Il piano “per fermare Meloni” si sostanziava delle rivelazioni di un signore il cui nome e volto erano sconosciuti

Francesco Saverio Garofani

(di Filippo Ceccarelli – repubblica.it) – Interrogativo al tempo stesso realistico e maliziosetto: e se fosse, come già un po’ sembra, il più tipico complotto alla vaccinara? E quindi debitamente spropositato e perdutamente grossolano, per non dire campato in aria e dunque all’insegna della cialtroneria.

Al terzo giorno, almeno qui nell’Urbe, viene da chiedersi come sia stato possibile prefigurare e ancor più mettere in scena con il soccorso di trombe e tamburi uno scontro al vertice delle istituzioni basandosi su una email firmata: Mario Rossi. E piano piano, soffermandosi su spizzichi di cronaca e bocconcini di ricostruzione, rendersi conto che dopo tutto il tremendo «piano del Quirinale per fermare Meloni» si sostanziava, o meglio si sarebbe dovuto dedurre dalle rivelazioni, ovviamente selettive, di un signore il cui volto e cognome erano del tutto sconosciuti alla popolazione, eppure tali da finire sulla prima pagina di un quotidiano che si chiama, tanto per tenersi bassi, La Verità.

Ora, la verità a Roma è un concetto piuttosto sfuggente. Nella poesia belliana la si rafforza a volte con l’aggettivo “Santa”, la Santa Verità, quindi materia di fede, che pure non di rado «se butta via», ossia merita di non essere creduta; a volte viene fatta pesare nella turpe e irresistibile varietà «sbrodolarella», connessa cioè a problemi intestinali. Sia l’una che l’altra si trascinano dietro un innato carico di scetticismo, tratto salvifico e comunque esperienziale che al giorno d’oggi, come del resto ai tempi del Belli, investe senz’altro il mondo della politica e dell’informazione, con le debite balle e strumentalizzazioni.

Che la verità del complottone di Mattarella ai danni del governo Meloni possa poi trovare origine, sede e conferma in una cena di tifosi romanisti, anzi per la precisione in una cena di tifosi romanisti devoti al ricordo del “Capitano” giallorosso Agostino Di Bartolomei, ecco, è un altro sforzo che qui nella Città Eterna sembra andare contro ogni pur volonterosa immaginazione, giallorossa o laziale che sia.

Se poi, al di là dei colori sociali, il terribile disegno del Quirinale contro la destra è addirittura proiettato in un futuro che supera le due settimane, beh, spiace fare il Pierino romanesco, ma l’espressione anche bonaria con cui normalmente si accolgono tali pretese di verità anticipata comporta di volgere gli occhi al cielo e quindi rispondere: «Beato chi ci ha un occhio» – il punto esclamativo dell’incredulità risultando del tutto superfluo.

Ben più significativo, ma non nel senso del tonante comunicato del capogruppo bolognese di Fratelli d’Italia Bignami, che forse lo sapeva, forse no, è invece il luogo in cui questo Piano sarebbe stato divulgato secondo la vulgata di Mario Rossi, poi tradotta pari pari su La Verità del bergamasco Belpietro per l’opera di un giornalista, a nome Ignazio Mangrano, che però non esiste. Questo luogo, molto bello, è la Terrazza Borromini, sopra Piazza Navona, là dove Roma non potrebbe essere più Roma.

In realtà, per qualche mefitica trama ci sarebbe anche la Terrazza Caffarelli, arrampicata sul Campidoglio, ma la sera è chiusa e di giorno arrivano i gabbiani che, come spiegato anni orsono da appositi avvisi, tolgono di mano il cibo agli avventori – anche questo è molto romano. E di nuovo: Roma minimizza per natura e istinto, tutto è relativo e ogni cosa si incrocia, magari proprio per questo “tutto si aggiusta”, come diceva la zia di Andreotti, Mariannina.

Per cui non si pretende dagli strateghi meloniani, alcuni già appartenenti alla tribù dei “Gabbiani”, la conoscenza approfondita degli epigrammi di Marziale, delle satire di Giovenale, dei pettegolezzi di Svetonio o dei lampi di Tacito il quale, rispetto alle congiure, già allora descriveva un popolo che, come quello di oggi, “vagabondava fra le dicerie” (rumoribus inerrabat). D’altra parte, a proposito di pranzi, cene e commensali: “Romae nihil tacebitur”, a Roma nulla può essere taciuto, si sente dire alla tavola di Trimalcione nel Satyricon, per cui nessuno mai qui sa tenersi “un cecio in bocca”, come dire che tutti fanno comunella e chiacchierano a gran voce dentro il Grande Orecchio capitolino, una specie di Echelon de noiantri, alimentando un perenne gossip di massa.

Per cui, se l’antichità classica può risultare inavvicinabile e la grande commedia all’italiana di Albertone è ormai fuori dalla portata anagrafica, chi governa e a maggior ragione chi denuncia i complotti avrebbe il dovere, quello sì, di conoscere o almeno riconoscere le atmosfere di Verdone e dei Vanzina.

Che qui di solito è già tutto successo e dietro le cose più losche è subito pronta a levarsi l’ombra dello sghignazzo.