(Gianvito Pipitone) – Da qualche tempo mi capita di osservare l’umanità come se stessi davanti a un acquario: le persone si muovono, parlano, si agitano, si esibiscono, e io resto lì ad osservare, a metà tra il divertito e il perplesso, chiedendomi quando abbiamo smesso di essere adulti e abbiamo iniziato a recitare la parte dei bambini malcresciuti. Ho avuto l’intuizione, o meglio la folgorazione, un pomeriggio al Bioparco di Carini, quando una sfilata di genitori iperprotettivi, iperperformanti, in una parola “iper”, ha trasformato un luogo di gioco in un teatro dell’assurdo. Rimando per questo all’articolo di qualche giorno fa: fenomenologia-dell’asinita.

Lì ho capito che questa postura – quella mancanza di misura, una ridicolaggine inconsapevole, insieme all’incapacità di ascoltare i figli e di ascoltarsi – meritava un nome. L’ho chiamata asinità. Non nel senso collodiano, ma in quello più sottile, di derivazione marsalese: una categoria morale, un vuoto dell’anima, un modo di stare al mondo che confonde l’affetto con il controllo, la presenza con la scena, la cura con l’invadenza. Una malattia che nasce forse da un’educazione ovattata, anni Novanta e Duemila, che ha protetto i figli da tutto tranne che da sé stessa, e che oggi produce adulti fragili, impauriti, incapaci di affrontare il reale senza trasformarlo in spettacolo.

Eppure, più ci penso, più mi accorgo che quella asinità lì – quella che, chi più chi meno, ci contagia un po’ tutti – e che si manifesta nei parchi giochi, nei supermercati, nelle file alla Posta, è solo la forma più tenera, quasi folkloristica, di un fenomeno molto più vasto. Perché l’asino contemporaneo non vive più soltanto nella vita reale: ha trovato un nuovo habitat, più fertile, più indulgente, un luogo dove sentirsi completamente a casa, la sua vera comfort zone. L’asino oggi vive nei social. E lì prolifera, si moltiplica, si traveste e, ovviamente, si esalta.

È l’asino digitale, la creatura bifronte che di giorno fa il signore perbene e di notte si trasforma in giustiziere della morale, esperto di geopolitica, virologo, psicologo, economista, antropologo, criminologo, tutto rigorosamente senza competenze. E come capita a chi raccoglie l’ignoranza a piene mani, senza nemmeno un briciolo di equilibrio e soprattutto di buon senso, è proprio lui quello che spinge forte sul pedale del fanatismo, della polarizzazione, del tutto bianco o tutto nero. Senza la minima analisi della complessità. È l’asino che – pur non sapendo nulla – sa tutto, e che non ha più bisogno di imparare nulla, perché ormai basta a sé stesso e alla comunità a cui afferisce. E così eccolo salire sul ring del dibattito, come se il mondo intero fosse in attesa della sua opinione.

È sempre lui, l’asino che si infila dietro un avatar come fosse un bunker della seconda guerra mondiale, protetto dall’anonimato e da un nickname scelto con la stessa cura con cui si sceglie una password provvisoria. Lì dentro si sente al sicuro, soprattutto quando si mescola a comunità di suoi simili, dove l’identità si dissolve e resta soltanto il branco, compatto e rumoroso. In quello spazio sospeso non ha bisogno di coerenza – sui social è un optional, quasi un vezzo d’altri tempi – né di responsabilità, perché l’ombra dell’anonimato lo assolve in anticipo. E la competenza? Superflua. L’algoritmo non la richiede: preferisce il frastuono al pensiero, il volume alla profondità.

Così questo piccolo Dr. Jekyll e Mr. Hyde da discount passa le giornate da impiegato modello e le notti da inquisitore digitale, convinto che basti un commento per sentirsi protagonista. Più si espone, più si compiace; e più si compiace, più sente il bisogno di esporsi ancora. Perché l’asinità̀, come ogni creatura che non conosce misura, si ciba di sé stessa.

In questo panorama, sorprende quanto Giordano Bruno – sì, proprio lui, il filosofo arso vivo nel 1600 per aver osato pensare – avesse già visto tutto più di quattro secoli fa. Nella sua Cabala del Cavallo Pegaseo parlava di un’“asinità di semplice negazione”, quella di chi potrebbe capire ma preferisce non farlo, di chi rinuncia alla fatica del pensiero e si accomoda nella beata ignoranza. Parlava degli “asini per cattiva disposizione”, i saccenti dogmatici che credono di possedere la verità e non hanno più nulla da imparare. Parlava degli “asini per divina acquisizione”, i fanatici che obbediscono ciecamente a un’autorità e rinunciano alla propria coscienza. E infine, come un lampo, introduceva l’unica forma di asinità che salva: l’asinità sensata, quella che nasce dall’umiltà, dal sapere di non sapere (caro Socrate), dalla ricerca inquieta, dal dubbio che apre e non chiude. Una postura che oggi sembra quasi rivoluzionaria.

Se non altro ad ognuno la propria asinità declinata secondo le proprie caratteristiche. E lo dico senza presunzione: in questa mappa dell’asinità̀ contemporanea ci siamo forse un po’ tutti e sì, ci sono anch’io, con le mie goffaggini, le mie impazienze, i miei errori quotidiani. Figuriamoci, non mi tiro fuori dal branco: al massimo cerco di non ragliare troppo forte. Di limitare i danni.

Per finire. L’asinità digitale, quella che analizzo oggi, ci circonda ogni giorno, ed è l’esatto contrario dell’asinità sensata di Bruno: è presunzione travestita da opinione, ignoranza travestita da competenza o anche arroganza travestita da impegno civile. È un esercito di avatar che giudica, condanna, sentenzia, spesso senza nemmeno leggere ciò su cui si indigna. È la postura di chi non vuole leggere o sentire altro da ciò che ha già processato come giusto e inviolabile. E il corollario è una prova del nove disarmante: quante volte avete sentito, ultimamente, l’intercalare genuino “forse mi sbaglio”, “forse stavolta non ho ragione”, “probabilmente esagero”, “sicuramente sarò in errore”. Quanti di questi intercalari circolano ancora? Roba da secondo dopoguerra, quasi. Nei film di Antonioni forse…in quelli più introspettivi magari.  

E allora mi chiedo: non sarebbe il caso di recuperare proprio quella asinità sensata di cui parlava Giordano Bruno? Quella che non pretende di sapere tutto e che non si mette al centro, ma che ascolta prima di parlare, dubita prima di giudicare. Quella che non usa i figli come pubblico né i social come tribunale. Quella che riconosce i propri limiti e li trasforma in ricerca e non in arroganza. Di certo, non sarebbe male ripartire da lì: da un’umiltà inquieta, da un pensiero che non si accontenta ma che si mette ogni volta in gioco. Personalmente, io tra i buoni propositi del 2026 ho messo questo. Non è affatto detto che ci riesca, ma, come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

Questo pezzo è solo un altro passo dentro una fenomenologia che, temo, sarà lunga. Perché l’asino contemporaneo assume molte forme, molte maschere, molte metamorfosi. E vale la pena studiarle tutte. Senza fretta. Nei prossimi capitoli proverò a esplorare altre declinazioni: l’asinità mediatica, quella politica, quella sentimentale, e chissà quale altra ancora. Perché l’asino, oggi, è ovunque. Siamo cioè circondati. E comprenderlo è forse l’unico modo per distanziarsene. Il più possibile.