(Andrea Zhok) – Il sequestro appena avvenuto di due navi battenti bandiera russa, in acque internazionali, da parte degli Stati Uniti è ovviamente una provocazione ed una prova di forza.

Ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi è abbastanza semplice: gli USA, minacciati dalla dedollarizzazione e dalla loro riduzione d’influenza internazionale, vogliono ribadire la propria posizione di supremazia utilizzando la leva migliore che hanno, ovvero la loro proiezione militare globale. (Ricordiamo che il rapporto numerico tra basi militari extraterritoriali nel mondo è: USA 800, Russia 20, Cina 1). Avere basi militari prossime a tutti gli scenari possibili rende molto più semplice agli USA di svolgere attività che hanno l’apparenza della “polizia internazionale”, senza esplicitarsi come atti di guerra.

Nella fattispecie concernente le due petroliere questo fatto sembra emergere chiaramente. Da quanto si evince nei resoconti delle ultime ore, le petroliere erano scortate da sommergibili russi, come disincentivo ad essere abbordate. Ora, la forza sommergibilistica russa è perfettamente all’altezza di quella americana, ma l’abbordaggio è avvenuto senza problemi, con l’invio di elicotteri da guerra e sbarco di truppe.

La ragione a mio avviso sta nella difficoltà di dosare una risposta intermedia. Tra il non fare nulla e affondare una nave portaelicotteri (o abbattere un elicottero militare americano) non c’erano passi intermedi.

Scortare un trasporto civile con un’arma da guerra mondiale come un sommergibile è in certo modo un bluff, perché le risposte a disposizione sono troppo radicali.

Ma è esattamente su questo piano che gli USA hanno un vantaggio incolmabile, dato dalla disseminazione globale della loro presenza: Trump ha visto il bluff.

Ora quest’ultima sfida dell’amministrazione americana sembra annunciare qualcosa come un blocco navale mondiale.

Si tratta di un’arma letale per chiunque, ma soprattutto per paesi che hanno stringente necessità di esportare o importare per sopravvivere (la Russia come esportatore energetico, la Cina come maggior commerciante mondiale). Ricordiamo che a tutt’oggi circa il 90% del traffico mercantile avviene via mare e dunque l’esercizio di un blocco navale globale implica uno strangolamento senza scampo.

L’entità della sfida è straordinaria, la minaccia terminale.

Credo che dall’epoca dei missili sovietici a Cuba non siamo mai stati così vicini alla terza guerra mondiale.

Se la Russia abbozza e non trova il modo per replicare in maniera proporzionale, gli USA sapranno di avere mano libera.

Se la Russia reagisce in maniera robusta (e come altrimenti potrebbe?) saremo alla vigilia di una guerra.

Gli USA, peraltro, si stanno muovendo rapidamente su tutti i fronti.

In Iran le proteste popolari – innescate dall’inflazione, a sua volta dipendente dal sistema sanzionatorio internazionale – sono chiaramente alimentate ed estremizzate da sobillatori esterni, probabilmente israeliani (la massiva presenza di armi tra i manifestanti ne è un indizio). Al contempo le forze aeree americane si sono avvicinate all’area mediorientale coinvolta in forme simili a quanto avevano fatto prima dell’attacco all’Iran del giugno scorso. Il tentativo di dare uno scossone finale al regime iraniano è palese.

Iran, Groenlandia, Venezuela, traffici marittimi: la proiezione aggressiva americana sta tentando il tutto per tutto, sta letteralmente cercando il conflitto diretto contando sul proprio vantaggio nel posizionamento strategico.

In ciò vi è un atteggiamento atavico, tipicamente occidentale, in cui l’attacco diretto viene utilizzato come mossa contrattuale.

In passato questo atteggiamento è stato spesso vincente (si pensi alla “diplomazia delle cannoniere” britannica), ma allora la differenza militare e tecnologica era abissale. Allora, tuttavia, i rischi di una guerra diretta non contemplavano l’Armageddon.

Nelle prossime settimane si decideranno molte cose che determineranno le sorti del XXI secolo.

Il Doomsday Clock si avvicina a mezzanotte.