
(di Antonio Pitoni – lanotiziagiornale.it) – Non era il rovesciamento di un tiranno, per esportare la democrazia in una dittatura, né la lotta al narcotraffico il motivo del sequestro lampo del presidente venezuelano Maduro ordinato dall’aspirante premio Nobel, Trump. Innanzitutto perché all’arresto (illegale) dell’erede di Chavez non è seguito, almeno formalmente, un regime change a Caracas. Al contrario, la vice presidente Delcy Rodriguez ha preso il posto di Maduro con il placet della Corte Costituzionale e il sostegno dell’esercito venezuelani.
Più che a un cambio di regime, quindi, siamo di fronte ad un cambio di leadership all’interno dello stesso regime. Come del resto dimostra la bocciatura da parte degli Usa di un’ipotetica transizione guidata da Maria Corina Machado, fresca di Premio Nobel per la pace, che ha accolto con dichiarazioni di giubilo il rapimento camuffato da arresto dell’ormai deposto presidente, avallando de facto l’uso arbitrario della forza, da parte degli Stati Uniti, in violazione dei più basilari principi del diritto internazionale. Ma non era neppure la lotta al narcotraffico, usata da paravento dell’operazione, il motore di questa esibizione muscolare rivendicata dagli Usa come grande successo militare. “Se vogliamo essere sinceri e seri, il Venezuela, parlando di narcotraffico, è l’ultimo dei Paesi sudamericani del quale interessarci – ha spiegato il Procuratore di Napoli, Nicola Gratteri -. Perché la cocaina si produce in Colombia, Bolivia e Perù: che c’entra il Venezuela?”.
È stato del resto lo stesso Trump, che con i suoi metodi brutali ci ha risparmiato almeno quel velo di ipocrisia con il quale gli Usa dalla fine della II Guerra mondiale in poi hanno cercato di ammantare le peggiori nefandezze compiute negli ultimi ottant’anni, a svelare il vero motivo dell’invasione: “Gli Stati Uniti hanno bisogno di accesso totale al petrolio e a altre risorse in Venezuela”. E di fronte a questo stravolgimento dell’ordine mondiale, iniziato con il sostegno indiscusso ad Israele nel massacro dei palestinesi, proseguito a suon di missili contro l’Iran, lo Yemen e la Nigeria, fino all’operazione venezuelana, l’Europa non ha perso occasione per confermare la sua inconsistenza nello scenario internazionale. In bilico tra il vassallaggio e la cieca obbedienza agli Usa, dai quali hanno già subito senza battere ciglio l’imposizione dei dazi sulle esportazioni verso gli Stati Uniti e, per i Paesi membri della Nato, l’innalzamento al 5% del Pil delle spese militari che ingrasseranno l’industria bellica americana.
Nessuna condanna da Bruxelles e dai leaderini Ue per l’operazione illegale in Venezuela – tragicomicamente definita “un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza” dalla premier italiana Meloni – che, Carta Onu alla mano, costituisce una palese violazione dell’articolo 2 paragrafo 4 (divieto dell’uso della forza se non in caso di un attacco armato già sferrato). Ma ora che Trump è tornato a rivendicare il possesso della Groenlandia, battente bandiera danese, che farà l’Europa di fronte ad un attacco arbitrario degli Stati Uniti contro un Paese Ue? Il doppio standard, quello dell’aggressore e l’aggredito, che vale per la Russia in Ucraina, ma non per Israele a Gaza e neppure per gli Usa in Venezuela, sta per presentare il conto. In caso di attacco diretto da parte di un nemico considerato alleato ad un’Europa con gli arsenali militari svuotati dal conflitto contro il nemico immaginario Putin, Trump potrà senz’altro candidarsi al prossimo Premio igNobel per la guerra. I leader Ue a quello per l’incapacità.
