L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Marines americani che in pieno Atlantico del Nord assaltano una petroliera battente bandiera russa e la sequestrano con tutto l’equipaggio, russi compresi. Altri che bloccano nei Caraibi un’altra nave, parte di una “flotta oscura” dedita al trasporto di greggio venezuelano sotto embargo. Il segnale di Trump non potrebbe essere più chiaro: faccio quel che mi pare. Specialmente nell’emisfero occidentale, ovvero nel continente panamericano che la sua amministrazione intende sigillare contro la penetrazione cinese e russa. Ma anche contro l’abusiva pretesa “dell’alleato” danese di possedervi la Groenlandia.
Con le operazioni marittime gli Stati Uniti stanno dando seguito alla promessa di governare il Venezuela. A modo loro. Compresi atti di alta quanto efficiente pirateria come il rapimento di un capo di Stato straniero perché narcotrafficante o il sequestro di navi che avrebbero rotto l’embargo sul petrolio venezuelano. Fino a rischiare una nuova crisi con Mosca, specie se i marinai russi fossero processati sul suolo americano. Con effetti imprevedibili sul già stagnante “processo di pace” per l’Ucraina.
C’era una volta l’America. Quella che si voleva in missione per redimere l’umanità e battezzava universali i propri interessi. Oggi gli Stati Uniti considerano e dividono il mondo a partire dalle proprie priorità. Quelle di una nazione depressa, impaurita, spaccata. Con la manifattura al collasso, un debito federale spaventoso, una sfiducia mai vista nelle istituzioni, un impressionante declino del tasso di fecondità. Sette statunitensi su dieci non credono più nell’American Dream. La quasi totalità non ricorda più una guerra vinta (era il 1945).
Il Numero Uno è un colosso ferito, sanguinante. Quindi disposto a tutto. E di tutto capace. Senza preoccuparsi di piacere a qualcuno. Salvo a sé stesso. Cominciamo ad accorgercene anche da questa parte dell’Atlantico. L’abbordaggio alle petroliere in alto mare coincide infatti con l’offensiva per la conquista della Groenlandia danese, con le buone o le cattive.
Il segretario di Stato Marco Rubio, annunciando che la prossima settimana incontrerà la controparte di Copenaghen, afferma che per qualsiasi presidente americano ogni minaccia alla sicurezza nazionale — nel caso la temuta penetrazione cinese e russa nell’isola artica — può essere trattata con la forza delle armi. “Alleati” avvertiti mezzo salvati.
Vale in specie per i leader europei, tra cui Giorgia Meloni, che hanno sottoscritto un documento di solidarietà con la Groenlandia. E più direttamente per il primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, per cui un’aggressione americana contro il suo territorio artico segnerebbe «la fine della Nato». Ammesso che esista ancora.
Noi europei siamo avvertiti. L’America tratta il nostro continente come parte extracontinentale della sua sfera d’influenza. Quindi intende impedire con ogni mezzo che potenze avverse, a cominciare da Cina e Russia, vi mettano piede. Per decenni abbiamo voluto credere che gli americani fossero qui per proteggere noi, ora ci viene comunicato quello che potevamo già intuire prima: siamo qui per proteggere l’America. Chi non ci sta è nemico, anche se “alleato”. Visti da Washington gli euroatlantici si dividono tra affini dunque utili al nuovo regime americano e suoi incorreggibili avversari.
Per memoria: nella versione non pubblica della Strategia di sicurezza nazionale varata lo scorso novembre, l’Italia è menzionata con Austria, Ungheria e Polonia tra i “buoni”. In attesa che prossime elezioni in Gran Bretagna, Francia e Germania elevino al potere leader omogenei al trumpismo, quali Nigel Farage, Marine Le Pen e Alice Weidel (la leader dell’AfD che chiacchierando con Musk ha bollato Hitler «comunista»).
In Italia quando le acque si agitano preferiamo mettere la testa nella sabbia e recitare il rosario del magico mondo di pace che fu. Per ottant’anni abbiamo goduto dei vantaggi — tutt’altro che gratuiti ma ben accetti — di appartenere alla sfera d’influenza americana. Quella rassicurante atmosfera apparterrà ai nostri migliori ricordi. Ma non ha nulla a che fare con lo scontro tra colossi di cui siamo oggi disarmati spettatori. Collisione epocale che impegna gli Stati Uniti nella furiosa guerra senza limiti per sopravvivere. Obiettivo per il quale tutti, dovunque, siamo sacrificabili.
In questa battaglia la priorità è accaparrarsi le enormi risorse energetiche, minerarie, tecnologiche necessarie a vincere la partita dell’intelligenza artificiale e del quantum computing. Chi volesse immaginare le prossime mosse americane, come anche cinesi, russe o di altri aspiranti imperi, dovrebbe consultare una carta dei Paesi meglio dotati di materie prime critiche. Finalmente una buona notizia: non ne abbiamo quasi. Anche se in Val d’Agri, nella Basilicata Saudita benedetta dal greggio, pare che qualcuno stia ammucchiando sacchetti di sabbia alla finestra.
