(Giulio Di Donato – lafionda.org) – Già da qualche tempo appare piuttosto chiara la linea di politica estera seguita dal nuovo corso dell’amministrazione statunitense, pur tra mille oscillazioni e contraddizioni, anche in ragione di evidenti contrasti interni, come quelli tra l’anima neocon di Marco Rubio e quella MAGA di J.D. Vance. Una linea che può essere ricondotta ad alcuni elementi fondamentali: una versione aggiornata della Dottrina Monroe; la ricerca di un equilibrio “competitivo” di potenza, in cui ciascuna grande potenza è legittimata a ragionare in termini di “sfere di influenza” e di primato nei rapporti di forza, tanto militari quanto tecno-economici; l’adozione di politiche di “contenimento”, in primo luogo nei confronti dell’ascesa della Cina, accompagnate da tentativi di decoupling tra Cina e Russia.

In questa prospettiva, anche la politica statunitense in Ucraina può essere letta nell’ottica del riconoscimento delle rispettive sfere di influenza, dove però il concetto stesso di sfera di influenza risulta ben più ampio della dimensione più ristretta del “cortile di casa”, coerentemente con uno scenario di equilibrio “competitivo” e con una strategia di “contenimento” di matrice kennaniana (ovvero di indebolimento tramite un uso selettivo della pressione su aree strategicamente decisive e sui nodi geopolitici e geoeconomici chiave) della principale potenza rivale (in questo caso la Cina) che può passare anche attraverso pratiche diffuse di destabilizzazione, soprattutto nei riguardi degli anelli più deboli di una catena di alleanze avversaria. L’obiettivo resta pur sempre quello di affermare, questa volta senza infingimenti retorici, l’America First, all’interno però di un quadro delle relazioni internazionali riconosciuto come costitutivamente pluralistico e conflittuale, che tuttavia non contempla l’ipotesi di uno scontro aperto e totale tra le grandi potenze.

Al tempo stesso, se guardiamo alla recente operazione in Venezuela targata yankee, sembra mutare la strategia militare e politica di ingerenza esterna, rispetto, ad esempio, al modello neocon e neodem, e con essa il modo, stavolta duro e crudo, in cui viene motivata. Non si tratta più della destituzione di un intero regime o della distruzione complessiva di un apparato statale, ma di un modello fondato su interventi mirati, orientati al pragmatismo. Il riferimento è al paradigma inaugurato con l’uccisione del generale iraniano Soleimani: colpire selettivamente, attraverso operazioni a bersaglio definito, evitando lo scivolamento nel pantano di una guerra estremamente dispendiosa e logorante (secondo una dinamica già sperimentata con l’invasione statunitense dell’Afghanistan nel post-2001). Analogamente, sul piano politico, alla rimozione integrale di un regime si preferisce il pressing in modalità gangster nei confronti delle componenti degli apparati di governo del Paese aggredito che appaiono più accondiscendenti: una relativa continuità nella trasmissione del potere in cambio di una condizione di sovranità limitata, o meglio saccheggiata. Nel caso iracheno, ad esempio, ci si sarebbe forse oggi limitati alla destituzione di Saddam Hussein e alla ricerca di accordi vantaggiosi con figure più compiacenti come quella che avrebbe potuto incarnare Tareq Aziz. Un’avvertenza, tuttavia, è d’obbligo: stiamo ragionando molto a ridosso degli eventi, senza avere ancora chiari i contorni della vicenda venezuelana; ci si perdonerà quindi se quelle appena abbozzate risulteranno, col passare dei giorni, conclusioni troppo affrettate.