Firmare e votare per noi
(Di Marco Travaglio) – La raccolta di firme per il referendum sulla separazione dei magistrati e lo sdoppiamento del Csm (che anzi si fa in tre con l’Alta Corte disciplinare) è giunta a quota 230 mila in due settimane. Ma bisogna continuare a firmare, perché per il traguardo del mezzo milione c’è tempo sino a fine gennaio. Intanto la propaganda del Sì sta eguagliando i record ballistici della schiforma Renzi-Boschi-Verdini del 2016, quando tentarono di farci credere che il Sì avrebbe garantito cure migliori contro il cancro. Ora il mantra è che, separando le carriere, non avremo più un “caso Tortora”. E il guaio è che lo raccontano anche i congiunti del presentatore. Enzo Tortora, accusato da alcuni pentiti, fu indagato e arrestato nel 1983 per associazione camorristica e traffico di cocaina in un’indagine affidata col vecchio Codice da due pm antimafia di Napoli (requirenti) a un giudice istruttore (giudicante). Dopo 7 mesi di custodia cautelare, ottenne i domiciliari. Nel 1984 fu eletto eurodeputato con i Radicali, uscì di prigione grazie all’immunità e nel 1985 affrontò da libero il maxiprocesso alla Nuova Camorra Organizzata. Condannato dal Tribunale a 10 anni nel 1985, si dimise dal Parlamento europeo e tornò ai domiciliari. Nel 1986 fu assolto in appello e nel 1987 la Cassazione confermò la sentenza in via definitiva.
Se le carriere fossero state separate e fosse vero che i magistrati si danno ragione a vicenda perché appartengono alla stessa “famiglia”, i giudici di appello e di Cassazione mai avrebbero osato contraddire il collega giudice istruttore che aveva arrestato e rinviato a giudizio Tortora; e men che meno i tre colleghi giudici di primo grado che l’avevano condannato. Seguendo la “logica” dei separatisti, il presentatore sarebbe stato condannato anche in secondo e terzo grado. Spacciato da Meloni, Tajani&C. per uno spot al Sì, il caso Tortora è un formidabile spot al No. Anche perché la “riforma” sfigura la mentalità dei pm. Oggi i futuri pm e giudici vengono educati dopo la laurea alla “cultura della giurisdizione” (dire giustizia), cioè alla ricerca della verità processuale senza pregiudizi favorevoli o sfavorevoli, né timori di ripercussioni, né ansie di “risultato” o di “vittoria”: cioè con equilibrio e imparzialità. Possono sbagliare, come tutti gli umani. Ma il sistema, con i suoi tanti (troppi) gradi e fasi di giudizio, fa il possibile per correggere gli errori. Se i pm fossero sganciati dai giudici e dunque dalla cultura della verità e dell’imparzialità e si autogestissero in un Csm tutto per loro, diventerebbero molto meno equilibrati, più “accaniti” e attenti al “risultato”, senza andare tanto per il sottile. E gli errori, anziché ridursi, aumenterebbero. La riforma Nordio non è contro i magistrati: è contro tutti noi cittadini.
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Il Signor G. aveva capito tutto da tempo. 😔
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”E immagino tu e lui due americani
sicuri e sani un poco alla J. Wayne
portare avanti i vostri miti kennediani
far scuola agli indiani
amore ed ecologia lassù nel Maine
E ad insegnare alla povera gente
per poco o niente, vita quasi pia
fingendo o non sapendo proprio niente
di quello che può ancora far la CIA
santi dell’Occidente
per gli USA e così sia (F. Guccini, 100 Pennsylvania av)
E ora un pò di Groenlandia:
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Una volta dissi a Matteo: ”parli come Piero Angela, gesticoli come Alberto e sei più grossi di loro 2 messi insieme”
E lui: ”userò questa definizione per descrivermi su Linkedin. Per piacere non chiedermi il copyright”. 😀
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Questa riforma è solo un pretesto . Al fatto che dividendo le carriere la giustizia sarebbe più giusta e funzionante non ci credono per prima loro cioè quelli che l’ hanno messa in atto e la propagandano come panacea di tutti i mali. Lo scopo vero è quello di infliggere ai magistrati un proprio volere per intimidirli ossia fargli capire che chi comanda sono i politici che quindi non possono essere messi sullo stesso piano dei comuni cittadini .
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SUL VENEZUELA – Viviana Vivarelli
Ho sentito un video di alcuni giornalisti venezuelani sull’ignobile attacco subito dal loro Paese.
