
(di Massimo Gramellini – corriere.it) – C’è un filo neanche troppo esile che tiene insieme Crans Montana e Trumpòn Bolivar, i due sconquassi con cui il nuovo anno si è presentato sulla scena.
Si tratta dell’avidità.
Siamo persone di mondo: il denaro non è lo sterco del demonio, ma la precondizione di una vita libera e dignitosa. Lo stesso però non può dirsi del suo eccesso.
Era per bramosia di guadagnare ancora di più che i proprietari del bar andato a fuoco avevano ampliato gli spazi adibiti al pubblico, riducendo quelli riservati alla sicurezza. Ed era per paura di perdere qualche briciola dei loro già sostanziosi incassi che avevano chiuso a chiave l’unica uscita di sicurezza, affinché nessuno potesse servirsene per darsela a gambe senza pagare.
Il Trump che utilizza metodi da predone in Venezuela e minaccia di replicarli in Groenlandia si ispira a una logica simile, ovviamente su vasta scala. L’enorme ricchezza che possiede come individuo e come nazione non gli basta. Vuole anche quella che giace sotto la terra altrui e va a prendersela senza più schermarsi dietro le paroline magiche «libertà» e «democrazia» con cui i prepotenti del passato si sforzavano di nobilitare le spoliazioni. Forse perché l’uditorio a cui si rivolgevano credeva ancora in certi valori o quantomeno desiderava illudersi. Trump invece è convinto che oggi per tutti – tranne una frangia di disadattati che lui chiama «perdenti» – il denaro sia l’unica cosa che conta. E, guardando i proprietari del bar di Crans Montana, verrebbe da dire che non si sbaglia.
Venezuela, il politologo Marco Tarchi: “Usa neo-colonialisti, incoerente legittimarlo e poi invocare il diritto”
“Meloni pensa ad apparire a ogni costo come partner privilegiato di Washington”
(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – L’imperialismo americano, per usare la definizione del politologo Marco Tarchi, manda in crisi le destre. In Italia, dove Giorgia Meloni ha giustificato l’operazione in Venezuela smarcandosi poi sulla Groenlandia, e in Europa.
Professor Tarchi, avendo giustificato il blitz a Caracas, Meloni rischia di esasperare l’atlantismo in maniera controproducente?
Se si considera che l’Italia è stata l’unico Paese europeo, Ungheria a parte e in linea con Israele, ad assumere questo atteggiamento, direi di sì. Ma è evidente la scelta di voler apparire a tutti i costi la partner privilegiata di Trump e di sfruttare questo ruolo per assumere una maggiore visibilità internazionale, che è il suo obiettivo privilegiato da quando è a Palazzo Chigi.
È credibile parlare di azione “difensiva” contro il narcotraffico?
Assolutamente no. Perfino negli ambienti giudiziari statunitensi l’ipotesi dell’esistenza di un “cartello Maduro” viene oggi smentita. Si tratta di un semplice pretesto per iniziare un’operazione di tipo imperialista-neocolonialista nei confronti dei Paesi refrattari a un’accettazione supina dell’egemonia nordamericana. Questo a prescindere dai demeriti di Maduro, che sono certamente molti.
Questa fedeltà alla Casa Bianca è una novità per la tradizione post-missina?
Nei toni, sì; nella sostanza, non altrettanto. La critica del ruolo degli Usa nel mondo già nel Msi era sostenuta da una minoranza, anche se trovava vasti consensi negli ambienti giovanili. I vertici del partito puntavano ad accreditarsi come difensori dell’Occidente in quanto nemici giurati del comunismo e in politica estera sostenevano la Nato, Israele, lo Scià di Persia e qualunque golpista sudamericano anticomunista. Il che a gran parte dei giovani non piaceva affatto. Alleanza nazionale ha ulteriormente accentuato l’occidentalismo, sia pure con toni a volte più sfumati e “democratici”.
Meloni ha invece criticato Trump sulla Groenlandia. Forse si è accorta di essere andata oltre?
Probabilmente sì. E non può staccarsi troppo dalle posizioni degli altri Stati Ue. Va notato che in Francia Marine Le Pen ha invece condannato nettamente il rapimento di Maduro. Questo dimostra che c’è sovranismo e sovranismo, e che quello autentico fatica a convivere con la nozione di egemonia planetaria cara a Trump.
Il rifiuto del dialogo con Putin si è a lungo basato sull’invocazione del diritto internazionale e sui concetti di aggressore e aggredito. L’aver superato queste categorie in Venezuela è un’incoerenza?
Certo. Il diritto internazionale è da sempre strumentalizzato a fini politici. È una foglia di fico che nasconde (male) la realtà: i rapporti di forza sono la vera legge della politica internazionale. La retorica istituzionale impedisce di riconoscerlo, ma i fatti non si cancellano con le parole.
Nel 2019 la comunità internazionale visse il caso Guaidó/Maduro. L’Italia non riconobbe Guaidó, nonostante le pressioni Usa. Fu una scelta corretta?
Sì. Sarebbe stato un gesto meramente simbolico e inutile, come è stato dimostrato dalla persistenza del governo Maduro nei sei anni successivi. Del resto, anche se i sospetti sui brogli elettorali erano leciti, di prove inconfutabili non ne esistevano.
C’è però allora una possibilità di scelta nel nostro posizionamento internazionale, pur con le alleanze esistenti.
Concordo, ma aggiungo che molto raramente questo è accaduto, dopo la scomparsa dalla scena di Craxi e Andreotti.
La Dottrina Monroe è incompatibile con l’ideologia “sovranista”?
Il sovranismo è un concetto vago e comunque destinato più a contrapporre che a unire chi lo enuncia, perché i loro interessi nazionali possono più spesso confliggere che convergere.
"Mi piace""Mi piace"