
(Flavia Perina – lastampa.it) – Donald il Conquistador alla fine si rivela troppo anche per Giorgia Meloni, che ieri ha controfirmato una nota europea insolitamente dura a difesa della sovranità danese sulla Groenlandia e dei diritti di libertà e autodeterminazione di chi ci abita. È uno strappo rilevante per la destra politica italiana, che mai si è sognata di mettere in discussione l’interventismo militare della Casa Bianca, anzi ha condiviso con energia i temi ideologici che storicamente hanno sostenuto le operazioni armate del Pentagono: la lotta al comunismo (Vietnam, Cile, Grecia, Argentina, Cuba) la guerra al terrorismo (Afghanistan, Iraq, Nigeria, Iran, eccetera), la guerra alla droga (Panama e da ultimo il Venezuela). È il “diritto di golpe” americano contro i cattivi del mondo che ancora due giorni fa un giornale di quell’area rivendicava, ma come applicarlo alla pacifica e democratica Groenlandia, dove non c’è l’Isis, non ci sono comunisti, non si traffica Fentanyl? Nessuna delle ragioni (o alibi, fate voi) che hanno sorretto per un secolo la belligeranza americana risulta spendibile o utilizzabile, soprattutto dopo le ultime esternazioni pubbliche di Trump.
Con quei discorsi improvvisati il Presidente ha ridotto in briciole il racconto edificante che la sua amministrazione aveva costruito sull’arresto di Nicolas Maduro, dittatore, torturatore, narcos. Non solo ha indicato con chiarezza il vero motivo dell’azione – le enormi ricchezze petrolifere venezuelane – ma si è pronunciato in favore della continuità del governo, e quindi della permanenza al potere della cricca di satrapi che ha truffato e depredato Caracas: altro che “regime change”. Il rilancio delle ambizioni Usa sul quadrante danese ha fatto il resto. Anche chi, come la destra italiana, era ben disposta ad arrampicarsi sugli specchi in nome di antiche sintonie, non ha trovato più appigli.
«Cortocircuito», dicono le opposizioni, ma è una lettura parziale perché la verità è che persino i migliori amici di Donald il Conquistador speravano che il suo straparlare di annessioni e occupazioni fosse un’innocua esibizione di muscoli, un gioco per tenere mobilitata la base Maga. Ora hanno scoperto che non è così, non erano parole al vento ma progetti. E persino il piano più soft, prendersi la Groenlandia scavalcando Copenaghen, arruolando i separatisti locali, spingendoli prima alla vittoria e poi alla sottomissione agli Usa, risulta una ingerenza talmente enorme da non poter essere minimizzata e digerita.
A Giorgia Meloni va dato atto di aver agito di conseguenza, esponendosi – e forse è la prima volta – alle accuse di incoerenza dei suoi avversari. E magari è solo un episodio, al quale seguiranno (come ha fatto ieri Keir Starmer) rassicurazioni un po’ impapocchiate sulla persistenza di una relazione speciale con gli Usa. Ma sta di fatto che l’Europa ha espresso una posizione risoluta e che l’Italia l’ha formalmente condivisa, nero su bianco: non era scontato, non solo alla luce degli eventi recenti, non solo guardando alla lunga storia dei conservatori italiani, ma anche (soprattutto) tenendo conto della generale convinzione che a Trump il Conquistador basti pochissimo, un attimo di mancata compiacenza, per trasferire pure i migliori amici nella lista dei nemici.
Meloni a zig-zag: su Trump ora rinnega pure se stessa
Ultra-atlantista sul Venezuela, si smarca sulla Groenlandia e insiste su Kiev. Ma pochi anni fa invocava il diritto internazionale
(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – È dura la vita di un presidente del Consiglio: ogni giorno porta la sua pena. Sabato per Giorgia Meloni è stato un faticoso gioco di equilibrio a stelle e strisce sul raid americano in Venezuela per benedire la cattura di Nicolas Maduro da parte dell’amico Donald Trump.
Ieri, invece, tutt’altra storia. Meloni era attesa a Parigi per il vertice europeo dei “volenterosi”. La questione non è più il Venezuela, ma il nuovo appetito di Donald: la Groenlandia. A mezzogiorno, prima dell’incontro, arriva una nota politica di 7 leader continentali (Macron, Merz, Tusk, Sánchez, Starmer, il danese Frederiksen e appunto la nostra Meloni): “La sicurezza nell’Artico – scrivono – deve essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati Nato inclusi gli Stati Uniti, sostenendo i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini”. Messaggio per Trump, per una volta, affatto morbido: “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta a Danimarca e Groenlandia, e solo a loro decidere sulle questioni che riguardano Danimarca e Groenlandia”.