Il primo giorno è regnato l’orrore. A sentire che 40 elicotteri militari USA avevano attaccato Maduro, uccidendo gli 80 soldati della sua scorta e sequestrando il Presidente con la moglie è subentrato un attonito silenzio, come se fosse impossibile credere alle notizie. Poi sono esplose le manifestazioni di piazza antiamericane. Le scene di giubilo che ci hanno fatto vedere in televisione sono di esuli venezuelani, non sono state girate in Venezuela ma negli Stati Uniti ma ce le hanno presentate come se si trattasse dell’esultanza di un popolo “liberato”.
Trump non ha nemmeno fatto ricorso alle solite induzioni ipocrite dei suoi predecessori. Non ha parlato di esportazione di democrazia e anche la dichiarazione fasulla di lotta al narcotraffico è stata dimenticata presto con la protervia di frasi molto esplicite: “Ci riprendiamo il nostro petrolio!” Una sporca guerra di conquista, nemmeno edulcorata con la solita propaganda ingannevole, buona per i deboli di mente. E sentire la nostra Meloni dire che tutto questo è “legittimo” e si tratta di una guerra “difensiva” è stato vomitevole.
Il linguaggio usato per descrivere il rapimento è esso stesso ingannevole. Si dice che Maduro è stato “catturato”. Un generale cattura, un assassino “sequestra”. E con questo ennesimo atto di brutale violenza Trump si esibisce con impudenza come gangster internazionale, contro qualunque ordine costituito. Nemmeno la finzione che per decenni ha coperto e mistificato le aggressioni americane contro il resto del mondo ma un assassino che impone i suoi misfatti con la prepotenza del mostro.
Con queste parole micidiali Trump ha dichiarato che nessun Paese del mondo sarà più al sicuro. Chiunque, specie se possiede risorse petrolifere o terre rare, potrà essere invaso e saccheggiato.
Il nuovo Attila ha mostrato la sua faccia più bieca e diretta. “Il mondo è mio!” “Esistono solo gli Stati uniti e il resto del mondo, specie l’America latina, è “il cortile di casa”!
Se il primo Trump aveva vinto le elezioni parlando di isolazionismo americano e di un Governo che avrebbe chiuso tutte le guerre e portato al successo economico l’America, questo è il Trump del suo spot dove lo si vede su un aereo mentre defeca su tutto il mondo, il Monarca assoluto che ha spezzato in un sol colpo qualunque balla sia stata mai raccontata dal 1776 ad oggi sulla decantata “democrazia” americana.
In realtà questa non è mai esistita, iniziando subito con lo sterminio dei nativi e l’importazione di schiavi dall’Africa. È stata solo un grosso abbaglio propagandistico per instillare nelle menti del mondo la falsa immagine di un’America, “più grande democrazia del mondo”, “esportatrice di democrazia e di pace”, “sentinella dei diritti umani e civili”, un grosso apparato propagandistico in cui sono caduti come gonzi i cittadini dell’Occidente, ipnotizzati dai presunti vantaggi del capitalismo più feroce, travestito da liberalismo, oppure pronti a correre nella corruzione di mangiatoie ben retribuite.
Nei fatti la storia della “più grande democrazia del mondo” è stata scritta col sangue, l’oppressione, la decapitazione delle nascenti democrazie, la depredazione delle risorse di mezzo mondo, lo sterminio di interi popoli. È stato tutto un succedersi di attacchi militari, colpi di stato, corruzione di interi partiti, destabilizzazioni, guerre dichiarate e occulte, distruzioni, rovine.
Da decine di anni la politica americana non è fatta per il popolo americano ma per gli interessi delle grandi banche e dei fondi di investimento, che investono in guerre e devastazioni di interi Paesi o in speculazioni di Borsa dove si scommette sul fallimento delle Nazioni per prendere i loro beni con le armi dell’austerità, delle privatizzazioni, del controllo delle informazioni, delle politiche monetarie o fiscali, del traffico di armi, delle guerre senza fine. A tal fine la corruzione non ha badato a spese, con la compravendita di capi di Stato, Ministri, interi partiti come la destra o la falsa sinistra moderata come il Pd.
