Arriva su Sky il prequel della serie cult, quando Savastano era solo Pietro. Parlano gli sceneggiatori Lorenzo Fasoli e Maddalena Ravagli: “Ci hanno accusato di infangare il Paese ma il punto è: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori?”

(Beatrice Dondi – lespresso.it) – Li avevamo lasciati in uno scenario in cui non si salvava nessuno. Una carneficina dove a morire non erano gli eroi perché in quel mondo di sotto nessuno era in grado di salvare neppure se stesso, nuotatori esperti in un lago di sangue, combattenti di una guerra senza vincitori. “Gomorra la serie”, caso mondiale venduto e volantinato, aveva chiuso il sipario lasciando ai posteri il gusto acerbo della sentenza.

Ma le storie che nascono dal più vero del vero sono fatte per non finire, e ogni personaggio, lama affondata, sventagliata di mitra, pacco di eroina, cassa di sigarette di contrabbando, strazi emotivi e inarrivabili ascese, ha un passato a cui rendere conto. 

Su queste ceneri gli sceneggiatori Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, con la supervisione di Roberto Saviano, hanno riaperto il cerchio per completarne la struttura, dando così vita a “Gomorra  – Le origini”, prequel appunto della storica saga (in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW dal 9 gennaio).

Savastano è solo Pietro, senza padre, senza cognome, e con un giubbotto liso di velluto a coste, con cui affronta irripetibili momenti di inutile criminalità. Qualche furto, un senso di inadeguata potenza senza atto alcuno. C’è Imma, prima di diventare Donna, immagine di purezza con chitarra sulla spalla e un solo sogno: fuggire in America per inseguire la sua musica. C’è il micro capobanda, Angelo ’a Sirena, anche lui ovviamente ispirato a una persona in carne e sangue, che nella sua bellezza potente alta un metro e ottanta si avvolge in quei cappotti di pelle dal collo di pelliccia lunghi sino ai piedi lontani, e gestisce la vita come fosse la sua bisca. E c’è quella bolla di sopravvivenza criminale, interrotta da piccoli attimi di pura felicità. Come una televisione a colori che trasmette Sandokan. O la scoperta di quanto possa essere dolce un rotolo di carta igienica.

In più di un decennio Fasoli e Ravagli hanno percorso i contorni sfumati di quel mondo, come una corsa in una tangenziale che circonda la città mentre ai margini la vita degli ultimi prolifera. Il male, i territori abbandonati, l’assenza dello Stato, la criminalità organizzata e la difficoltà di comunicare un sistema, al di fuori di chi quel sistema lo ha respirato alla nascita. 

E hanno preso in mano la penna con la consueta cura maniacale della conoscenza del luogo e dei suoi abitanti, come un reportage pieno di sguardi, incontri in carcere e sul posto, e supervisori in grado di dare credibilità al tutto. «Abbiamo sempre lavorato sul campo, insieme a Marco D’Amore, e poi l’apporto ovvio di Roberto Saviano, la magistrata che oggi è procuratrice capo di Nola, gli atti giudiziari, le inchieste, le intercettazioni. E due consulenti, che spesso fanno strane facce e ci correggono il tiro: “i soldi, se uno è un boss non li accatta da terra, è brutto, se so’ caduti, li lascia là”. Praticamente come una specie di verificatore reale».

E cominciano a gettare macchie di inchiostro su quel futuro dietro le spalle alle origini di una macchina che si aggira per le strade dell’inferno in odor di camorra. Girano la testa e il copione verso gli anni ’70, quelli subito prima delle Vele di Scampia. Con i pantaloni a zampa, i colletti smisurati e il contrabbando di sigarette, motore mobilissimo come una Fiat 132 dell’economia del territorio.

«Volevamo capire chi fosse stato davvero Pietro Savastano da ragazzino» spiega Fasoli, «anche perché sin dal nostro primo approccio con la materia ci siamo sempre trovati di fronte al tema ingombrante del passato come motore di ogni accadimento. La spaccatura tra la generazione più giovane dei figli del boss e quella più adulta, il momento di passaggio dello svuotamento di Secondigliano verso i comuni limitrofi e così via. Quello che ci colpiva ogni volta era la linea del tempo che sembrava il confine da valicare e su cui fermarsi per ogni snodo di trama». 

E Maddalena Ravagli: «Fino alla fine degli anni ’70, diciamo prima dell’arrivo dell’eroina, la  camorra è di contrabbando, una camorra sostanzialmente di welfare. Ovviamente è un’attività criminale, però ancora senza morti violente. Il giovane Savastano è un ragazzino senza padre, la madre si prostituisce e mantiene la cara amica che ha allevato suo figlio, in un quadro di economie di sussistenza degli strati più poveri della popolazione. Pietro non nasce determinato a diventare boss ma vive con niente, non ha neppure un cognome. Il suo è un mondo al limite tra la normalità e quello che per noi è il concetto di efferatezza. All’improvviso l’eroina e Cutolo cambiano tutto. Prima c’era il concetto del guappo, che usava il coltello e si imponeva sugli altri nei quartieri poi col tempo arrivano i siciliani, i marsigliesi, e si accelera tutto anche le dinamiche criminali. Così ci piaceva puntare l’obiettivo su quel periodo e su un adolescente che ancora non sa cosa diventerà».

