutto il resto, che pure non è poco.
In tempi normali, per esempio, in Italia sarebbe stata doverosamente in primo piano la discussione sui dati di Eurostat (ufficio statistico dell’Unione Europea) secondo i quali negli ultimi vent’anni Italia e Grecia sono i soli due Paesi membri nei quali il reddito pro capite è diminuito; mentre nel resto dell’Unione aumentava del 22 per cento.
Parliamo degli ultimi vent’anni e dunque il governo Meloni non è che l’ultimo della fila, la triste coda del declino strutturale di un Paese vecchio, demoralizzato e con i giovani in fuga all’estero. Nessun governo è stato in grado di progettare, e tanto meno mettere in atto, una politica di rinascita economica e psicologica di questo Paese. Non che fosse facile; forse, anzi, era talmente difficile che non è nemmeno una colpa.
Quello che dispiace, a conti fatti, è che mentre alcuni dei predecessori di Meloni (non tutti) fecero il loro dovere mettendo l’accento sulle difficoltà, e dunque dicendo la verità agli italiani, questo governo indugia in un trionfalismo non richiesto.
Ogni discorso di un presidente del Consiglio cosciente della situazione, chiunque sia, dovrebbe cominciare con una presa d’atto: siamo in forte difficoltà, forse possiamo farcela rimboccandoci le maniche, ma garantire il successo non sarebbe serio. Questo governo non solo non lo dice, ma si gingilla con il suo patriottismo puerile, distonico rispetto allo stato delle cose. E questo, ben al di là delle beghe sulla sua natura politica così poco liberale, è il suo vero problema, oltre che il suo più grave torto.
Giudici: serve la separazione dei taxi
(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Avvezzo alle esperienze estreme, dopo aver sperimentato i paradisi artificiali di Italia Viva, assaporato le vette abissali di Azione e il brivido delle sedute spiritiche di Forza Italia, mi accingo a esplorare i più segreti anfratti della psiche alla ricerca di una risposta esistenziale: cosa può spingere un uomo a votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere? L’estrazione a sorte di due Csm abbinata alla Lotteria Italia? La vendetta postuma sulle toghe rosse in memoria di Lui? L’allegra bicchierata pretesa dal ministro Nordio in caso di vittoria?
Detto che la gag sulla maggiore efficienza della magistratura per effetto della riforma costituzionale si potrà apprezzare nella prossima edizione di “Zelig” non resta che prendere in considerazione l’ipotesi argomentata da Beppe Severgnini, giovedì scorso a “Otto e mezzo”. Che, cioè (testuale): “Nei centri piccoli il pm e i giudici giudicanti inevitabilmente si conoscono e questo agli occhi della gente è un problema”. Attenzione perché in merito allo stesso vulnus, che potrebbe avvantaggiare il Sì, avevamo già ascoltato una rivelazione decisiva, sempre in punto di diritto, per bocca di Italo Bocchino. Ovvero la possibilità, purtroppo non infrequente che (testuale) pm e giudice viaggiassero sullo stesso taxi per recarsi in tribunale. Con ciò, e sempre a maggior garanzia del principio di legalità, oltre alla separazione delle carriere non sarebbe cosa buona e giusta procedere, senza indugio alcuno, anche alla separazione del taxi (ma pure delle corriere e torpedoni nel caso entrambe le toghe si servissero dei mezzi pubblici per raggiungere le corti più disagiate)? Vero è che nella medesima puntata la collega Lina Palmerini faceva notare, non a torto, che la riforma costituzionale non prevede la smaterializzazione dei corpi e che dunque, pur se divisi sul piano del diritto, pm e giudice avrebbero potuto continuare tranquillamente a concordare le sentenze. Pur tuttavia, sulla base del lodo Bocchino-Severgnini, qualche interrogativo riguardo a possibili inciuci togati si impone. Per esempio: chi ci garantisce che le due funzioni, sia pure a distanza dagli sguardi indiscreti (la gente chiacchiera, soprattutto “nei piccoli centri”), non perseverino nella scorrettezza continuando a frequentarsi al ristorante, in palestra, allo stadio? Per non parlare di una possibile relazione sentimentale tra l’inquirente e il/la giudicante. E nel caso di nozze tra i due, come la mettiamo?
Perché allora non prendere direttamente in considerazione l’unificazione dei ruoli e delle funzioni nella persona di un solo magistrato, naturalmente alle dirette dipendenze del governo. Pensate al risparmio di tempo (e di taxi) e al beneficio che ne deriverebbe per il cittadino.
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Come si fa’ a non difendere questo governo ma contemporaneamente ricordare che se negli ultimi 22 anni il nostro reddito è diminuito insieme a quello greco forse c’entra la moneta unica ? La logica è quella della divisione in due del campo come nelle partite sportive dimenticando che i cittadini non fanno parte del gioco e nemmeno spettatori ma ricevono solo le pallonate in faccia da una parte e dall’ altra.
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C’era un bel film (Brivido caldo) in cui avvocato e procuratore sono amici e vanno al ristorante insieme. Però il procuratore indaga l’avvocato e lo fa arrestare.
Per dire.
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