Negli ultimi 75 anni si è parlato sempre di più delle “Sette Sorelle” del petrolio. L’espressione fu coniata da Enrico Mattei, lo storico presidente dell’ENI, che voleva che il petrolio italiano restasse all’Italia. Mattei utilizzò questa metafora per descrivere il cartello di compagnie petrolifere che ha dominato il mercato mondiale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le definì “sorelle” perché, pur essendo formalmente concorrenti, agivano in modo coordinato come una famiglia per proteggere i propri profitti e bloccare l’ingresso di nuovi attori (come l’italiana AGIP/ENI). Le compagnie originarie erano principalmente americane e britanniche, per questo Gran Bretagna e Stati Uniti hanno sempre avuto una politica estera comune, allacciata, chiunque andasse al potere in Gran Bretagna (vedi oggi Starmer) o chiunque vincesse negli Stati Uniti (i Kennedy come Trump). Del resto la Meloni è passata senza batter ciglio dall’ossequio a Biden a quello a Trump, perché tra repubblicani e democratici, sul piano dell’aggressione al mondo non c’è nessuna differenza, come non ce n’è mai stata tra Obama o Clinton e Trump. Solo i modi sono cambiati e al posto dei fascinosi discorsi dei Kennedy abbiamo ora il linguaggio duro e brutale da scaricatore di porto di Trump, ma la sostanza resta la stessa, come restano gli stessi i capi di Stato europei che sotto nomi di partiti diversi e apparentemente opposti hanno portato avanti la stessa sudditanza agli USA, ubbedendo agli stessi ordini che imponevano le privatizzazioni dei beni pubblici, la negazione dei diritti di lavoratori e poveri, la protezione del capitale, la tutela delle banche, il riarmo, la partecipazione alle guerre americane, la censura sull’informazione, la depressione dell’economia, le sanzioni ad altri popoli, la miseria come ordine politico. E da questo punto di vista, in Italia, non c’è stata nessuna differenza tra Pannella o Monti, tra Renzi o Draghi, tra Prodi o la Meloni. Il resto è stato paccottiglia per imbonire i popoli perché i piccoli si scannassero tra loro in piccoli divisione da cortile, come i polli che si beccano tra loro ma finiranno tutti in padella, anzi la tifoseria politica con i suoi abbagli da dementi ha contribuito all’inganno generale, distraendo il popolino da quelli che sono sempre stati i reali nemici della democrazia: le plutocrazie, cioè gli oligarchi mondiali.
Ma da un secolo chi comanda davvero l’Occidente non è la von der Leyen o il Presidente americano ma le grandi società petrolifere, che ora si sono buttate anche sulle terre rare, così necesarie alle nuove tecnologie: Standard Oil of New Jersey (poi Exxon), Royal Dutch Shell (anglo-olandese), Anglo-Persian Oil Company (poi BP), Standard Oil of New York (poi Mobil), Texaco, Standard Oil of California (poi Chevron), Gulf Oil, 3, insomma tutto il monopolio occidentale sul petrolio. Molte di queste società si sono fuse tra loro (ad esempio Exxon e Mobil sono diventate ExxonMobil). Negli ultimi anni, il Financial Times ha introdotto il concetto di “Nuove Sette Sorelle”, riferendosi alle grandi compagnie di Stato dei paesi emergenti come Saudi Aramco (Arabia Saudita), Gazprom (Russia) e CNPC (Cina). Sono passati tre quarti di secolo da quando Mattei pronunciò per la prima volta quell’espressione, che ancora oggi resta il simbolo del potere geopolitico legato all’energia.
E ora è la volta del Venezuela, poi verrà il turno della Danimarca, della Guyana, dell’Iran e perché non del Canada? Col nuovo Papa americano che se ne esce a dire che “la NATO non ha mai fatto guerre”!!?? Ma dove?
Le guerre americane seguono una rotta ben precisa.
