Gli imperi si costruiscono rendendo “normale” il controllo, trasformando l’ingerenza in gestione e pretesa di legittimità permanente

(Diego Battistessa, Latinoamericanista, reporter, analista politico – ilfattoquotidiano.it) – Caracas, ancora una volta. La capitale venezuelana che oggi fa da sfondo al sequestro di Nicolás Maduro e Cilia Flores da parte degli Stati Uniti non è una città qualsiasi nella geografia del potere nordamericano. Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici: in questo caso il ritorno è evidente.
Questa città, adagiata tra il Waraira Repano (Monte Avila) e il Mar dei Caraibi, incrocia da almeno due secoli il destino dell’America Latina e l’espansione statunitense. Per capirlo bisogna tornare indietro nel tempo. All’inizio dell’Ottocento, mentre Simón Bolívar guidava le guerre d’indipendenza contro il colonialismo spagnolo, a Washington prendeva forma un altro progetto. Il 2 dicembre 1823 il presidente James Monroe, nel suo messaggio al Congresso, enunciava il principio che sarebbe diventato la “dottrina Monroe”: nessuna potenza europea doveva più intervenire negli affari dell’emisfero occidentale. “America agli americani” significava, in pratica, il diritto autoproclamato degli Stati Uniti a considerare il continente come propria sfera di influenza esclusiva.
Arriverà poi la conquista di Cuba e Porto Rico (1898), il Canale di Panama (1907 e il 1914) e un’espansione economica che ci porta di nuovo a Caracas. Siamo nel marzo 1954, in piena guerra fredda, la città ospita la X Conferenza Interamericana. Su pressione di Washington, i governi firmano la cosiddetta “Dichiarazione di Caracas”, che definisce il “comunismo internazionale” incompatibile con la libertà americana e impegna gli Stati della regione a “prendere le misure necessarie” per difendersi da qualunque influenza considerata sovversiva. È la formalizzazione, in chiave anticomunista, della stessa logica che aveva animato Monroe: l’emisfero come zona di sicurezza strategica, da preservare a ogni costo.
Tre mesi dopo quella conferenza, il 27 giugno 1954, il presidente guatemalteco Jacobo Árbenz viene rovesciato da un golpe orchestrato dalla Cia con il sostegno diretto della United Fruit Company. Árbenz, eletto nel 1950 e passato alla storia come il “soldado del pueblo”, aveva provato a trasformare il Guatemala da economia semicoloniale e feudale in un paese più autonomo, con una riforma agraria che toccava gli interessi dei grandi latifondi nazionali e delle imprese frutticole statunitensi: bollato come comunista, verrà abbattuto militarmente.
Da lì si apre un ciclo che porta fino al cuore degli anni Settanta e all’operazione nota come Plan Condor tra il 1975 e il 1989 dove, sotto regie diverse ma dentro lo stesso disegno strategico, gli Stati Uniti sostengono – politicamente, finanziariamente, operativamente – golpe e dittature militari in buona parte del subcontinente: da Pinochet in Cile a Videla in Argentina, da Stroessner in Paraguay a Banzer in Bolivia, passando per i Somoza in Nicaragua, Noriega a Panama, la giunta militare nel Salvador, Pérez Jiménez in Venezuela, i regimi militari brasiliani e honduregni.
La lista è lunga quanto la scia di sangue: detenzioni arbitrarie, torture, stupri, sparizioni forzate, bambini sottratti alle famiglie considerate sovversive. Il tutto in nome della “sicurezza continentale” e della lotta al comunismo.
Quando, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, le dittature iniziano a cedere sotto il peso della mobilitazione popolare e della pressione internazionale, l’egemonia statunitense non scompare: cambia strumento. Alla forza militare si sostituisce la leva economica. Nel 1989, da Washington, le grandi istituzioni finanziarie – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Bid e Tesoro Usa – codificano in un pacchetto di dieci ricette neoliberali ciò che verrà chiamato “Washington Consensus”: privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, apertura indiscriminata ai capitali, disciplina fiscale.
È la risposta alla crisi del “decennio perduto” latinoamericano, ma è anche il modo di ridefinire la subordinazione della regione attraverso il debito e l’austerità. E proprio alla fine del 1989 gli Usa invadono Panama, con l’operazione Just Cause, per deporre Noriega e porre fine un regime che avevano sostenuto per anni.
Arriviamo così all’oggi, a un altro passaggio che ha ancora Caracas al centro. L’episodio del 3 gennaio 2026 – il sequestro di Nicolas Maduro e Cilia Flores, presentato come operazione contro il narcotraffico – non è un fulmine a ciel sereno: è l’aggiornamento della dottrina Monroe all’era Trump. Una dottrina che molti, non a caso, hanno ribattezzato “dottrina Donroe”, fusione tra Monroe e Donald Trump. La logica è la stessa: l’America Latina come estensione economica e securitaria del mercato statunitense, spazio “naturale” di intervento contro governi percepiti come ostili o poco docili, argine da erigere anche contro altri attori globali come Russia e Cina.
La conferenza stampa di Trump ha semplicemente messo in chiaro ciò che per anni era rimasto tra le righe. Nel momento in cui dichiara che gli Stati Uniti “si occuperanno del Venezuela” fino a un futuro e vago passaggio di poteri, non siamo più nel perimetro delle azioni economiche o della pressione diplomatica tradizionale: è la formulazione, di fatto, di una forma di amministrazione imperiale a tempo determinato. Una formula che Marco Rubio e gli altri falchi sono pronti ad esportare a Cuba.
Gli imperi non si proclamano tali agitando cartine geografiche: si costruiscono rendendo “normale” il controllo, trasformando l’ingerenza in gestione e la gestione in pretesa di legittimità permanente. Il Venezuela viene dipinto come un paese ingovernabile, Cuba come il suo inevitabile contrappunto, mentre l’intervento statunitense si presenta come l’unico fattore di ordine possibile. È la grammatica classica dell’imperialismo, mascherata da discorso sulla democrazia e sulla guerra al narcotraffico.
Di fatto Trump nella conferenza ha detto la parola petrolio quasi 30 volte e non ha mai pronunciato la parola democrazia.
Da lì si apre un ciclo che porta fino al cuore degli anni Settanta e all’operazione nota come Plan Condor tra il 1975 e il 1989 dove, sotto regie diverse ma dentro lo stesso disegno strategico, gli Stati Uniti sostengono – politicamente, finanziariamente, operativamente – golpe e dittature militari in buona parte del subcontinente: da Pinochet in Cile a Videla in Argentina, da Stroessner in Paraguay a Banzer in Bolivia, passando per i Somoza in Nicaragua, Noriega a Panama, la giunta militare nel Salvador, Pérez Jiménez in Venezuela, i regimi militari brasiliani e honduregni.
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L’unico leader della UE che stimo.
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Dopo tutti gli amici che si sta’ facendo e continuerà a farsi per il restante del suo mandato mi chiedo dopo le prossime elezioni americane se ci sarà un posto sicuro in tutto il globo terraqueo dove il pel di carota potrà sentirsi al sicuro🤔
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