È il volto europeista della premier, quello che prova a tenere insieme l’asse con Washington senza farsi trascinare troppo lontano quando l’alleato americano mostra il suo lato più predatorio. Il problema per Meloni è che le due posture – atlantista a oltranza e poi improvvisa paladina del diritto internazionale e dell’interesse europeo – convivono a fatica nel giro di pochi giorni.
La giornata di Meloni è intensa. Prima di partire per Parigi, un passaggio all’ospedale Niguarda di Milano, in visita ai ragazzi ricoverati dopo la strage di Crans-Montana. Quindi, mentre varca l’ingresso dell’Eliseo, esce una nota di Palazzo Chigi per festeggiare la decisione della Commissione europea di stanziare altri 45 miliardi di euro per la politica agricola comune (“come richiesto dall’Italia”, scrive Meloni). Infine la riunione dei “volenterosi” sull’Ucraina. Qui Meloni torna a muoversi con sicurezza: Kiev è la linea rossa che non si tocca (anche se la premier ribadisce “l’esclusione dell’impiego di truppe italiane sul terreno”). Ma è l’accostamento dei casi a fotografare il precario equilibrismo meloniano. Venezuela, Groenlandia, Ucraina: tre dossier diversi, in cui il diritto internazionale viene prima invocato, poi piegato e messo tra parentesi, a seconda del contesto e dell’interlocutore.
Facendo ironia sulle contorsioni internazionali della premier, ieri Giuseppe Conte ha pubblicato sui social un vecchio intervento di Meloni in Parlamento quando era all’opposizione, nel 2018. La leader di Fratelli d’Italia contestava la politica servile dell’Italia nei confronti degli Stati Uniti, dopo l’attacco insieme a Francia e Gran Bretagna contro la Siria di Assad. “Credo che oggi l’Italia debba scegliere – diceva Meloni – se difendere il diritto internazionale e quindi dire no alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare”. Parole e postura di una leader oggettivamente irriconoscibile. “Capisco che possa essere utile a potenze nucleari come Stati Uniti, Francia o Gran Bretagna – proseguiva – ma non mi è esattamente chiaro perché dovrebbe essere utile a una nazione militarmente meno attrezzata come l’Italia disconoscere le Nazioni Unite e stabilire la legge del più forte”. Sembra preistoria politica, era solo la passata legislatura.
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hahahha …i volenterosi ….I Volenterosi hanno validato ieri a Parigi garanzie di sicurezza “robuste” per Kiev, “politicamente e giuridicamente vincolanti”, pronte ad attivarsi una volta entrato in vigore un cessate il fuoco con la Russia e in caso di un nuovo attacco russo che sarà posto sotto la regia degli Stati Uniti. Impegni che includono “l’utilizzo di capacità militari, il sostegno in materia di intelligence e di logistica, iniziative diplomatiche e l’adozione di ulteriori sanzioni”.
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In effetti dovranno aspettare che Putin decida,,,dopo di che loro prenderanno a garantire anche la Russia ! hahahha.. grandi ipocriti perchè lo sanno cosa vuole Putin..fuori la Nato e le regioni russofobe.
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Ma sai , c’erano tutti quegli altri che la pensavano così ( non proprio tanto coerentemente rispetto al caso Maduro) sulla Groellandia che si è sentita in imbarazzo e ha sposato convenientemente la loro tesi . Della serie : io non mi piego ma mi spezzo .
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Certo che con l’andare del tempo l’equilibrismo va a farsi fottere… quanto prima la fulimbonica capa …….cadrà!
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Era meglio se si fosse interessata fattivamente alle Threesome casalinghe del giam/bruno
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La Meloni dolente o volente (????) ha comunque firmato la nota politica……!!!!! adesso da piu’ parti in Europa si chiede di inviare un presidio militare europeo in Groenlandia….e se cosi’ sara’…ecco quello sara’ il vero banco di prova per la PdC: ennesimo azzerbinamento al petroliere e palazzinaro yankee o sincero europeismo……….
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