Guardate l’ordine dei Paesi che hanno più petrolio al mondo e vedrete quali sono i Paesi dove gli yankee hanno “esportato” democrazia:
Venezuela – ~303 miliardi, 1° paese
Iran – ~209 miliardi , 2° paese
Iraq – ~145 miliardi. 4° paese
Kuwait – ~101,5 miliardi, 6° paese
Libia – ~48 miliardi. 8° Paese
A questi dovremo aggiungere ora chi possiede più terre rare (Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Promezio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio,
Lutezio, Scandio, Ittrio). Servono alla tecnologia moderna, ai motori delle auto elettriche, alle turbine delle pale eoliche, alle batterie ricaricabili, all’elettronica di consumo, ai cellulari, ai computer, ai televisori, ai sistema spaziali e militari, sono vitali per l’industria bellica per missili e radar, per la raffinazione del petrolio, per le marmitte catalitiche…
I paesi che ne hanno di più sono Cina (per un 44% delle riserve mondiali), Vietnam, Brasile, Russia 10%, India, Australia, Stati Uniti, Groenlandia. Esportiamo democrazia anche in Groenlandia? E’ nell’Unione Europea? Il padrone del mondo se ne frega.
Il legame tra le “Sette Sorelle” (le grandi compagnie petrolifere che hanno dominato il XX secolo) e le terre rare rappresenta il passaggio epocale dall’era degli idrocarburi a quella della transizione energetica. Questa è l’unica transizione che interessa Trump.
Le dinamiche geopolitiche e industriali che le circondano sono sorprendentemente simili. Il Paradigma dell’economia mondiale è cambiato passando dal Petrolio ai Metalli
Le “Sette Sorelle” (Exxon, Mobil, Chevron, Gulf, Texaco, BP e Shell) hanno costruito il loro potere sul controllo dei flussi di greggio. Oggi, quel potere si sta spostando verso chi controlla le terre rare. Mentre nel ‘900 il controllo del mercato era frammentato tra le compagnie anglo-americane e i paesi dell’OPEC, oggi il mercato delle terre rare è caratterizzato da un monopolio di fatto: la Cina, che controlla circa il 60% della produzione mineraria e oltre l’80% della capacità di raffinazione. Ecco perché la Cina, oggi, più della Russia è il maggior nemico degli Stati uniti. Scordatevi le balle su comunismo e capitalismo.
La Cina agisce oggi nei confronti delle terre rare con la stessa forza contrattuale e strategica che le Sette Sorelle esercitavano sul petrolio negli anni ’50. Ma, mentre la grossezza americana conquista con le bombe, la corruzione di partiti politici e i colpi di stato, la finezza cinese ha operato una penetrazione del mondo più sottile attraverso le vie commerciali, specie in Africa, dove ormai si è insediata tenacemente. L’America bombarda, la Cina compra. Ecco perché le strategie brutali degli eserciti oggi sono obsolete. Gli Stati uniti combattono e perdono. I Cinesi comprano, si insediano, sfruttano e vincono.
Oggi le Big Oil sono state sostituite dalle “Big Energy”. Le eredi delle Sette Sorelle non sono rimaste a guardare. Per evitare l’obsolescenza, stanno diversificando i loro investimenti:
Aziende come ExxonMobil e Equinor stanno investendo in tecnologie per estrarre litio e altri minerali critici dalle salamoie dei campi petroliferi.
Intanto i popoli stanno a guardare, mentre le loro dirigenze, al soldo degli Stati Uniti, nel quadro di corruzione più grande di tutti i tempi, vendono le nostre vite in cambio di solidi denari da rimpiattare nei solidissimi paradisi fiscali, al punto che, con rara sfacciataggine, hanno eletto Presidente dell’Ue proprio il gestore di uno di questi, Junker.
Ma quello che la gente dovrebbe capire, e che Di Battista sta ripetendo da anni, è che né la von der Leyen né Trump né Macron contano qualcosa, sono essi stessi i burattini delle grandi multinazionali e dei grandi fondi bancari collegati ad esse. Sono i loro strumenti ma non contano una cippa.
E se il secondo Trump è così diverso del primo è perché questi grossi gruppi di potere gli hanno ordinato di procedere velocemente senza tanto badare alla forma prima che la Russia+la Cina+l’Iran si prendano il mazzo, accaparrandosi il vero valore del mondo, che non sono certo i diritti umani e civili o tanto meno la democrazia, ma le materie che servono alla nuova tecnologia.
