Lucio Caracciolo.

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Invitiamo il lettore a un esperimento mentale. Chiuda gli occhi e immagini l’Italia senza Roma. Poi Roma senza l’Italia. Il nostro Stato e la nostra capitale sono compossibili o si elidono a vicenda? Scegliamo la prima opzione. Con caveat che rubiamo allo storico tedesco Gustav Seibt: «Roma ha sempre fatto sembrare l’Italia un po’ più grande di quanto sia». O sarà vero l’opposto? Il mito romano ci schiaccia?

Non è sciolto il dilemma Roma/Italia che ci occupa dal Risorgimento. Filoromani e antiromani si fronteggiano ora come allora. Se per amor di discussione osassimo un pronostico sull’esito dell’esperimento, dopo religiosa consultazione degli aruspici e veloce ripasso dei cori delle curve calcistiche — in forma gentile riassumibili nel motto di Gianni Brera per cui Roma è «monumentale capoluogo della Regione Lazio» — proporremmo questo: la maggioranza degli italiani non romani sopporterebbe o forse si augurerebbe un’Italia senza Roma, magari profittandone per suggerire ulteriori amputazioni (reciproche). Quanto agli autoctoni, scetticoni irridenti sé stessi e il prossimo («mò nun me fa’ er grandioso!») perdutamente innamorati della città contro cui smoccolano senza posa, refrattari ai campanilismi forse per eccesso di campanili propri, quindi relativamente patriottici, molti farebbero finta di non capire la domanda.

Dirimente il parere degli stranieri, per i quali giureremmo che il fascino di Roma possa prescindere dall’Italia e dagli italiani, se non come attrazioni estetico-etnografiche. Considerando anche il voto con i piedi, dal Grand Tour alle correnti invasioni turistiche di massa. Fra l’altro, alcuni sono romani in quanto abitanti di una delle altre 51 Rome fondate nel mondo — 27 negli Stati Uniti — in omaggio all’Urbe. Sicché la nostra domanda potrebbe suonar loro mal posta. Trattasi di grandezze incomparabili: Roma è Roma, l’Italia non proprio un colosso della geopolitica mondiale. Su di noi gravano stereotipi razzisti — «gli italiani sono bianchi?» — o identificazioni entomologiche, sì che asserite formiche nordeuropee ci classificano cicale. Tesi esplicitata nella sentenza verbalmente trasmessa anni fa a Limes dall’allora ministro delle Finanze olandese: «Avete bisogno di un Gauleiter».

Emblema dell’irrisolta, forse irresolubile questione romana, il dialogo fra il grandioso (anche nel senso romanesco del termine) storico tedesco Theodor Mommsen e il severo ministro italiano delle Finanze, il biellese Quintino Sella, subito dopo il battesimo della capitale. Mommsen: «Ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti. A Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti». Sella: «Ne faremo un centro scientifico di luce», contrapposto all’oscurantismo del papato. A botta geopolitica risposta apolitica. La domanda giusta che Mommsen avrebbe potuto avanzare ma cui certamente Sella non avrebbe saputo rispondere sarebbe stata: «Ora che siete a Roma, che cosa intendete fare con l’Italia?».

Tutto o quasi chiama Roma e la sua funzione strategica per l’Italia. L’inclinazione bellica dell’asse terrestre dovrebbe da sola portarci a riflettere su una Pax Romana modernamente intesa. Dialogo di convergenza. Non conversazione da salotto dove ci si ascolta da soli, solo interessati all’effetto delle proprie risposte alle obiezioni altrui.

Roma è città aperta ab origine. Fonti antiche vogliono che Romolo, pur di rinsanguare la stirpe, avesse eretto un tempio al dio Asylum, in una spianata che accoglieva chiunque. Rito di passaggio per forestieri esiliati, liberi o schiavi, da volgere in romani fra i romani. Luogo di espiazione. Scavi archeologici lo vorrebbero presso Piazza del Campidoglio. Troppo sperare che qualcuno, ispirato da Asylum, voglia idealmente ricostruirvi il tempio? Per disporvi uno spazio internazionale di educazione al dialogo e alla pratica negoziale, figlio d’un patto fra tutte le Rome del mondo?