Se dunque la politica estera statunitense, da sempre oscillante tra isolazionismo imperiale e interventismo globale, sembra oggi assestarsi, pur tra mille contraddizioni e incertezze, sulla linea che abbiamo delineato all’inizio, l’iniziativa politica italiana ed europea, ristretta a un nucleo di “nazioni apparentate”, dovrebbe svolgere – ribadiamolo – una funzione di dialogo e mediazione tra aree geopolitiche diverse, promuovendo condizioni e ragioni di cooperazione piuttosto che di conflitto. Si tratterebbe, cioè, di lavorare sul terreno dell’equilibrio di potenza, puntellandolo con elementi crescenti di pace, giustizia e progresso (ridefinendo ad esempio il concetto di “sfere di influenza” in termini di “sfere di sicurezza”), a sostegno di un ordine internazionale necessariamente pluralistico e policentrico. D’altra parte, se nell’Occidente cupo e pseudo-futurista dei nostri giorni restano solo parole e immagini di guerra, di allerta permanente e di chiusura asfittica di orizzonti; se resta un grande vuoto di significati, appartenenze e orientamenti, cui corrisponde, di contro, un pieno di maschere, fantasmi e simulacri; se resta, infine, soltanto il linguaggio aspro della forza e del calcolo egoistico degli interessi particolari: se resta tutto questo, la logica dell’equilibrio e della deterrenza, pur importante, finisce per assumere tratti esclusivamente regressivi, con il rischio di scivolare, anche inconsapevolmente e in modo fortuito, verso la barbarie assoluta della guerra totale.

In ogni caso, se viene meno una condizione di equilibrio di potenza non subentra alcuna cosmopoli irenica e post-sovrana, nessuna federazione mondiale di Stati “decenti”, bensì il dominio unipolare di un’unica potenza, destinata a interpretare o a riconfigurare la trama del diritto internazionale in maniera sempre più confacente ai propri interessi. Vale infatti sul piano delle relazioni internazionali ciò che vale anche sul piano interno: occorre che una potenza arresti, limiti e contenga l’altra, poiché un potere privo di bilanciamenti tende a esondare, quali che siano le argomentazioni più o meno ragionevoli e accettabili con cui esso pretende di rivestire le proprie mire imperiali. Di conseguenza, la logica di potenza non trova tanto il proprio limite in una regola giuridica o in un principio di giustizia astratto, quanto piuttosto nell’esistenza di altre potenze o in motivi interni a sé stessa.

Se il mondo politico, come scriveva Carl Schmitt, è un pluriverso, non un universo, a causa della tendenza degli esseri umani a riunirsi in comunità determinate e irriducibili le une alle altre (il che non significa affatto chiuse o impermeabili fra loro), la prospettiva a cui guardare è appunto quella della ricerca di un bilanciamento, di un equilibrio valido soprattutto tra gli “Stati sovrani egemoni” (ricondotti da diversi osservatori alla categoria di “Stati-impero”), chiamati a misurarsi con la necessità di coesistere pacificamente e di cooperare in vista di alcune grandi sfide comuni, che, pur incrociandola, trascendono la dimensione ineludibile degli interessi nazionali. Si tratta di un modello di ordine che, per quanto precario, imperfetto e attraversato dalle più svariate tensioni, resta comunque quello che meglio riflette e valorizza la complessità e la varietà del mondo, contro qualsiasi tentativo di reductio ad unum e di subordinazione a un unico signore del mondo, sulla base di un paradigma omologante di idee, valori e interessi.

Tutto questo è certamente vero sul versante degli equilibri concretamente possibili, oltre le illusioni del liberal-globalismo. Ma la sfida è anche quella di imprimere dinamicità a questi stessi equilibri, attingendo a nuove dosi di energia politica e spirituale, operanti tanto in basso quanto in alto, in grado di spingere la realtà oltre sé stessa e di allargare il ventaglio delle possibilità finora intraviste. La “corrente fredda” del realismo ha pertanto bisogno della “corrente calda” di un “pacifismo operativo” capace di coltivare il “senso di ciò che manca” e lo “spirito dell’utopia”, pur sapendo confrontarsi con il lato duro della geopolitica e con le zone d’ombra della nostra vita individuale e collettiva, introducendo, in un mondo sempre più attraversato dal senso dell’ineluttabile e povero di aperture verso l’alto e in avanti, un principio nuovo di speranza, fiducia e fraternità. È la via del realismo critico, animata da un intreccio di visioni critiche, slanci profetici, memoria degli abissi e attese di salvezza, oltre la “tragedia e l’utopia”, per dirla con Reinhold Niebuhr.

Perché, come diceva Aldo Moro in occasione della Pasqua del 1977, “la storia sarebbe estremamente deludente e scoraggiante, se non fosse riscattata dall’annuncio, sempre presente, della salvezza e della speranza. E non parlo naturalmente solo di salvezza e di speranza religiosa. Parlo, più in generale, di salvezza e di speranza umane che si dischiudono a tutti coloro che hanno buona volontà”.