E intanto che il popolino si scaglia contro Trump o contro la Meloni, il nuovo oro soppianta anche il dollaro o l’oro, mentre la sete di potere acceca i potenti e minaccia la catastrofe nucleare e la massa nemmeno capisce cosa accade e chi tira i fili e si snerva in litigi vani e sterili, in divisioni fasulle, come gli ultras della curva nord o sud, nell’impotenza e nell’ignoranza più totali. Non capisce nemmeno che tra un Prodi e un Trump o tra una Shlein e una Meloni, o tra un Draghi e un Vannacci non c’è nessuna differenza. Sono piccole comparse ubbidienti che stanno agli ordini per un proprio piccolo sporco interesse, come burattini legati a un filo, che spargono parole, parolai del nulla che nemmeno vogliono scoprire le carte e mostrare la verità ma ubbidiscono al padrone e lo vediamo quando votano insieme per le privatizzazioni, o le rapine al popolo, o la guerra.
(Ho sentito dei giornalisti Venezuelani. Dicevano che Trump ha fatto un grande errore attaccando il Venezuela, perché può fare degli attacchi aerei ma se posa lo stivale sul suolo venezuelano è perduto, perché il Venezuela non è un deserto come l’Irak, è un paese difficile, pieno di montagne, di giungle, impenetrabile, inospitale, dove gli Americani si impantanerebbero come nel Vietnam, e aprirebbero una guerra infinita per finire poi con un ritiro, come in Afganistan, lasciando il potere a quelli di prima, perché gli Americani una cosa sanno fare: aprire guerre, ma una cosa non sanno fare: chiuderle.)
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OT
E’ tornato dalle vacanze Mentana. Fresco, rilassato, sorridente, ha preso in mano la narrazione dei fatti venezuelani con piglio sicuro e non senza un pizzico di fatalismo, ben lontano da qualsiasi segno di indignazione. D’altronde, direbbe lui, non rientra nei compiti di un conduttore di tiggì esprimere valutazioni etiche o politiche di sorta. Il suo ruolo è semmai, come da perfetto esponente dell’establishment mediatico, comunicare la cronaca dei fatti al pubblico televisivo perché se ne faccia autonomamente un giudizio obiettivo senza il concorso interpretativo, e per nulla ideologico (non sia mai), di her director, cioè di sé medesimo. Che negli anni si è costruito intorno un’aura artificiosa di obiettività che ha suggellato con la dichiarazione di neutralità di cui a riprova ha vantato più volte il rifiuto di andare a votare. Più equidistanza da tutto ciò che abbia sentore di partito preso, non c’è niente, secondo lui. Il telespettatore può stare tranquillo: a La7 troverà la verità obiettiva dei fatti, nudi e crudi… finché durerà la leggenda.
Strane considerazioni, le sue. Ricordo benissimo infatti la quasi maratona, ovviamente non h 24, durata ben 100 giorni sull’occupazione russa dell’Ucraina in associazione con Dario Fabbri che ha presentato alla platea tv come oculato esperto di strategie geopolitiche. In particolare, quando uno dei suoi due inviati sui luoghi in cui era infuriata la battaglia, dopo aver parlato con la gente del luogo, aveva vagamente fatto cenno al risentimento della popolazione locale a causa delle nefandezze subite per mano dell’esercito di Kiev negli anni precedenti (bombardamenti, caccia ai russofoni, 14mila vittime complessive, quasi 4mila solo civili, ad opera del battaglione Azov) la coppia presente in studio rispose quasi all’unisono che non c’era stato alcun problema precedente se non la cinica determinazione di Putin a conquistare il Donbass per soddisfare le sue “manie imperiali”. Tanto che avevo facilmente profetizzato la sua futura scomparsa da tutti gli schermi tv. Infatti, che fine ha fatto Luca Steinmann, valido cronista di guerra?? E’ rimasta solo la più addomesticabile Francesca Mannocchi.
Insomma, per Mentana e Fabbri quella storia ha avuto solo un inizio: 24 febbraio 2022. E prima? Buio completo!
