
(Domenico Quirico – lastampa.it) – Conversioni, ritrattazioni, apostasie, tradimenti, zig zag, incantamenti, bugie, escandescenze plateali: che balzana commedia umana si recita da due giorni nel Palazzo di Caracas in un gran limbo della informazione e della deformazione. Un cambio di regime con forte puzzo di zolfo e niente aroma di incenso. Quel guastamestieri di Trump, demolitore di ogni tradizione di garbo, becchino del diritto internazionale qualificato ormai come esperimento fallito, ha un merito: le sue azioni sanno metter sulla strada che conduce a vedere tutto quello che c’è di posticcio, di falso e di equivoco in alcuni angolini del mondo. Ora ci sono personaggi pirandellianamente alla ricerca di una maschera, consapevoli che corrono il rischio, indossando quella sbagliata, di finire sulle bancarelle nel reparto della frusaglia a prezzo fisso. O peggio in galera.
Miguel Maduro: caudillo spietato o rivoluzionario calunniato o banalmente narcotrafficante. Forse le tre cose insieme. Che guaio. Sul fatto che sia un tipo periferico di gran mascalzone, prima che fosse “tradotto” in carcere da sbirri di altissima qualità, pare addirittura gli stessi che diedero la caccia a Bin Laden (entrambi con taglia americana milionaria, segno inequivocabile di grandezza), si assemblava una certa uniformità di occidentale consenso. Maneggiava gli affari del suo Paese certamente con dovizia di vergognosi ripieghi, il raggiro, l’intrigo, le soppiattezze poliziesche, parassitismi praticati con fermezza addirittura eroica. he fosse come si dice “di sinistra”seduceva però i più irriducibili quaresimalisti dei tempi ahimè defunti del “pueblo unido”. Insensibili, costoro, al fatto che lui mettesse grande perizia nell’impegno di tenere milioni dei suoi compatrioti lontano dalle tentazioni del benessere. Nel fronte dei “cattivi” menapopoli Iran, Russia, Cina trovava comode sponde. Adesso però che il Gringo numero uno gli ha fatto il favore di trasformarlo comunque in prigioniero politico gli si offre una ghiotta possibilità, ribaltare il copione e diventare da accusato accusatore. Insomma careggiarsi da nuovo Castro sudamericano! Ma per questa complessa anabasi deve dimostrare che può attingere alle sue remote origini, la teologia della liberazione, il chavismo ante marcia. In fondo qualsiasi truffa politica, come quelle care al codice penale, per avere successo richiede un nucleo di verità.
Si tenta talora un paragone tra lui e Noriega, altro boss latino-americano prelevato manu militari dagli Stati Uniti e morto da galeotto. Ma “Faccia d’Ananas” era comparsa da cronaca nera, una canaglia a libro paga, guarda un po’!, della Cia. Aveva deciso di mettersi in proprio e per questo fu punito dai suoi datori di lavoro.
Noriega a processo poteva soltanto sperare in qualche arzigogolo pandettistico, le colpe le conoscevano a menadito i suoi capiufficio di Washington, gli stessi che lo processavano. Che purtroppo ora trovavano tutto l’interesse, molto egoistico, di toglierlo dal mercato. Noriega era spacciato. E lo sapeva lui per primo.
Maduro ha la possibilità di attuare la strategia del processo politico, ovvero rovesciare le parti, diventare accusatore dei suoi accusatori. Il fisico del ruolo, baffoni staliniani, occhi che mandano fiamme, oratoria da barricata sindacale, tutta esclamazioni, invettive, slogan, grida. Qualche avvisaglia l’ha già data proclamandosi prigioniero di guerra. Ma siamo solo ai preliminari. Quando inizieranno le udienze (sempre che prudentemente gli americani non dispongano le porte chiuse, ovviamente per ragioni di sicurezza nazionale), allora potrà negare al tribunale il diritto di processarlo perché vittima di un sequestro di persona. In verità la guerra venezuelana di Trump, come sempre avvolta di smargiassate e abissi scuri, gli offre spunti stuzzicanti. Può accreditarsi come l’ennesima vittima delle prevaricazioni dei nordamericani e diventare voce della rabbia dell’America Latina. Sarà lui a processare Trump, l’imperialista, il dittatore planetario e i suoi fondacci melmosi e non viceversa. Forse è un aspetto che alla Casa Bianca non hanno considerato. Un processo è sempre un rischio. È una tribuna, un palco di comizio, una offerta di lotta. Può creare fatti mitologici contro cui non valgono né le prove né il buon senso. Anche se la sentenza è già stata scritta. Ma non si sa mai. Ma le annunciate prove dei legami con i narcos, i supertestimoni? Insinuazioni, sospetti, false notizie… questo processo è un atto politico, non una udienza di pretura. I popoli del subcontinente sono mogi, si obbietta, limati da decenni di liberismo omicida e di populismo sgangherato. Prudenza. Se trovano un eroe anche ambiguo e pieno di macchie vedrete che riempiranno le piazze: nordamericani maledetti, a casa!