E trump diventò il pirata dei Caraibi
Le guerre “autodifensive” americane si travestono da “operazioni di polizia”, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. E l’Europa sa solo restare muta e appiattirsi
(di Barbara Spinelli – ilfattoquotidiano.it) – La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.
A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.
Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.
L’Unione europea è cieca a simili collassi, dunque irrilevante. Come se ci fosse ancora qualcosa da salvare, nelle relazioni transatlantiche e in particolare nel dispositivo Nato. Come se le guerre Usa fossero problematiche solo a partire da Trump. Non è più l’America che amavamo, si lamentano intellettuali e giornalisti mainstream, come se l’assalto al palazzo presidenziale di Caracas non fosse stato preceduto da guerre di regime change scatenate in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria nel dopo-Guerra fredda: tutte foriere di caos e morte. Come se Trump il “pacificatore” non avesse già ordito aggressioni militari su sette fronti – Somalia, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Iraq, oggi Venezuela – a dispetto degli sforzi fatti per un accordo di pace con Mosca e per scaricare sull’Europa la disfatta atlantica in Ucraina, dopo un’invasione russa che tutto l’Occidente ha provocato con gli allargamenti a Est della Nato.
Trump non pare propenso a fermarsi qui. L’ondata dei neo-conservatori lo trascina, la politica in America Latina è affidata per intero a un figlio di rifugiati cubani piuttosto sinistro, il ministro degli Esteri Marco Rubio, che da una vita cova rivincite e sogna una seconda invasione della Baia dei Porci, non più fallimentare come quella di Kennedy. Rubio incita Trump a punire Cuba, Colombia, Messico. John Bolton, neo-conservatore influente ai tempi di Bush jr e nel primo mandato Trump, smette le critiche al presidente ed elogia il sequestro terroristico di Maduro.
Comincia a Caracas l’offensiva contro i Brics, l’associazione che riunisce Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa: i non allineati. Il Venezuela ha chiesto di farne parte. Obiettivo della Casa Bianca: prendere il controllo dei minerali preziosi e del petrolio venezuelano (la più grande riserva nel mondo) e venderlo con la moneta egemonica nel commercio energetico – il dollaro – che Trump vede minacciata dai propositi e dalle pratiche dei Brics.
La novità è che diversamente dai suoi predecessori, Trump non dissimula le mire coloniali, non le presenta come Esportazione della Democrazia o difesa dell’“ordine internazionale basato sulle regole”. È del tutto indifferente alle regole, promuove più selettivamente le Rivoluzioni Colorate alimentate ieri da Usa e Ue. Non gli importa chi governa il Venezuela: il regime madurista gli va bene se si allinea e permette a Washington di riprendersi il “petrolio rubato alle compagnie Usa” a seguito delle prime nazionalizzazioni degli anni 70 e poi di quelle di Chávez che hanno aiutato il Venezuela a uscire dalla povertà e dalla dipendenza.
Quando Washington adopera gli argomenti del regime change e definisce Maduro un presidente illegittimo, è perché solo così può processarlo a New York e negargli l’immunità cui ha diritto. Lo stesso avvenne con l’invasione di Panama e l’incriminazione di Manuel Noriega, prima asservito alla Cia e poi condannato per narcotraffico negli Stati Uniti. Anche Chávez temeva la cattura.
In realtà neanche il traffico di droga è in cima ai pensieri di Trump: altrimenti non avrebbe graziato – il 28 novembre mentre tramava il sequestro di Maduro – l’ex presidente dell’Honduras Hernández, condannato per commercio di stupefacenti a 45 anni di carcere da una Corte Usa. Il presidente non ignora che il Venezuela ha un ruolo secondario nel narcotraffico, come spiegato su questo giornale da Pino Arlacchi. Nell’incriminazione di Maduro non figura l’accusa d’aver diretto il Cartel de los Soles, l’inesistente entità denunciata dalla Cia e anche dal Parlamento europeo.
La favola del regime change è una tenda dietro la quale stanno in agguato gli appetiti reali dell’amministrazione Usa: la predazione e il saccheggio coloniale delle risorse venezuelane, il dominio sull’intero emisfero occidentale, Groenlandia compresa, e l’estromissione della Cina e della Russia da nazioni che Trump e neocon ritengono loro proprietà, dal Sud America fino alle porte dell’Artico. Il motto rapace di Trump è: “Ci serve”. Anni di sanzioni preparano in Sud America il colpo finale e imprimono un marchio sui puniti: è una politica che accomuna Stati Uniti e Ue, e si applica a Stati e singole personalità dissidenti (Francesca Albanese, l’ex colonnello svizzero Jacques Baud).
