La strana normalità di questo sabato post-festivo, con una guerra lampo già finita, e un’informazione sonnacchiosa, avara di notizie, quasi narcotizzata

(Gianvito Pipitone) – Se c’era una cosa su cui avremmo potuto scommettere tutti, con una probabilità di successo più che alta, era l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela. Lo abbiamo visto prepararsi pezzo dopo pezzo, come un puzzle, negli ultimi mesi: le portaerei posizionate con cura, i primi sequestri di pescherecci poco al largo delle coste venezuelane, i Marines in stato di allerta, l’inasprimento dei toni di Trump e gli sproloqui del suo Segretario alla Guerra, Pete Hegseth.
La retorica era già satura ben prima di Natale. Solo la parentesi delle festività sembrava aver attenuato i toni; archiviate luci e brindisi, lo scenario ha ripreso la sua corsa verso l’epilogo che CIA e Pentagono parevano aver scritto nei minimi dettagli.
Ieri mattina, a colazione, fra un cornetto alla marmellata e un cappuccino, abbiamo appreso del regime change in Venezuela. Nessun sussulto, nessun colpo di scena. Come se tutto fosse già previsto, discusso e metabolizzato da tempo da analisti e cancellerie. Il “cambio di regime” che era nell’aria ha investito Caracas con un attacco chirurgico sorprendentemente ordinato. Con un risultato già scritto ma non scontato: l’arresto del dittatore Nicolás Maduro e della moglie, trasferiti nel giro di poche ore nel carcere federale di Brooklyn. L’accusa ufficiale – traffico internazionale di droga – che, detta così, strappa quasi un sorriso amaro in questa domenica avara di dettagli.
Sì, perché non so se ci avete fatto caso, ma l’informazione sulle TV generaliste oggi è sembrata particolarmente scarna, scevra di particolari, calibrata piuttosto su una normalizzazione di ciò che normale non può essere. Pochi dettagli sull’arresto, ancor meno sui bombardamenti. A giudicare dalle veline e dalle agenzie internazionali che le rilanciavano, poco si sa della dinamica dell’attacco a Caracas: durante buona parte della giornata non sappiamo se ci siano state vittime, se esista una resistenza organizzata, se i fedelissimi preparino una risposta. Girano un paio di video, sempre gli stessi: un palazzo in fiamme e una colonna di fumo che sale alta nel cielo. Poco altro. In altri tempi sarebbe scattata una delle mitologiche maratone di Mentana; oggi invece ci siamo svegliati con un semplice e asettico “regime change”, dato per fatto.
Tutto già assodato e preordinato, immerso in un’atmosfera sonnacchiosa. Le notizie arrivano alla spicciolata, mentre l’intervento del giorno, ça va sans dire, è quello di Trump: il presidente‑mancato‑premio‑Nobel‑per‑la‑pace che, nel suo solito discorso solipsistico e autoconsacratorio, annuncia che “da adesso del Venezuela se ne occuperanno gli Stati Uniti”. Ha detto proprio così. Senza dimenticare di chiarire che, a breve, sbarcheranno in Venezuela le compagnie petrolifere americane e che – messaggio rivolto ai partner commerciali, specialmente cinesi – i clienti abituali saranno trattati e serviti come meritano.
Al di là della “strana normalità” di questo sabato post‑festivo, ciò che colpisce di più è la narcotizzazione dell’informazione.
Solo in serata, su qualche TG, arrivano le prime reazioni mondiali, tutte abbastanza sfumate. Emergono i dettagli sui capi d’accusa contro Maduro: cospirazione per narcotraffico e terrorismo, importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e ordigni esplosivi contro gli Stati Uniti. Nel frattempo, alcune fonti interne all’opposizione di Caracas insinuano che, in realtà, la cattura di Maduro e il suo trasferimento fossero una “uscita negoziata”.
E poi ad un certo punto cominciano a rimbalzare anche le parole della vicepresidente venezuelana, con delega al petrolio, Delcy Rodriguez, che smentisce Trump – “il Venezuela non sarà colonia di nessuno” e nega che ci sia una trattativa in corso con Washington: “la storia – aggiunge- presenterà il conto agli estremisti Usa”.
Infine arrivano, attese, anche le dichiarazioni ufficiali di Russia e Cina che condannano l’attacco – più per dovere che per convinzione – ma si può ben immaginare che a Pechino e a Mosca si stia brindando al vero Capodanno.
Sì, perché la vera notizia di oggi è che è arrivato Babbo Natale e ha le sembianze di Donald Trump. Porta in dono, ai bimbi belli e buoni, ricchi premi e cotillon; ai brutti e cattivi, una splendida notizia: la possibilità di confondere aggressore e aggredito, di regolare le controversie con il legittimo uso della forza, di mascherare i propri interessi con una scusa qualunque. Specie se ipocrita.
E soprattutto, l’azione degli USA consegna una parola definitiva sulla posizione americana nella guerra Russia‑Ucraina. Non che ci fossero dubbi, viste le posture del Tycoon negli ultimi mesi. A chi rimproverava al vecchio imprenditore‑prestato‑alla‑presidenza di non esporsi abbastanza a favore dell’alleato ucraino, favorendo invece l’aggressore russo, ecco la risposta: adamantina, confezionata e recapitata sotto forma di un’aggressione in piena regola, a viso scoperto. Lupo chiama lupo. E poco importa se Maduro fosse o meno un dittatore: qui siamo davanti alla lesione del diritto internazionale.
Difficile immaginare un inizio d’anno migliore per Putin e Xi Jinping che, con la mano destra – pro forma – condannano l’attacco americano, e con la sinistra brindano con le loro combriccole di autocrati senza frontiere a questa nuova, strana alleanza che porterà – verosimilmente – i Big Three alla tacita spartizione del mondo. Con buona pace dell’Europa che, in attesa di dividersi anche su Maduro, avrà modo di sentirsi ancora più isolata di prima.
Il mondo, da ieri, è un posto peggiore. E speriamo che questo peggio basti ancora a salvarlo dalla sua capitolazione definitiva. Chissà se i TG se ne siano accorti nel frattempo.
…………..e in tutto questo si trovano in giro grandi cervelloni (che ne masticano) che discettano, litigano e si dividono parteggiando chi per l’uno, chi per l’altro.
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Come al solito… non è che il Venezuela sia una novità…. rientra nella tattica USA per esportare………. civiltà, benessere…… eeee…democrazia!
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