Per sostenere questa parte occorre però che Maduro sia, come racconta lui, un rivoluzionario, che ne abbia la stoffa e ingegno e forza d’animo… cosa di cui ci sono finora motivi per dubitare. Mi ha sempre dato l’idea di un tipo furbo ma primitivo. Per entrare nella parte avrebbe bisogno del francese Jacques Vergés, l’avvocato dei dittatori. Passato alla storia non solo penalistica come l’avvocato del diavolo.
Parolaio logorroico inconcludente.fazioso ma furbamente incapace di dichiarare ciò che per lui è giusto e vero.
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Attenti a Trump e al bene assoluto
di Massimo Fini
Le mire sul Venezuela e la Groenlandia:il boss della Casa Bianca non si ferma più. Noi europei, italiani in primis, dovremmo cominciare a rispondere a tono, cacciando via gli yankee
Da mesi avvertivo, nel totale disinteresse, che la situazione venezuelana sarebbe precipitata con il coinvolgimento di altri Stati e di altre forze non direttamente collegate con Caracas.
Ma perché nessuno mi ascolta mai? Eppure nel mio lavoro di modesto Nostradamus ho sempre visto giusto. Per anni, in una serie infinita di articoli, avevo previsto che i talebani avrebbero ripreso Kabul e i talebani, sia pur mettendoci vent’anni, hanno ripreso Kabul. Nei primi anni Ottanta, in una lettera aperta a Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, avevo previsto che quel partito sarebbe stato spazzato via, non tanto per la linea politica, ma per la inesausta attività di corruzione dei suoi principali protagonisti, Martelli compreso, che uscì dai guai per la mazzetta del Conto Protezione restituendo circa 800 milioni di lire, una cifra che forse io ho guadagnato nella mia intera vita. Poi arrivò Mani Pulite e il Psi fu spazzato via dalla faccia della terra. Non è colpa dei magistrati di Mani Pulite se le loro indagini si concentrarono soprattutto su Milano e dintorni, il fatto è che altre Procure furono neghittose o non altrettanto solerti. Prendiamo Venezia. Il pm era Carlo Nordio, l’attuale cosiddetto ministro della Giustizia. Nel periodo del suo mandato furono registrati pochissimi casi di corruzione o di concussione. Possibile che a Venezia fossero tutti onesti? E questo è uno dei motivi, di pura invidia, per cui Nordio ce l’ha a morte coi magistrati, con controriforme e ispezioni per ogni dove, perché lui il pm non lo seppe o non lo volle fare bene come molti altri.
Ma ripartiamo dal Venezuela. La donna che ha sostituito Maduro, l’avvocato Delcy Rodríguez, non piace agli americani, che stando alle minacce di Trump, le vorrebbero far fare la fine di Maduro e anche peggio. Trump, bontà sua, ma nemmeno questo è certo, ha escluso che il nuovo presidente del Venezuela sia un americano. Ha anche affermato che il petrolio venezuelano gli serve per la ricostruzione dello stesso Venezuela. Cioè, prima si distrugge un Paese, poi ci si appropria dei vantaggi della ricostruzione con i soldi di quel Paese.
Intanto Trump procede imperterrito, minaccia di far fare alla Colombia la stessa fine del Venezuela, questo dopo aver già attaccato, con un pretesto risibile, la Nigeria. Poi c’è l’Iran e c’è, naturalmente, Cuba che non può essere attaccata direttamente, ma che Trump pensa di poter strangolare perché non le arriverà più il petrolio venezuelano.
I Paesi latino-americani, a cominciare dal Brasile di Lula, sono in allarme perché il progetto di Trump è molto più ampio ed è di estirpare il cosiddetto “socialismo bolivariano”. Infine c’è la Groenlandia, di cui Trump vuole impossessarsi o su cui vuole comunque mettere il cappello per motivi “di sicurezza nazionale”, la sua e degli Stati Uniti, naturalmente.
Trump sembra essere preso da quello che, in termini medici, si chiama “marasma senile”. Ricorda l’Hitler del film di Chaplin che gioca a palla con un mappamondo. Solo che il mappamondo di Hitler era limitato ai Paesi di cultura tedesca europei (Austria, Sudeti, Cechia), mentre il mappamondo di Trump contiene il mondo intero.
Mentre Russia, Cina, Spagna hanno condannato senza mezzi termini le operazioni americane in Venezuela e dintorni, Giorgia Meloni ha affermato che l’aggressione americana è “legittima”. Riusciamo sempre a essere, fra i servi, i più servi.
