L’intervento del gennaio 2026 come atto fondativo di una nuova fase

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Gli eventi del 3 gennaio 2026 segnano un passaggio che difficilmente potrà essere derubricato a episodio contingente. Gli attacchi aerei statunitensi contro obiettivi venezuelani, inclusa Caracas, la cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, il loro trasferimento a New York per interrogatori, e la dichiarazione del presidente Donald Trump secondo cui gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela fino a una “transizione sicura, appropriata e giudiziosa”, compongono un quadro coerente. Non si tratta di una deviazione improvvisa dalla prassi americana, ma della manifestazione esplicita di una logica emisferica mai abbandonata.

Trump ha parlato senza ambiguità di amministrazione diretta, di riapertura del settore petrolifero alle compagnie statunitensi, di garanzie di sicurezza affidate a forze armate USA e di un recupero delle risorse energetiche come strumento anche per compensare i costi della ricostruzione. È caduta ogni cautela lessicale. La sovranità venezuelana viene sospesa in nome dell’ordine regionale.

Per comprendere il significato di questa scelta, occorre tornare alla Dottrina Monroe. Proclamata nel 1823 dal presidente James Monroe come principio di non-colonizzazione europea delle Americhe, essa è stata sin dall’inizio uno strumento di supremazia regionale. Con il corollario di Theodore Roosevelt del 1904, la dottrina diventa apertamente interventista: gli Stati Uniti si arrogano il diritto di intervenire per “stabilizzare” governi ritenuti incapaci o ostili. Haiti, Repubblica Dominicana, Nicaragua, Guatemala, Panama, Grenada non sono anomalie, ma tappe di una continuità storica in cui controllo politico, interessi economici e sicurezza si fondono.

Nel dopoguerra fredda, la Dottrina Monroe sembra arretrare sul piano formale, sostituita da una retorica universalista fatta di democrazia e diritti umani. In realtà, l’idea di “backyard” non scompare mai. Colpi di Stato sostenuti indirettamente, sanzioni economiche, pressione finanziaria restano strumenti centrali. Con il ritorno della competizione tra grandi potenze, questa logica riemerge senza più filtri. Non a caso, Trump ha richiamato apertamente la Dottrina Monroe negli annunci del 3 gennaio, arrivando a ribattezzarla in modo provocatorio “Donroe Doctrine”, mentre la strategia di sicurezza nazionale del 2025 ne fa un pilastro per contrastare le influenze extra-emisferiche.

Il Venezuela rappresenta il casus belli perfetto. Sul piano geopolitico, è profondamente intrecciato con Russia e Cina: armamenti, cooperazione militare, investimenti energetici, inserimento nei corridoi della Nuova Via della Seta. Non si tratta di affinità ideologiche, ma di una presenza strutturale di potenze rivali nello spazio che Washington considera vitale. Sul piano geoeconomico, il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere certificate al mondo, circa 300 miliardi di barili. Sotto Maduro, una parte significativa del settore è finita sotto il controllo di attori russi e cinesi. Trump ha parlato esplicitamente di “riprendersi” il petrolio, riaprendo il mercato a compagnie americane come ExxonMobil e Chevron.

La crisi politica interna – elezioni contestate nel 2024, repressione, collasso economico, esodo di milioni di persone – ha fornito la cornice narrativa. Ma democrazia e diritti umani appaiono elementi subordinati rispetto all’obiettivo strategico: ristabilire un ordine emisferico messo in discussione. L’intervento del 2026 arriva dopo mesi di buildup militare e decine di strike preliminari, in un momento di particolare debolezza del potere venezuelano e di crescente assertività americana.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Condanne diffuse in America Latina, timori di instabilità a catena, accuse di violazione del diritto internazionale. Cina e Russia hanno denunciato l’operazione come aggressione, mentre negli Stati Uniti il dibattito si è polarizzato tra sostenitori della rimozione di un “dittatore socialista” e critici per l’assenza di un mandato del Congresso.

In sintesi, l’intervento in Venezuela non inaugura una nuova dottrina, ma riporta alla luce quella originaria. La Dottrina Monroe si ripresenta nella sua forma più nuda: supremazia regionale, controllo delle risorse, esclusione dei rivali. Il Venezuela non è solo un obiettivo militare o politico. È un messaggio strategico. E, come spesso nella storia latinoamericana, il prezzo di questo messaggio rischia di essere pagato in instabilità duratura, più che in sicurezza.

