
(Dott. Paolo Caruso) – Donald lo squalo, cannibalizza tutto. Minaccia il mondo e i Paesi che vuole occupare. Del machiavellico “Il fine giustifica i mezzi”, ne ha fatto la sua ideologia. Attenta la Groenlandia, l’Honduras, il Messico e la Colombia, e forse sotto altre forme subliminali anche l’Europa! Arriva il castigamatti, meno che te lo aspetti! Vuole annientare i dittatori. Perché non comincia dall’amico Putin, cui ha steso, in Alaska, il tappeto rosso, e la cui portavoce Marija Zakharova ci fa sapere che ” Trump fa sul serio “, perciò attenti tutti! Vuole purgare il mondo dai dittatori, però quelli a lui ostili. Fa balenare il nuovo Hitler. Può arrivare dove vuole, fin nella “alcova” di chi ritiene nemico. Prova a seminare terrore. Ma i suoi veri scopi sono gli affari. Avido, e senza ideali di valori umani, gli interessa solo il business degli affari. Dopo il blitz in Venezuela, ha esclusivamente parlato di guadagno dal petrolio, che il Venezuela, reso suo Protettorato gli deve. Affari e interessi suoi e della sua famiglia, senza che nessuno lo debba ostacolare. Fa rabbia e vergogna la prostrazione ai suoi piedi della Premier Meloni, sempre più servile al Tycoon, e pronta a giustificare i suoi discutibili comportamenti. Il fatto non ci stupisce più di tanto. Gli Italiani, a ruota? Del resto come diceva Mussolini “come si fa a non diventare padroni di un Paese di servitori? ” Ormai nei talk-show è uno sport parlare male e sputare sull’Europa, senza rendersi conto che si fa un piacere al “duo Trump-Putin” che la vogliono disgregare. Trump si è eretto a gendarme del mondo. E dall’alto della sua arroganza ritiene di potere minacciare di uccidere la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Dio salvi l’umanità, da questo “squalo” che ci potrebbe portare sull’orlo di una guerra mondiale!
Le precoci prodezze imprenditoriali di D. Trump di Paul Krugman April 24, 2025
C’è sempre la tendenza a pensare che le grandi ricchezze, il più delle volte, siano state guadagnate più o meno onestamente. Però si è scoperto che la sua prodezza imprenditoriale si è sviluppata precocemente: anzi, era talmente straordinaria che già in tenerissima età guadagnava 200mila dollari l’anno (ai valori odierni). Per essere precisi, è quello che guadagnava all’età di 3 anni. Arrivato a 8, era già milionario. Naturalmente i soldi venivano da suo padre, che passò decenni a evadere le tasse che era legalmente tenuto a pagare sui soldi che regalava ai suoi figli.Il servizio-bomba del NYT sulla storia di frodi della famiglia Trump riguarda in realtà due tipologie distinte, ma collegate tra loro, di raggiro.Da un lato, la famiglia praticava frodi fiscali usando una varietà di tecniche di riciclaggio di denaro per evitare di pagare quello che le spettava. Trump si è dipinto come un imprenditore che si è fatto da solo, guadagnando miliardi di dollari pur essendo partito da umili origini: è sempre stata una menzogna. Ha ereditato oltre 400 milioni di dollari da suo padre: Fred Trump, è sempre andato in soccorso finanziario del figlio ogni volta che i suoi affari sono andati male. La storia dei soldi di Trump si inserisce in una storia più grande.Fino a poco tempo fa, la maggior parte degli economisti, anche quelli esperti di tasse, avrebbero detto che l’elusione fiscale di ricchi e grandi aziende, che è legale, rappresenta un grosso problema, ma l’evasione fiscale (nascondere soldi al fisco) meno. Era evidente che alcuni ricchi sfruttavano le scappatoie legali (anche se moralmente discutibili) del codice fiscale, ma la visione prevalente era che defraudare sic et simpliciter le autorità fiscali, e quindi i cittadini, non fosse una pratica così diffusa nei Paesi avanzati. Un colpo di fortuna enorme arrivò sotto forma dei Panama Papers, un tesoro di dati trafugati da uno studio legale panamense specializzato nell’ aiutare le persone a nascondere la loro ricchezza in paradisi fiscali, e di una fuga di notizie di minore entità