(Alessio Mannino – lafionda.org) – Sequestrando e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a scorgere i limiti futuri. Giustamente si sottolinea che la politica di ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno ipocriti e più brutali. E da un anno a questa parte c’era già chi – compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”, ecc) con cui era  ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington. Altrimenti, buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Aeropago ateniese in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.

Il realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta quello di vassalli. Uno status di asservimento destinato a peggiorare. L’Italia è presa fra due fuochi: l’alleanza-sudditanza alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles. E da bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due padroni (ché poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di BlackRock, da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in seno al blocco imperiale).

Da Maastricht in poi, il padrone europeo, vale a dire tedesco, ci tiene le mani legate nel vincolo finanziario, mantenendoci ora attardati in una ormai anacronistica ostilità verso la Russia. Il padrone statunitense, invece, non molla la Nato e le basi americane sul nostro suolo, e ci aggiunge la beffa di farcene pagare di più il costo, comprando le sue armi e sostenendo così il suo debito. Per Trump, gli europei devono solo recitare la parte dei clientes appecoronati. Il riarmo, va da sé, rappresenta l’attuale anello di congiunzione dei due vincoli esterni, normalizzando il militarismo come fonte di rilegittimazione per oligarchi asserragliati nel Palazzo.

Se l’Italia e l’Europa non avessero ai loro vertici dei camerieri di chi lucra sullo stato di belligeranza permanente, avrebbero la loro naturale convenienza a fare da mediatori con l’arcipelago dei Brics, o quanto meno con la parte dei Brics obiettivamente più interessata a coltivare relazioni mondiali basate sulla ricerca di accordi e compromessi di reciproco vantaggio. Ma Cina e Russia sembrano pugili suonati. Ad offuscare le menti delle coscienze critiche, d’altro canto, è il malinteso ordine di priorità attribuito al sabotaggio dell’uno o dell’altro dei due estremi – servaggio atlantico o carcere europeista – nella stretta incrociata che ci cinge il collo.

I Machiavelli per meno abbienti che pensano di “cavalcare la tigre Trump” che ci libererà dell’Unione Europea peccano di whishful thinking: la Germania, e come sempre in subordine la Francia, proprio in quanto entrambe in difficoltà non hanno alcun interesse a rinunciare al guinzaglio di Bruxelles, strumento di dominio che torna loro utile per tenere avvinta e condizionata l’Italia della Meloni, tendenzialmente filo-trumpiana. Il nostro Paese non ha la forza né la volontà politica per staccarsi autonomamente dalla morta gora europea, e quand’anche fosse determinata a farlo, incontrerebbe resistenze, interne ed esterne, fortissime. Insomma, si tratta di uno scenario che, per quanto auspicabile, resta molto poco plausibile. La battaglia contro l’Ue è sacrosanta, ma le illusioni lasciamole agli illusi. O agli illusionisti.

A dare le carte è il gangster a stelle e strisce, che oggi rappresenta il pericolo numero uno per la sicurezza del pianeta. Tifare più o meno implicitamente per il bandito della Casa Bianca come “uomo della Provvidenza”, anche in chiave anti-Ue, vuol dire rendersene complici. Non solo moralmente ma politicamente, economicamente e, infine, anche culturalmente. Arrivati a questo punto, la premessa di qualsiasi ragionamento, almeno in un’ottica radicalmente critica, non può che consistere nella denuncia della soggezione all’americanismo in tutte le sue forme. Inclusa l’ultima. Americanismo è il termine geostorico che equivale a liberal-capitalismo (trasformatosi oggi in tecno-feudalesimo). Dagli albori, il “modello” americano si fonda sulla religione del successo individuale (la “ricerca della felicità”, introiettata a un impossibile diritto), vale a dire sull’avidità primaria, infantile e famelica eretta a etica e visione del mondo. In questo senso Trump, che la traspone su scala nazionale equiparando gli Stati Uniti a una multinazionale che agisce senza rispetto per nulla e nessuno, ne incarna l’evoluzione più coerente e fisiologica.

Questa immagine di mondo è il nucleo concettuale ed esistenziale della barbarie. Va rigettata in blocco, e da questo rifiuto prendere le mosse per ripensare non solo la convivenza fra popoli, ma prima ancora un contro-modello di società e di vita umana. Senza elaborare e sciogliere questo nodo, chi a cuore un’Italia sovrana (che significa semplicemente, nei limiti del possibile, libera e autonoma) continuerà a fare del sovranismo spicciolo, miope e palesemente, adesso, funzionale all’imperialismo dello zio Donald, che sulla sovranità ci sputa e risputa sopra. Uno Stato sovrano, in sé, è la cornice: dentro, va fin dall’inizio dipinto il quadro di cosa ci si vuol fare, con un’ipotetica sovranità riconquista. E non basta chiamarla “democratica”, se prima non si concorda con precisione sul significato di “democrazia”. La democrazia non è un metodo asettico, una semplice tecnica di governo: presuppone una scelta di campo di fondo, in sintesi la priorità data per principio alle esigenze dei meno economicamente attrezzati, il demos (se non suonasse ottocentesco, si potrebbe anche parlare, come suo sostanziale sinonimo, di socialismo).

Ecco perché l’America, intesa come spirito che cambia forme ma non sostanza, riassume in sé le caratteristiche del nemico principale: perché per sua essenza è l’esatto opposto di quel che dovremmo essere, e che in passato siamo stati solo in parte (i nostalgici di Fanfani, Andreotti e Craxi continuino pure a sfogliare gli album dei ricordi in bianco e nero, se son contenti così). Questo, quanto meno, se volessimo pensare da italiani, e non da italo-americanizzati. Né da beoti votanti per quella farsa di Europarlamento, o spettatori di quella copertura per cancellerie franco-tedesche che è la Commissione. Sudditi, cioè, di una democrazia farlocca tanto a Bruxelles quanto a Roma, sulla scia e in virtù del preclaro esempio di Washington. Ogni giorno che passa non possiamo non dirci sempre di più, prima di tutto, anti-americani.