D’altronde, cosa aspettarsi dalla rete tv di proprietà di Cairo, il maggior azionista del Corriere della Serva, il giornale che pubblicò in prima pagina le foto segnaletiche dei pacifisti italiani definiti con arroganza “putiniani”??
Mentana la racconti a sua nonna, la sedicente sua fredda obiettività!
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Non per niente era ospite anche lui, quando accolsero Zeze dall’essere di Porta a Porta nel maggio del 2023 …
https://www.raiplay.it/video/2023/05/Speciale-Porta-a-Porta-Zelenskyy-a-Porta-a-porta-13052023-cd7c6064-688e-4906-a3c3-cc6cfe9afcf7.html
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Io mi chiedo solo quale autorità e competenza in materia possa avere un Dario Fabbri che sull’Ucraina e su Gaza non ne ha mai azzeccata una nemmeno per sbaglio.
Che senso ha chiedergli un parere?
Per ricavarne uno contrario e sapere cosī come andranno effettivamente le cose?
In questo caso dovrebbero incrociare i pronostici con quelli di Fassino e molto probabilmente ci azzeccherebbero pure.
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E insisti! Prima la Vivarelli e la sua grandissima indignazione per il blitz ammeregano (mezza giornata, neanche un civile morto). Blitz, sia chiaro, che io ritengo alla stregua di un golpe. Poi tu, che ci tieni sempre a dire che Putin ha agito (invasione di un paese confinante, milioni di persone costrette ad andarsene, non so quanti civili ammazzati, intere città e villaggi e infrastrutture rasi al suolo) per “difendersi” dai nazisti di Azov. Ma quando la finirai di prenderci, e prenderti, per il cul*? Trump e Putin sono facce della stessa medaglia. L’unica differenza è che, in terminii di criminalità, il primo è più efficiente dell’altro.
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Scusa Loqua’,
ma ci fai o ci sei?? Devo chiedere lumi a mastro Sparviero. E studiare un po’ di storia, peraltro ravvicinata?? Fai una facile ricerca su google, vedrai che potrai scoprire tante cosette a cui non credi. Sono cronache e documenti riportati da tutti i giornali in quel periodo in cui si tenevano ancora lontani dal nasconderle, quando ancora era da venire la reazione difensiva dell’inquilino del Cremlino. Poi dopo, dal giorno dell’invasione, tutto dimenticato secondo i rigorosi “ordini” del mainstream filoamericano.
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C’è persino un servizio del telegiornale Rai del 2016 dove vengono documentati bombardamenti, distruzione , uccisione e ferimento di civili e resistenti del Donbass da parte dei nazionalisti ucraini, con condanna di questi ultimi e solidarietà per le vittime…..poi in Europa devono aver visto sventolare una svastica fra i nazionalisti ucraini ed hanno cambiato idea…..al cuore non si comanda perché il primo amore resta indimenticabile! Zio Adolf deve aver inviato un sms di congratulazioni alla Von der Arianen…..il sangue non è mica acqua!
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La democratica Americana e l’ altrettanto democratica Israele vincono il campionato di criminalità ….che efficienza, che gioco di squadra! Campioni del mondo sotto un cielo rosso-marrone che lacrima sangue e m…a!
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”che farà l’Europa di fronte ad un attacco arbitrario degli Stati Uniti contro un Paese Ue?”….che domande, chiederà l’applicazione dell’ articolo 5 della NATO! Restando seria…..mentre tutto il resto del mondo si scompiscia dalle risate! A crepapelle….che è proprio il termine azzeccato!
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Non riesco ad appassionarmi alle lotte politiche tipo questa sul referendum … Andrò a votare contro, ma rimango dell’idea che la nostra sia una democrazia di plastica e che se il potere vuole una cosa (tipo la separazione delle carriere, o l’acqua privata, o l’impunità per gli amici, o l’adozionde dello svedese come lingua nazionale, cit), in un modo o nell’altro, con una parte politica o con l’altra, presto o tardi la ottiene.
La politica all’interno di una colonia è come il wrestling, una grande farsa ad uso e consumo del pubblico che urla e si sbraccia e tifa, davanti a una finta competizione dove vincitori e vinti sono già decisi da prima di cominciare.