Non escluderei nemmeno che, in questo grande gioco di scacchi, rientri anche il linciaggio mediatico cui sono sottoposto io in questi giorni. L’accusa è che sarei un “nazista”. A parer mio i nazisti, oggi, sono altri. Particolarmente preoccupante è che a queste palabras, che coinvolgono anche Travaglio, dia spazio e voce un giornale come Open, fondato e diretto da un giornalista prestigioso come Enrico Mentana, di cultura ebraica. Ma su questo argomento tornerò nei prossimi giorni, se mi sarà dato.
Contro questa strapotenza yankee alcune cose si possono fare. Le indico non in ordine di importanza. 1) Il Comitato Internazionale Olimpico (Cio) dovrebbe interdire i Giochi olimpici agli Stati Uniti, come è stato fatto per la Russia di Putin. 2) La Corte Penale Internazionale per i “crimini di guerra” (Cpi) dovrebbe mettere sotto accusa Trump, come già ha fatto con Putin e Netanyahu. È vero che la Russia, l’Ucraina, lo stesso Israele non riconoscono questo Tribunale, per non dire degli americani (loro, si sa, crimini non ne commettono mai). Però un’incriminazione della Cpi impedirebbe a Trump di svolazzare impunemente tra Mar-a-Lago e l’Europa, come già è per Putin e Netanyahu. Questo almeno in teoria perché, per quanto riguarda l’Italia, Matteo Salvini ha dichiarato che accoglierebbe Netanyahu a braccia aperte. 3) Via le basi americane, alcune nucleari, sparse un po’ per tutta l’Europa, in particolare in Germania ma anche in Italia. Si potrebbe fare? Secondo me sì, con un’azione di forza, togliendo l’impunità di fatto di cui godono i militari americani che vivono in un regime di extraterritorialità. Sarebbe uno scontro di terra e quindi gli americani non potrebbero far uso della Bomba perché se la getterebbero sui piedi. Qualcuno ricorderà, forse, il pilota rambo yankee che, volendo fare il fenomeno, tagliò le funi della funivia del Cermis (20 morti). È ritornato in America e non risulta che sia stato condannato. Idem per le ragazze napoletane stuprate da militari americani di base nel capoluogo campano. 4) Fogli di via per le aziende americane basate in Italia con conseguente ritiro delle aziende italiane che operano negli Stati Uniti (Cottarelli ci dirà se è per l’Italia un’operazione in pura perdita ma anche no). 5) Espulsione immediata di tutti i cittadini americani che si trovano attualmente in Italia, sia che ne abbiano la residenza sia che siano qui per turismo. Gli americani sono più pericolosi dei libici o dei marocchini o dei tunisini che intendono entrare clandestinamente in Italia e la cui strada viene regolarmente sbarrata dai niet di Salvini e di tutti gli antropologicamente razzisti nostrani, Feltri docet.
In Italia, a onta di Giorgia Meloni, sono nate organizzazioni e comitati “pro Maduro”. Manifestazioni organizzate, in genere, dai disprezzatissimi “maranza” e “pro Pal”. Ma non saremo certamente noi europei, divisi su tutto tranne che sul tappo alle bottigliette d’acqua, a bloccare l’egemonia americana nel mondo. Sarà la Cina. O, forse, anche l’Isis (e sono proprio queste mie dichiarazioni pro Isis quelle che più hanno scandalizzato le “anime belle”). Se l’Isis – cosa che ovviamente non auspichiamo – cominciasse a colpire a New York i locali del divertimento, come fece in Europa nel 2015, forse il cittadino medio americano, che di quei posti è il frequentatore, comincerebbe a pensare che la politica di Trump non è proprio l’ideale.
L’Isis è una sorta di contro-specchio dell’Occidente: come l’Occidente vuole imporre a tutto il mondo i propri valori, l’Isis vuole imporre i suoi. Ma, dirà il lettore, l’Isis è un’organizzazione terroristica e agli occhi dell’Occidente rappresenta il Male di tutti i mali. Ma io preferirò sempre un Male che si presenta come tale a un Bene Assoluto che fa le stesse cose del Male, mascherandosi però dietro le sacre parole di libertà, democrazia, dignità. Gli Isis mettono in gioco il loro corpo e la loro vita, non droni, non strangolamenti economici, non sotterfugi di ogni genere per nascondere, direbbe Nietzsche, la propria “volontà di potenza”.
Come vorrei che la mia rabbia e il mio disgusto fossero anche di tutte le brave e oneste persone che lavorano sodo in un sistema che le stritola. Forse la loro rivolta basterebbe per rovesciare il tavolo. Senza bisogno dell’Isis.
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L’alta corte dell’ Aia è equiparabile alla commissione che dà il premio Nobel a Stoccolma (specialmente quello per la pace ) . Sono completamente al servizio degli atlantisti quindi inaffidabili è dir poco . La Cina può utilizzare mezzi economici equivalenti come deterrenza avendo titoli del debito americano e la quasi esclusiva delle famose terre rare . In più ha un esercito formidabile e anche missili ipersonici .
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