Si comincia con una pennellata dal sapore della poesia. Il primo episodio si apre sulla banda di giovanissimi con un piede nella fanciullezza e l’altro nell’ostinato entusiasmo, che si lancia in pista, sulle noti sputate da un juke box che rantola in un bar. È l’età dell’innocenza, e Pietro Savastano sembra un Tony Manero con la camicia in prestito capace di sorridere a un futuro misterioso. Un momento corale in cui lo sguardo si ferma a scrutare la peluria sopra al labbro superiore di quel che sarà, come un prologo della tragedia. E in quell’attimo in cui sorridono tutti i ragazzi nell’inquadratura, giovani matricole del crimine ancora inconsapevoli, quegli istanti in cui ancora veleggia il timore per cui tutto potrebbe trasformarsi in un eterno già visto come la neve che cade nelle palle di vetro, ecco che invece l’attenzione si ferma, il sospetto si accomoda e questi sei episodi scorrono spinti dalla curiosità verso l’abisso.

«Certo avevamo un po’ paura dell’effetto di Gomorra sugli sceneggiatori», dicono Fasoli e Ravagli, che inseriscono questa stagione del prequel all’interno di un progetto complessivo che è allo studio per dare una completezza al tutto. «Però dopo 14 anni che vivi immerso in quel mondo di personaggi ispirati a persone vere di cui conosci ogni dettaglio, alla fine diventano quasi famiglia, sai come pensano, come si vestono, che sigarette fumano». 

E c’è da dire che fumano sempre, ma non mangiano quasi mai. Usano le posate d’argento pesanti come i cuori afflitti, e si gingillano con gli ziti alla genovese, il ragù, i timballi. Muovono le forchette nel piatto come bisturi, per tagliare tratti immaginari di pance non riempite. I ragazzini invece sono affamati, non solo di vita. Si leccano le dita piene di zucchero, si tolgono le briciole col dorso della mano, avidi e golosi. È un tratto proteico dell’innocenza, del prima. «È vero», dice Maddalena Ravagli: «Ce l’ha spiegato bene una persona: quando commetti i delitti smetti di mangiare perché sennò stai male ». 

È un dettaglio che però si somma ai mille altri, dati da uno studio dal vivo che sembra quasi bruciare. «Ogni personaggio è una crasi con persone vere» – si rimbalzano Fasoli e Ravagli. «Tutto quello che si vede ha un fondamento di realtà, di conoscenza sul campo. Prima o poi chiunque può ritrovare una foto di sé adolescente, poi guardarsi allo specchio, come Pietro Savastano dopo aver ammazzato Ciro e chiedersi: “Come cazzo ho fatto a diventare così”. Ovviamente nel caso di Pietro è eclatante perché è diventato un boss terribilmente efferato, però secondo noi vale un po’ per tutti, è una domanda universale. La criminalità non è innata, così come non lo è l’intelligenza ed è un concetto contro cui combattiamo attivamente. Criminale ci diventi, ci diventi gradino dopo gradino e soprattutto perché l’abbandono socio-economico di quelle zone risale al “sempre”. Noi non abbiamo mai voluto raccontare l’assenza dello Stato, ma siamo convinti di aver un po’ illuminato un buio profondo. Grazie alla serie si è acceso un bel faro positivo che da un lato ha portato un maggiore controllo, dall’altro ha portato più investimenti». 

Quindi le persone non nascono malvagie, ma ognuno col suo carattere reagisce agli stimoli ambientali e ai modelli che gli vengono imposti. «Esatto. Se il modello ispirazionale è essere ricco, chi vive in una realtà sociale completamente bloccata in cui guadagna 30 euro per una giornata in cui si spacca la schiena al mercato è difficile che si accontenterà di fare quella vita. Da un lato vanno avanti grazie alle mille forme di solidarietà sociale, dall’altro c’è il richiamo verso la criminalità in cui il concetto di legalità diventa super labile. Il magliaro, o truffatore, non sono considerati dentro il mondo criminale, fanno solo parte di un meccanismo di sopravvivenza». 

Occhio che così l’accusa di essere fautori dell’illegalità arriva facile. «Ovviamente non stiamo promuovendo la vita borderline», rispondono insieme ridendosi sopra: «Ma l’assenza dello Stato non è solo non dare lavoro, non dare scuole, non dare strutture per lo sport. È negare quella sensazione per cui ci si allena a correre molto forte perché può servire, ma si va sempre al passo del più debole. Questa è una cosa che fa sentire tutti esclusi».

Ma il dibattito sulla vita ai margini della legalità viene da lontano. Gli attacchi alla serie Gomorra sono cominciati al primo ciak ed è difficile credere che il nuovo ddl di Fratelli d’Italia contro chi “esalta” la mafia non sia nato pensando al prodotto nato e cresciuto dal libro di Roberto Saviano. «Certo, se tu punti a esaltare solo il vincitore è complicato. La serie è spesso stata attaccata perché sembrava che rendesse degli eroi le persone che vivevano contro la legge. Ma noi abbiamo provato a raccontare, spogliandoci foglio dopo foglio, dell’ipocrisia corrente. Quello che ci ha fatto più male, è stato sentirsi dire che infangavamo il Paese, o facevamo un favore alla camorra. Quando il punto è un altro: perché nessuno ha mai guardato prima questi territori? Il vero insulto al Paese non è raccontarlo, ma rendersi conto che esistono delle sacche completamente dimenticate che solitamente si nascondono sotto al tappeto. Abbiamo acceso un faro, un tentativo di cura».

Insomma, vogliamo riassumerla in modo semplice? «Certo, facciamola facile: si chiama mala vita perché è una vita di merda, se no si chiamava buona vita».