Ma la pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari deboli

Se l’America si comporta da Stato canaglia e sbandiera i princìpi per nascondere gli affari

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Una domanda solo leggermente provocatoria: non vi pare che l’America, la nazione indispensabile, inizi a somigliare un po’ troppo allo Stato canaglia perfetto? Invece di guidare alla felicità la comunità delle nazioni, soprattutto nelle fibrillazioni trumpiane sembra sempre più incline a contrapporvisi. Invece della “scintillante città sul colle a cui tutti guardano” sembra di ascoltare uno sgangherato motivetto nazionalista: noi facciamo quello che ci pare e se non vi va, vabbè, arrangiatevi.

Gli americani fanno male a non porsi la domanda del perché sono diventati antipatici, dopo aver per molto tempo, aureolati dalla vittoria contro i nazismi, mietuto osanna spesso gratuiti, e vissuto di una robusta rendita di ammirazione e di benevolenza anche quando commettevano errori. Mentre oggi sono giudicati nel ripiano morale come non più leali, incontrollabili, irresponsabili.

Maduro, torvo, torchiatore, corrotto, forse anche manigoldo del narcotraffico, tra due poliziotti della Dea, avviato come Noriega anni fa a essere punito da un tribunale (ovviamente americano) può anche esser considerato l’ambigua scorciatoia di un bene realizzato attraverso metodi discutibili. Ma il problema resta e macina questioni ardue e vitali: lo scopo della operazione militare speciale a Caracas era punire un cattivo o rimettere ordine e silenzio a scapaccioni nel chiassoso cortile di casa latino americano? O riprendere il controllo di un produttore di petrolio? O tenere alla larga i cinesi? Democrazia e diritti non si sovrappongono come calchi a ben più meschini interessi, al crudo business; anzi divergono quasi sempre. È stato un presidente, Calvin Coolidge, che ha fatto dono agli americani di parole commoventi: «Civiltà e profitti avanzano di pari passo».

Forse dovranno prendere atto che ci sono, nel mondo, pluralità di arcobaleni mentre il loro prisma prevede solo due valori, l’azzurro del cielo americano e il rosso dell’inferno per gli altri. Milioni di uomini nel mondo, non satanici terroristi di dio o di qualche autocrate, si chiedono perché la Delta Force, oltre che andare a fare giustizia a Caracas, e tra un poco a Teheran, non discenda come un angelo vendicatore anche al Cairo o a Riad o a Islamabad per correggere le loro tribolazioni. Forse perché satrapi, raiss e principeschi assassini di quei Paesi non intralciano, anzi collaborano con gli interessi americani? E hanno diritto all’immunità fino a quando non danno segni di disobbedienza? Quindi non sbagliano a sentirsi al sicuro sub specie aeternitatis solo le canaglie che tengono in cassaforte l’atomica ovvero Putin, Xi e il coreano, il Pakistan e l’India. Una lezione che forse gli ayatollah non faranno a tempo a trasformare in realtà.

Altro che isolazionismo per barricarsi contro l’immoralità di un mondo corrotto o imperialismo soft! È semplicemente cambiato il metodo con cui gli americani mettono le mani negli affari degli altri.

Fino a un certo punto ha funzionato, indiscusso, il modello golpe: dal vietnamita Diem ad Allende. Anni ruggenti: la scuola dei dittatori a Panama, i gorilla con occhiali Ray-Ban a libro paga della Cia, una telefonata in codice: Guatemala, Honduras, Indonesia, Cambogia, Cile, Iran e via, cambio di regime fatto! L’idra del comunismo, l’ossessione del domino erano sempre in agguato, per caso vi illudete che si debbano usare guanti bianchi per maneggiare simili truci avversari? L’altruismo americano: convinto di uccidere con gentilezza, usando bombe e killer in preda a un impulso di irrefrenabile carità.

Pinochet e il suo volpino burattinaio, Kissinger, sono stati gli ultimi di questa schiera di impresentabili, il taglio tra l’innanzi e il dopo.

La pantomima non è ripetibile all’infinito, vale fino a quando ci sono avversari molli. Ora si è passati al modello che potremmo chiamare “golpe dal basso”. La scusa della libertà funziona sempre ma si presta maggiore attenzione che non ci siano troppe sfasature. Bisogna utilizzare per la transizione non pretoriani dal ceffo allarmante, si attinge al ricco serbatoio delle classi dominanti globalizzate, l’alta nobiltà globale che pretende di essere padrona della terra perché ricca, colta, immune da plebei radicamenti arcaici e soprattutto pronta a collaborare. Provvedono al casting i ricchi cataloghi dei quadri delle istituzioni come Fondo monetario e Banca mondiale, non a caso fondate con saggia preveggenza prima delle inutili e poco sicure Nazioni Unite.

L’imperialismo impone regole di ferro. Si adottano e si gonfiano quando non ci sono (la propaganda è un’arma di lunga gittata) movimenti di protesta contro i regimi disobbedienti o pericolosi per gli interessi americani. Solo quelli. E si interviene tra discordie e parti in causa per assicurare il passaggio alla democrazia. Chi avrà mai il coraggio di difendere tipacci come Saddam, il mullah Omar, Maduro o gli ayatollah dalla forca facile?

Poco male se la caccia a Maduro è risultata più simile a un sequestro da gang mafiosa che a una scorciata democratica. Una cosa per volta. Nel caso dell’Iran, Trump ha già annunciato che difenderà (assieme a Israele?) i manifestanti che protestano per il caro vita. La Cia è al lavoro con i suoi vecchi, cari metodi sillabati e glossati in film e manuali. Come spesso accade non ha perso tempo a dare una occhiata alla storia dell’Iran. Sono dei praticoni, non degli intellettuali. I manifestanti, riferiscono fonti sicure (sussurrate da Langley, Virginia?), scandiscono nel subbuglio slogan per il ritorno dello scià! Accidenti! Che revival! A Langley gli ispiratori sono indietro nel ripasso: da Mossadeq a oggi la loro guerra per il controllo dell’Iran e del petrolio non conosce età.

Gli Stati Uniti sono la potenza più interventista del mondo ma i fini e i metodi di questa politica sono sempre accuratamente nascosti dietro miasmi di insopportabile retorica e confusione. Da Kennedy a Trump, gli americani si sono cacciati in azioni moralmente compromettenti, spesso militarmente frustranti e quasi sempre politicamente non risolutive.

La tendenza a spendere principi grandiosi, la creazione della democrazia, la lotta ai tiranni e ai terroristi, la sicurezza nazionale, debellare il traffico della droga o tentazioni atomiche non autorizzate, serve a occultare la fredda valutazione degli interessi, non solo economici o di potenza, spesso meschini traffici dei presidenti.

Perfino Trump, con le sue sbiascicanze smargiasse, alla fine, si è uniformato al vecchio principio che il miglior modo di porre l’opinione pubblica americana a servizio dei propri fini sia quello di sbandierare un principio morale. Chissà se ha mai letto l’ammonimento di Edmund Burke: «Mal si accordano grandi imperi e intelletti piccoli».