Se le cose stanno così, si capisce la riluttanza del Cremlino a scendere a patti sull’Ucraina, in assenza di trattati vincolanti che escludano irrevocabilmente ogni minaccia al proprio territorio, e con Parigi e Londra decise a schierare soldati dopo la tregua. Le mosse Usa in America Latina sono un segnale inviato a Pechino e anche a Mosca, specie per quanto riguarda la Groenlandia (“ci serve!”). La Strategia di Sicurezza Nazionale del 4 dicembre parla chiaro: non saranno tollerate nel continente panamericano, Groenlandia compresa, presenze che scalfiscano il dominio statunitense. Viene rievocata proditoriamente la Dottrina Monroe. Allora il colonialismo rivale in Sud America era europeo, ma Monroe prometteva in cambio la non ingerenza in Europa.
Quel che impressiona, in Europa, è il tetro perdurare di una fede atlantista che muore a Washington, e che impedisce la costruzione paziente di un sistema di sicurezza europeo non contro, ma assieme alla Russia. Intanto Trump s’allontana da Kiev e Medio Oriente, perché gli Usa in quegli scacchieri sono perdenti. Hanno l’avamposto israeliano in Medio Oriente, dunque accettano la continuazione del genocidio a Gaza e non escludono altri attacchi all’Iran scosso dai tumulti. Ma prima o poi Teheran si doterà dell’atomica: nel caos mondiale è l’unica via per divenire inattaccabili.
Invece di far rinascere le proprie grandi tradizioni diplomatiche, i Volonterosi europei proclamano, compiaciuti: la Groenlandia è nella Nato, l’articolo 5 la difenderà. Ma l’articolo scatta solo se c’è l’unanimità, dunque son balle: cos’è la Nato, senza e anzi contro gli Stati Uniti? E chi ha detto che la Groenlandia, colonizzata nel ’700 dalla Danimarca e uscita dall’Ue nell’85, invocherà i soldati degli ex colonizzatori?
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questo ragionamento della Spinelli è il più lucido che abbia letto negli ultime settimane.
Noi vediamo solo una piccola parte in superficie di quello che sta accadendo.
La maggior parte, se non quasi la totalità dell’informazione, complice o meno, è manipolata e fuorviata, noi vedremo solo gli esiti e non tutti.
Al momento c’è una guerra nascosta, sotteranea, tra gli IUESEI e i paesi con cui la CINA ha rapporti. a cui la Russia da’ un piccolo contributo (navi trasporto camuffate, appoggi vari).
A parere mio, l’EU dovrebbe mollare ZEZE, l’UKRO-NAZI e la NATO, dotarsi di una vera difesa comune escludendo l’ambigua UK e concludere un trattato di difesa reciproca con la Russia. Le tensioni aumenteranno sempre più ed è chiaro che chi subirà i maggiori danni saremo noi, se non agiamo subito.
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Immagino che il mitico telefono rosso tra i due capi di stato sia bollente. La mente va al caso dei missili a Cuba ai tempi di Kruscev/Kennedy. Cosa decideranno per non far precipitare la situazione?? Cosa sarà consentito fare a Vlad per non perdere la faccia ma nello stesso tempo scongiurare un’escalation?? Ancora qualche giorno – suppongo – e il Trumpone rilascerà l’equipaggio dopo un ben orchestrato tentativo di rivalsa del russo, chessò… il blocco in mare aperto di un natante di poco conto a stelle&strisce, magari un battello turistico, dopo di che prevarrà il senso di responsabilità reciproco e, con un ‘pari e patta’, si concluderà la vicenda come nei classici film hollywoodiani in cui la III guerra mondiale viene saggiamente evitata all’ultimo secondo e tutto finirà con il previsto finale… “e vissero felici e contenti” (si fa per dire). Mentre… i malvagi guerrafondaimondiali ucronazi dovranno rosichare. O dobbiamo aspettarci il sequel del film?? Chissà. Intanto facciamo gli scongiuri incrociando le dita! Mentre Sparviero ci aggiornerà minuto per minuto sulla incandescente vicenda. Ad maiora!
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“Per decenni abbiamo voluto credere che gli americani fossero qui per proteggere noi”
La cosa più incredibile è che c’è ancora chi ci crede.
Comunque se su Repubblica si possono scrivere cose del genere (Molinari sarà svenuto all’istante) vuol dire che qualcosa sta cambiando.
Probabilmente tra non molto si comincerà persino a discutere di questa cosa strana che sono le basi americane in Europa.
Se avessimo degli statisti invece che degli spaventapasseri proporrebbero a Trump un baratto utile per entrambi: d’accordo, la Groenlandia diventa americana ma in cambio l’Europa ridiventa europea, quindi via le basi americane.
Oppure all’opposto una minaccia: se invadi la Groenlandia noi buttiamo a mare le basi americane in Europa con tutti gli americani dentro.
Invece la calata di braghe come sarà? Totale come sempre: Trump si prenderà la Groenlandia e noi ci terremo entusiasticamente le basi americane.
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