Il presidente americano non intende “civilizzare” il Venezuela o esportare la democrazia. Il bombardamento di Caracas è stato un’azione militare di difesa, non dai narcos, ma dagli immigrati. Qui sta il fulcro della dottrina Trump, più del controllo dei giacimenti petroliferi: gli Usa smettono definitivamente di essere terra di opportunità. The game is over

(Nadia Urbinati – editorialedomani.it) – La dottrina Monroe (1823) e il corollario di Theodore Roosevelt (1904) sono stati giustamente identificati dagli esperti di cose statunitensi come la matrice dell’intervento militare di Donald Trump in Venezuela. Ne ha scritto Mario Del Pero che ha, appunto, parlato del “corollario” Trump al “corollario” Roosevelt. Perché?

Partiamo dal corollario del presidente Roosevelt. Questo contemplava il diritto e l’obbligo degli Usa di intervenire militarmente negli affari dei paesi latino-americani per ragioni di «polizia internazionale», quando si riscontravano «violazioni croniche della legge, o un’impotenza che porta a un generale allentamento dei legami della società civilizzata».

Il corollario Roosevelt riposava su una premessa razzista nei confronti delle società cattoliche latinoamericane, una credenza che riempiva volumi di antropologi e scienziati sociali, preoccupati anche per l’immigrazione in massa dall’Italia cattolica e arretrata. Civilizzazione come giustificazione al dominio. All’interno di questa cornice di antico lignaggio coloniale e ottocentesco, si inseriva il corollario di Roosevelt.

Il corollario di Trump ha qualcosa di simile e di diverso. Nella conferenza stampa, Trump ha detto che il Venezuela non si sapeva governare democraticamente. E qui dobbiamo fermarci. Perché il corollario di Trump mostra una torsione razziale esplicita ma non perché intende “civilizzare” né, come altri presidenti in passato, per esportare la democrazia. Ciò a Trump non interessa. E in questo senso, la sua posizione è nuova. Il fatto nuovo è questo: il Venezuela esporta braccia da lavoro.

A causa dell’instabilità del loro paese, molti venezuelani hanno preso la via dell’emigrazione verso la terra del sogno americano. Qui sta il fulcro della dottrina Trump, perfino più importante dell’ovvio progetto di controllo dei giacimenti petroliferi nelle acque territoriali venezuelane. Ma fermare l’invasione è il tema che interessa.

Il bombardamento di Caracas è stato un’azione militare di difesa – non dai narcos, che non provengono dal Venezuela – ma dagli immigrati. La politica di Trump più che un corollario al corollario di Roosevelt è una integrazione, che rivela qualcosa di nuovo e di diverso. È la prima volta nella storia di quel paese che l’immigrazione è considerata alla stregua della guerra, e non per ragioni culturali come altre volte in passato. Gli immigrati sono ora come soldati di un esercito di cercatori di opportunità.

Il fatto è che se Trump si sente in diritto di bombardare la capitale di un paese da dove vengono gli immigrati (la presidente del Messico si è ragionevolmente allertata) ciò significa che il sogno americano non è più un obiettivo raggiungibile. Non lo è per gli americani. E quindi non può esserlo per nessun altro.

Questa lettura ci è suggerita da Trump stesso che, a partire dalla sua prima presidenza, ha insistito sulla chiusura delle frontiere a chi cerca lavoro. Si tratta di una lettura che rivela una debolezza profonda. Lavoro, dice spesso Trump, ce ne deve essere solo per i cittadini americani. Ciò significa che, in effetti, lavoro non c’è neppure per i cittadini americani.

Le grande praterie che il tecnocapitalismo degli oligarchi promette non esistono. Ha ragione Bernie Sanders a dire che l’Ia deve essere governata democraticamente per non diventare un boomerang, poiché il lavoro che elimina non può essere ricreato.

In questo quadro sta la politica di aggressione: l’interesse nazionale, come nella dottrina Monroe. Ma in un contesto nuovo, non di espansione interna, come un tempo, ma di contrazione. Ora, l’interesse nazionale si fa aggressivo e imperialistico perché non riesce a far fronte alla domanda di benessere dei suoi cittadini. Questo spiega la politica trumpiana, nazionalista e imperiale, militarista e indifferente al diritto.

Si intravede qui il timore di una società che non può più promettere il benessere per chi lavora e si impegna. Le strade del benessere sono sempre più strette. Gli esclusi – tra i cittadini americani – sono sempre più numerosi. Non tra i lavorati manuali o stagionali o di chi non ha un mestiere: per questi c’è sempre lavoro, lavoro servo e mal pagato. È soprattutto il lavoro che dovrebbe rigenerare la classe media che diminuisce senza sosta, come contraccolpo del capitalismo tecnofinanziario.

La diminuzione degli iscritti al college, la chiusura di diversi college, il declino dell’educazione professionale, insomma la fine del sogno americano: questo è il paese che Trump vuole proteggere dall’immigrazione. Ha provato con la guerra dei dazi. Ma non funziona: l’industria non si ravviva (solo il 7 per cento della mano d’opera è impiegata nell’industria). E allora, un’altra guerra è necessaria, per fermare l’ ”invasione di migranti”. Gli States non sono più terra di opportunità. The game is over.