Mi immagino cittadini di vari paesi africani, colonie di fatto anche se ufficialmente indipendenti, votare, parteggiare, impegnarsi magari in lotte politiche … perfettamente inutili, perchè tanto poi arriva il padrone straniero e decide lui.
Senza informazione libera (e penso che siamo tutti d’accordo che questa praticamente non esista più, se non in nicchie marginali), la democrazia semplicemente non può esistere.
Io voto ancora per ora, anche se le elezioni sono un gioco truccato, più per abitudine che altro, ma senza speranza che il mio voto, il nostro voto, possa contare qualcosa. Ormai è chiaro che l’intera europa è una colonia, e se cambiano le politiche (tipo fare o non fare la guerra alla Russia) è solo perchè cambiano i padroni, e mi consolo che almeno non è solo l’Italia in queste condizioni.
Vedo molti appassionarsi alle votazioni, alle percentuali, alle primarie e ai programmi elettorali, e penso siano ingenui, o disinformati, o rimasti indietro, o nella migliore delle ipotesi inguaribili ottimisti. Per i commentatori a cottimo, pagati per vagare sui social a mentire, invece immagino un girone infernale tutto per loro, dove lo squallore di quello che fanno venga pienamente valorizzato.
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Oserei dire che da sempre funziona in questo modo. L’unica cosa che sostengo, è che è indispensabile andare a votare e bene. Perchè, come diceva Grillo in tempi non sospetti, prima che entrasse in politica, siamo sempre costretti a scegliere tra il peggio e il pochettino meno meno peggio, null’altro obbiettivamente ci è concesso.
Attualmente abbiamo certamente raggiunto un “buon livello” del PEGGIO. Se vogliamo venirne fuori, è indispensabile che la gente comune capisca, che un meno peggio di questo, lo potremo ottenere. Ma è necessario che ci sia una convinzione di massa, altrimenti questi proseguiranno a distruggere tutto con i loro cingolati… Conquiste che i nostri padri e/o nonni, si sono guadagnati, dopo anni di vittime e sofferenze.
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A Fabrizio e non solo.
Siamo maledettamente destinati a fare in modo che le cose non regrediscano ulteriormente. Non a migliorarle con riforme innovative indispensabili ma solo a che non peggiorino. E questa sarebbe già una finalità ultra-rivoluzionaria, visti i tempi miserabili che stiamo vivendo. Quindi nulla di veramente esaltante che ci stimoli e ci appassioni più di tanto. Da questo punto di vista il referendum è una battaglia necessaria ma che, una volta (e se) vinta, ci porterà di nuovo alla casella di partenza. Insomma, un semestre perso per una vittoria di Pirro, in una provincia, anzi un continente, semi-addormentato al servizio di un impero morente che ci sta trascinando nell’inferno prossimo venturo.
Bisognerebbe, per non morire, rivalutare Albert Camus un esistenzialista che si accontentava, nel suo mirabile saggio Il mito di Sisifo, di far risalire il masso fino alla cima pur sapendo che poi sarebbe inesorabilmente rotolato in fondo, per ricominciare da capo la stessa identica fatica di prima, e così via di seguito per sempre fino alla fine dei suoi giorni. Per lui, con il solo fatto ogni volta di spingerlo su, trovava un senso alla vita, piena di solidarietà e pena per se stesso e per il prossimo che stava persino peggio di lui. La democrazia (e tutto il resto) non è data una volta per tutte. Va continuamente manutenzionata e rinnovata forever. Una fatica immane ma obbligata.
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Sono ignorante in materia. Ho letto qualcosa adesso…ben poco per potermi esprimere. Teoria comunque interessante.
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Robcat,
solo per una preziosa infarinatura
https://vivereconfilosofia.substack.com/p/albert-camus-il-mito-di-sisifo-trovare
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Sono preoccupato per l’atteggiamento della fascistella nostrana che appoggia il platinato… E se un domani vengono in Italia una dozzina di elicotteri Trumpiani e rapiscono Mattarella che fà la fascistella? Appoggia gli aggressori?
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