dalla banca e società di servizi finanziari Hsbc. DONALD -TRUMP TASSE NYT. L’inchiesta “più accurata di tutti i tempi”del New York Times tolse ai due la pelle. I Trump, iniziando da Fred il padre attraverso le generazioni, hanno turlupinato un sistema fiscale americano che lo stesso New York Times accusa di aver opposto “ben poca resistenza”.Piccoli palazzinari crescono Inizia tutto nel lontano 1962, con Kennedy alla Casa Bianca ed il suo futuro successore in una Prep School. Donald ha 16 anni e qualche mese. Il 1 giugno di quell’anno il Patriarca Fred prese un lotto di terra nel Queens e lo trasferì ad una società di nuova creazione. Lui sarebbe stato il presidente, i figli i proprietari. Anche quello di 16 anni, che grazie ad un palazzo di 52 piani prontamente realizzato si trovò, uscendo dall’università, a esser già milionario.Seconda mossa: 1992 la società che comprava tutto: “All County Building Supply and Maintenance”, e come suggerisce il nome logorroico si occupa di forniture per palazzi. I palazzi sono quelli dei Trump, le forniture tutto ciò che può servire a un condominio: dagli scaldabagni agli ascensori ai detersivi per pulire le scale. Tutto acquisito e fornito dai Trump ai Trump. Il problema è che “la All County servì ad aspirare milioni di dollari dai beni di Fred Trump per trasportarli nelle tasche dei proprietari della azienda, i figli” (malversazioni): si dichiaravano come comprati dalla All County materiali “già acquistati dai suoi dipendenti” per rendere quelle cifre “donazioni di fatto non soggette a tassazione”. E, come se non bastasse, “Fred Trump a questo punto usava le fatture dell’azienda per giustificare l’aumento degli affitti agli inquilini”. A babbo morto. Nel frattempo Trump, forte di un patrimonio non esattamente messo insieme da lui (a differenza dello story telling imposto durante la campagna elettorale), si mette in affari. Ma le cose non gli vanno benissimo, anzi “con la fine degli anni ’80 del secolo scorso le sue imprese, schiacciate dai debiti, iniziarono a registrare grosse perdite”. Tra queste c’era un casino di Atlantic City, la Las Vegas della Costa Est. Prosegue la storia che “nel 1990 Trump figlio tentò di far modificare il testamento del padre in uno modo tale che Fred, allarmato e indignato, ebbe di che temere che alla fine il suo impero sarebbe servito per scoprire le perdite degli affari del figlio”. Come ti smembro l’impero. Il padre passò a miglior vita nel 1999. Nel frattempo aveva passato ai figli, ma in particolare a Donald una pioggia di minidonazioni travestite da regalini: 10.000 euro a Natale, i soldi per la macchina (non certo una Fiat Topolino), stipendi dei dipendenti delle sue ditte pagate dalle sue, soldi per l’affitto degli uffici, soldi per curarne la ristrutturazione. Soldi persino per fare la Trump Tower, spacciata nella vulgata trumpiana come esempio del successo di un uomo pronto a puntare al cielo. Nel frattempo, i figli senza le fanfare, annunciano sottotono che lo hanno liquidato, spartendosene le spoglie nemmeno si trattasse del lascito di un lontano Zio d’America. A Donald tocca una bella fetta: 177 milioni di dollari, dato che aggiornato tenendo conto dell’inflazione oggi sarebbe di 237 milioni. Fin qui niente di male: ognuno della propria eredità fa quel che vuole.Ma qui il caso è diverso, perché il vero lascito era già stato effettuato sette anni prima, il 22 novembre del 1997, quando Fred era vivo e vegeto, anche se ormai vicino all’ultimo giorno. Traferì il grosso degli averi agli eredi, e per farlo dovette quantificarne l’entità. Padre e figli pare abbiano scelto le vie spicce: “minore il valore, minori le tasse sulla donazione. I Trump evitarono centinaia di milioni in tasse presentando dichiarazioni che di fatto sminuivano il valore delle loro proprietà, valutate 41,4 milioni. Salvo poi rivenderle nel decennio successivo a 16 volte tanto”. A conti fatti, quanto pagato al fisco sarebbe solo un decimo del dovuto.
