E’ un dato di fatto che nel nostro paese i salari siano bassi, anche rispetto al costo della vita e nonostante i recenti rinnovi contrattuali. E questo per una serie di fattori: dal peso delle tasse alla produttività del lavoro

Nuovo proteste dei lavoratori contro la manovra: chiedono salari più alti

(Paolo Baroni – lastampa.it) – Un operaio esperto in Italia, in media, guadagna 1.500-1.700 euro netti al mese, contro i 2.400 del collega tedesco, i 2.200 del francese, i 1.600 dello spagnolo ed una media europea di 1.960 euro. Un impiegato guadagna poco di più, 1.700-1.800 euro al mese contro una media Ue di 2.330, coi tedeschi che arrivano a 2.460 e i francesi a 2.220 euro, mentre gli spagnoli non vanno oltre i 1.640 euro. In ambito pubblico i travet nazionali sfiorano i 2.000 euro, per la precisione 1.980 euro di media 2024 secondo le stime di Eurostat. Ma la forbice coi colleghi europei è ben più larga rispetto agli altri comparti visto che la media Ue è pari a 2.970 euro, coi francesi un poco sotto (a quota 2.730 euro) ed i tedeschi molto sopra a 4.760.


Stipendi bassi

E’ un dato di fatto che nel nostro paese gli stipendi siano bassi, anche rispetto al costo della vita e nonostante i recenti rinnovi contrattuali. Nel settore pubblico, dai ministeri agli enti locali, alla scuola, ad esempio, si è andati poco oltre aumenti del 6% anziché dl 15% con la Cgil che si è rifiutata di firmare i rinnovi entrando ancor di più in rotta di collisione col governo.


Il peso delle tasse

Oltre ai prezzi occorre poi considerare il peso delle tasse, quel famigerato cuneo fiscale che solo negli ultimi tre anni è stato sforbiciato un poco (ma solo a favore dei redditi più bassi, com’è noto). Il risultato, secondo l’ultimo «Salary Outlook» elaborato dall’Osservatorio Jobprocing, è che la retribuzione media annua in Italia rimane una delle più basse tra i Paesi dell’Ocse e dell’Europa unita. Tenendo in considerazione la cosiddetta parità di potere d’acquisto, che consente di valutare il peso effettivo dei salari rispetto al livello dei prezzi ed all’eventuale differente tasso di cambio tra paesi diversi, il nostro paese con una media di circa 48.874 dollari si colloca al 22esimo posto tra i 34 paesi dell’Organizzazione che raggruppa le nazioni più sviluppate del mondo. Rispetto alla retribuzione media annua dell’Ocse pari a 58.232 dollari il salario medio italiano è più basso di circa il 16% (-9.358 dollari).

Anche limitando l’analisi ai 17 Paesi dell’Eurozona l’Italia, che è pur sempre la terza economia dell’Unione europea, si colloca al decimo posto. Non solo siamo sotto a paesi come il Lussemburgo, primo in classifica con 89.767 dollari, ma anche rispetto a Germania (65.719) e Francia (59.087). Peggio di noi fanno solo Polonia, Ungheria e Grecia.

«Se si adotta la prospettiva delle singole persone – rileva lo studio – il tema delle retribuzioni non può essere analizzato in modo disgiunto dal tema del cuneo fiscale e dal livello del costo della vita». Eggià perché da paese a paese cambiano, e spesso anche tanto, i prezzi delle abitazioni, quello dell’energia, dei trasporti e dei generi alimentari.


Il cuneo fiscale

Se si analizza il peso di tasse e contributi si vede così che il Belgio ha il cuneo fiscale totale più alto (53%), seguito dalla Germania (48,3%). Anche l’Italia si colloca ai primi posti tra i paesi con un cuneo fiscale elevato (45,9%), mentre la Svizzera è il paese col livello più basso (23,4%).


I prezzi

Per quanto riguarda i salari reali strettamente legati alla dinamica dei prezzi, che per fortuna negli ultimi tempi da noi si stanno raffreddando, si vede che anche su questo fronte l’Italia negli ultimi anni ha perso terreno. E’ vero che la perdita del potere d’acquisto è un problema non solo italiano, ma il nostro paese, soprattutto negli anni passati, ne ha sofferto in maniera particolare.

Dopo il calo del 2,3% nel 2022 nel 2023 c’è stato un ulteriore calo del 2,76% che ci ha condannato al penultimo posto tra i paesi Ocse. Rispetto al 2000 i salari italiani hanno perso nel complesso il 3,3% di potere d’acquisto mentre Francia e Germania, mostrano tassi di crescita rispettivamente del 20,6% e del 14,8%. Nel 2024 e nel 2025, grazie al rinnovo di diversi contratti di lavoro, c’è stato un significativo recupero, ma stando all’ultimo bollettino dell’Istat riferito a settembre 2025 le retribuzioni contrattuali in termini reali risultavano sotto di 8,8 punti rispetto a gennaio 2021.


La produttività

Oltre all’inflazione ed ai prezzi c’è un terzo fattore che pesa sui salari italiani penalizzandoli: è la produttività del lavoro. Questo perché sono principalmente le aziende in grado di incrementare la produttività del lavoro quelle che creano lo «spazio» per incrementare i salari. Anche in questa classifica, l’Italia non si trova nei primi posti. Negli ultimi trent’anni la crescita media annua della produttività è stata del 2% negli Stati uniti, dell’1,5% in Germania, dell’1% in Spagna e solo dello 0,65% in Italia. E tra l’altro il grosso della crescita nel nostro paese si è realizzato prima del 2000, mentre dopo la crescita si è fermata.

In base ai dati 2024 riporta l’Osservatorio di Jobpricing un dirigente guadagna in media 106.600 euro lordi all’anno, un quadro 56.470, un impiegato 33.358, ed un operaio 27.266 euro. Al netto, calcolate su 13 mensilità, in busta paga finiscono rispettivamente di 4.593, 2.710, 1.863 e 1.608 euro.


Salari

Queste sono le classiche medie del pollo perché poi se si considerano contratti a termine, part- time e discontinuità lavorativa, non è più tanto un questione di salari bassi ma di lavoro povero. Due lavoratori su tre del settore privato (il 62,7% di 17,38 milioni di addetti in base ai dati Inps del 2023 elaborati dalla Cgil) guadagnano infatti meno di 24.999 euro lordi all’anno e quasi uno su 4 (24,4%, 4,2 milioni di persone) non supera il tetto dei 10 mila euro lordi. Di contro solo il 7%, ovvero 1,2 milioni di occupati, guadagna più di 50 mila euro lordi l’anno.