(Andrea Zhok) – Di fronte all’ennesima sfacciata violazione del diritto internazionale da parte degli USA nei confronti del Venezuela molti osservano, con qualche ragione, che il diritto internazionale non è realmente mai esistito.

Ci sono ottimi argomenti per dirlo, argomenti di principio, a partire dalle considerazioni risalenti a Hegel per cui tra stati sovrani non ci può essere tecnicamente un diritto vigente perché non esiste un organismo terzo capace di definire leggi e sanzioni efficaci per tutti gli stati.

L’ONU venne creato proprio per fornire questo organismo terzo, ma, come era prevedibile a priori, e come si è visto ampiamente nel corso del tempo, le “condanne dell’ONU” si concretizzano soltanto nei confronti di stati deboli, mentre i vertici della catena alimentare mondiale – Stati Uniti in testa – sfuggono per definizione a qualunque condanna e sentenza.

Se in un certo senso si può dunque dire che è vero che “il diritto internazionale non è mai esistito”, bisogna subito aggiungere che il diritto è sempre la componente formale della giustizia. E per quanto nel mondo moderno ci sia una tendenza pervasiva a considerare reali solo gli aspetti formali, in verità senza quella cosa impalpabile e informale che è il senso di giustizia nessun diritto, nazionale o internazionale che sia, può avere senso. Noi possiamo avere la Costituzione più bella del mondo, ma se abbiamo una Corte Costituzionale priva di senso di giustizia la Costituzione rimane un promemoria senza nessuna memoria.

Se valutiamo in termini di giustizia informale ci ritroviamo subito su un piano complesso, in cui frequentemente non si ha a che fare con tagli netti tra “giusto” e “sbagliato”, ma con proporzioni del giusto e dello sbagliato. Il fatto che questo tipo di valutazioni richieda senso critico e onestà intellettuale fa comunque sì che tali valutazioni siano alla portata sempre solo di esigue minoranze.

Una facilitazione per visualizzare il “più” o “meno” giusto è dato in questi casi dal confronto di casi con caratteristiche simili.

Prendiamo l’intervento di ieri delle forze armate statunitensi in Venezuela. Pur essendo un evento che è ancora in divenire, dal discorso pubblico di Trump di ieri sera possiamo evincere se non la realtà, almeno le intenzioni dell’evento bellico.

Trump, dopo aver ricordato le usuali ragioni farlocche per giustificare l’intervento (Maduro capo di un cartello di narcotrafficanti, il Venezuela che ospita “forze straniere ostili”, ecc.) ha ammesso con la brutale franchezza che lo contraddistingue che d’ora in poi gli USA saranno in controllo della produzione petrolifera, di quanto viene prodotto, come e a che prezzo. Ha anche aggiunto che saranno gli USA di fatto a governare il Venezuela (“We’re going to run the country until a safe, proper, and judicious transition can take place.”)

Se questo sia un wishful thinking o la realtà è troppo presto per dirlo, ma di sicuro queste sono le intenzioni dell’amministrazione americana.

Inoltre è stato ribadito con toni minacciosi rispetto alla Colombia e ad altri paesi dell’America Latina che quanto successo a Maduro può succedere a chiunque altro, se si mette di traverso (versione Trump della “dottrina Monroe”).

In breve, le ragioni addotte per giustificare l’intervento sono: 1) la sicurezza interna degli USA (militare e rispetto al narcotraffico); 2) il controllo sulle fonti petrolifere (il Venezuela da solo possiede il 20% dei giacimenti mondiali, il doppio dell’Arabia Saudita); 3) Una ripresa vigorosa della dottrina Monroe, dove l’America Latina è destinata ad essere l’area di sfruttamento coloniale o neocoloniale degli USA.

Ecco, ora facciamo un breve confronto con due casi che occupano da tempo il dibattito pubblico: il rapporto tra Russia e Ucraina (specificamente Donbass), e il rapporto tra Cina e Taiwan.

Quanto al rapporto tra Russia e Donbass siamo di fronte ad una violazione del diritto internazionale già avvenuta (l’aggressione militare di uno stato sovrano è innegabilmente tale; come per gli USA l’Irak, l’Iran, la Libia, il Venezuela, ecc. ecc.).

Sul piano informale la Russia ha invaso il Donbass (come prima la Crimea) appellandosi a ragioni di sicurezza interna (minacce alla base di Sebastopoli, previsto ingresso nella Nato) e a ragioni di tutela delle popolazioni russofone.

E’ abbastanza chiaro come in questo caso, diversamente dal Venezuela e da altri casi che hanno coinvolto gli USA, sia la “minaccia ai confini”, sia la “tutela della popolazione” sono ragioni credibili.

La minaccia Nato sarebbe stata davvero ai confini (anzi sul suo confine più vulnerabile, coinvolgendo l’accesso navale al Mediterraneo) e la popolazione russofona in Ucraina era davvero oppressa (dalla strage di Odessa in poi). Dunque, la Russia ha una parte di torti, avendo violato il diritto internazionale, ma ha ragioni informali che rendono questa violazione comprensibile. Quanto pesare ragioni e torti lo lasciamo da parte.

Per un confronto, il Venezuela non confina con gli USA (2200 km in linea d’aria), non stava per diventare parte di una “Nato dei Brics”, e non ha nessuna parentela storica o culturale con gli USA (in Venezuela si parla spagnolo, non inglese).

Prendiamo un caso al momento virtuale, ovvero il rapporto tra Cina e Taiwan. Se la Cina invadesse Taiwan sarebbe una violazione del diritto internazionale in un senso molto più limitato della Russia in Ucraina, giacché Taiwan non è uno stato pienamente riconosciuto a livello internazionale. Solo 12 stati minori riconoscono Taiwan come stato indipendente (Belize, Guatemala, Haiti, Isole Marshall, Palau, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, eSwatini, Tuvalu e Città del Vaticano). Di fatto giuridicamente Taiwan ha un’esistenza dubbia come stato autonomo, ma finché gli USA non hanno avviato una politica di trasferimento di armamenti nell’isola, la Cina non pareva troppo interessata a esacerbare i rapporti con quella che considera una sorta di provincia a statuto speciale. Ora, però, anche alla luce delle tendenze indipendentiste emerse nell’isola, la Cina è seriamente preoccupata perché l’area di mare circostante Taiwan è strategica per garantire la libertà dei traffici marittimi cinesi. Geograficamente le coste cinesi sono circondate a nord dal Giappone e a sud dalle Filippine, entrambi alleati degli americani. Il Giappone fornisce agli USA oltre 120 basi militari, di cui la maggiore è ad Okinawa, le Filippine una decina, di cui la maggiore è Palwan). Se Taiwan rientrasse nell’orbita USA, di fatto gli americani sarebbero in grado di effettuare un blocco navale integrale).

Dunque, ricapitolando, se domani la Cina invadesse Taiwan sarebbe una discutibile violazione del diritto internazionale, per quanto riprovevole come ogni esercizio unilaterale di violenza. Sul piano informale le ragioni cinesi di sicurezza sarebbero ben comprensibili, e d’altro canto Taiwan è culturalmente cinese (vi si parla il mandarino).

Ecco, domani evitate di cascare come al solito dal pero, storditi dalla sorpresa.