Venezuela, Donald Trump non si fermerà: è un pericolo per tutti

(di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – Siamo stati facili profeti, pubblicando sabato un articolo, scritto per altro il giorno prima, dal titolo “Usa anti-Venezuela: è debolezza”. La notte scorsa gli americani hanno attaccato e bombardato Caracas e catturato il presidente, Nicolas Maduro, insieme alla moglie, nonostante Maduro, in un’intervista con lo scrittore spagnolo Ignacio Ramonet, si fosse dichiarato disponibile alla più ampia collaborazione con gli Usa nella lotta al narcotraffico. Che è il pretesto con cui Donald Trump, violando ogni norma del diritto internazionale, istituendo fantomatiche ‘no fly zone’, attaccando barchini venezuelani sempre in acque internazionali ha stretto di fatto il Venezuela in uno stato d’assedio. Questa la dichiarazione di Maduro: “Se vogliono parlare sul serio di un accordo di contrasto al narcotraffico, siamo pronti… Se vogliono il petrolio, il Venezuela è pronto per investimenti Usa, come con Chevron, quando vogliono, dove vogliono, come vogliono”. Invece sabato Trump ha dato il colpo decisivo e, per ora, definitivo.

Nel titolo del pezzo, che peraltro non ho fatto io, una cosa era sbagliata, almeno parzialmente, là dove si dice che l’aggressività degli Stati Uniti nei confronti di Caracas è un segno di debolezza. No, è una prova di forza che, per ora, non trova contrasto alcuno. Sono mesi che, in totale solitaria, con una serie di articoli denunciamo l’arbitrarietà e il pericolo che essa comporta dell’azione americana nelle acque, ed ora anche nel territorio, venezuelano. Il primo nostro articolo, del 21 ottobre 2025, così recitava nel titolo: “Attacco al Venezuela”.

Il Venezuela è interessante per gli Stati Uniti non solo per gli enormi giacimenti di petrolio, ma anche per gas, oro, diamanti, bauxite, coltan, cobalto, tutti materiali indispensabili per l’industria digitale, ma anche perché la Cina è il principale acquirente di petrolio venezuelano, con quasi il 4% delle importazioni petrolifere.

Ma Trump non intende fermarsi qui. Contestuale è l’attacco in Nigeria, contestato dallo stesso governo nigeriano, col risibile pretesto che vi si voleva difendere i cristiani che vivono lì. Nel frattempo Trump, non sazio, ha ribadito che vuole attaccare l’Iran per il nucleare del governo iraniano, che in realtà Teheran non possiede se non per utilizzi civili e medici (per fabbricare la Bomba l’arricchimento dell’uranio deve arrivare al 90% e secondo le ispezioni dell’Aia, che l’Iran ha sempre accettato, l’arricchimento dell’uranio iraniano non è mani andato oltre il 6%). Che cosa fanno gli europei, la Ue e il cosiddetto mondo occidentale? Hanno strillato come galline sgozzate per l’aggressione della Russia di Putin all’Ucraina, rifornendo quest’ultima di ogni sorta di aiuti economici e militari. Ma Putin voleva riprendersi un territorio suo da sempre, la Crimea, e annettersi i territori russofoni del Donbass. Non ha mai pensato di catturare Zelensky o di colpirlo direttamente: questo l’han fatto forse gli ucraini con attacchi a residenze private del presidente russo, anche se finora smentiti.

La situazione è ulteriormente preoccupante, perché The Donald, oltre a essere già uno psicolabile e un bipolare di suo, recentemente, a 78 anni, ha dato evidente segni di smarrimento intellettuale, un po’ come il Biden nei suoi ultimi anni di presidente. E ci vuol niente perché rovesci il suo enorme potenziale nucleare su questo o quell’obiettivo. Se c’è un momento in cui siamo stati vicini alla terza guerra mondiale è questo. Altro che la crisi di Cuba del 1962, quando a confronto c’erano personaggi responsabili, Nikita Krusciov per la Russia e Fidel Castro a Cuba.

C’è infine da vedere come reagiranno i Paesi sudamericani, a cominciare dal Brasile di Lula, che non possono accettare quello che Maduro ha definito “un nuovo modello coloniale, egemonico, interventista … un modello in cui i Paesi dovrebbero rassegnarsi a essere colonie di una super potenza, e noi, il popolo, saremmo schiavizzati dai nuovi padroni…”.