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Il grande magazzino di lusso Bonwit Teller(oggi Trump tower) April 25, 2025 Estratto dal libro: “Arte e crimine: la lotta contro saccheggiatori, falsari e truffatori nel mondo dell’arte ad alto rischio”. Quando Donald Trump rase al suolo il Bonwit Teller Building, promise al Met i suoi fregi Art Déco. Il rapporto di Donald Trump con il Metropolitan Museum of Art è stato danneggiato in modo permanente fin dall’inizio. Si rifiutò di donare le opere d’arte che aveva promesso al museo e invece le fece distruggere. All’incrocio tra la Fifth Avenue e la 56th Street a Manhattan, prima della Trump Tower, sorgeva la catena di grandi magazzini di lusso Bonwit Teller and Co. Bonwit Teller, rilevò l’edificio nel 1930 e lo riaprì, collaborando con artisti di fama mondiale: Salvador Dalí,Jasper Johns e Robert Rauschenberg,James Rosenquist,Andy Warhol. Il costruttore non era nemmeno disposto a salvare le opere d’arte all’interno dell’edificio dalla distruzione, infrangendo una promessa fatta al celebre Metropolitan Museum of Art, perché il profitto e il tempo gli erano più cari della cultura.Trump acquistò il Bonwit Teller non per preservare un monumento storico,ma per creare un monumento a se stesso: la Trump Tower. La demolizione era già stata decisa al momento della firma dei contratti. E le opere d’arte che decoravano l’edificio interessarono al costruttore solo per un breve periodo, quando pensò di poterci fare affari e consolidare la propria reputazione. Trump aveva accettato di donarli entrambi, se i suoi operai fossero riusciti a rimuoverli dalle pareti. Le indagini del NYT e il WP, hanno dimostrato che Trump infranse la promessa e distrutto opere d’arte di valore. I giornalisti scoprirono che, quando il crimine culturale suscitò scalpore, Trump si nascose dietro uno pseudonimo e mentì al pubblico: “Quello che è seguito è stata una dimostrazione di arroganza, giustificazioni e rifiuto di domande difficili, ben nota a chiunque abbia osservato le interazioni di Trump con i media durante la sua (1a)campagna per la Casa Bianca”. Quando i giornalisti chiesero alla Trump Organization informazioni sull’esistenza dei due fregi Art Déco in pietra calcarea, un portavoce di nome John Barron rispose: 3 esperti indipendenti avevano stabilito che le opere non avevano “alcun valore artistico” e valevano al massimo una cifra stimata di 9.000 dollari. Secondo “Barron”, la rimozione sarebbe costata 32.000 dollari e avrebbe comportato un ritardo di una settimana e mezza nei lavori di demolizione. I giornalisti non rinunciarono alla ricerca di queste opere d’arte. In realtà, confermò il biografo di Trump, Harry Hurt III, lo stesso Trump si assicurò che agli operai fosse detto di rimuovere il reticolo di bronzo sopra l’ingresso con cannelli, separare i fregi dalle pareti con martelli pneumatici e strapparli con dei piedi di porco e che furono gettati all’interno dell’edificio, dove si frantumarono in un milione di pezzi. Trump ammise di aver adottato una falsa identità per spiegare il suo punto di vista al pubblico. Il presunto portavoce John Barron, che a volte si faceva chiamare Baron e occasionalmente si identificava come vicepresidente della Trump Organization, non era altri che Trump stesso. Nel marzo 2006, Melania e Donald Trump hanno chiamato il loro figlio Barron.
In un procedimento legale presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Meridionale di New York a Manhattan, riguardante l’impiego illegale di lavoratori polacchi nella costruzione della Trump Tower per 4 dollari all’ora, Trump ha ammesso che lui e uno dei suoi dirigenti hanno usato il nome John Barron in alcuni dei loro affari.
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