Dall’antica Grecia fino al Donbass il vietato diventa possibile e si applica la libertà di morte

Ammazzare come prova di forza. Se la guerra trasforma il killer in eroe

(Domenico Quirico – lastampa.it) – La guerra è subdola, sposta le linee di confine, rende semplicemente il vietato possibile, sì: normalizza il sacrilegio. E qual è la essenza della guerra se non l’atto di uccidere. La guerra trova il suo significato nella morte, pretende sacrifici umani. Ed esige che l’assassino non sia mai fuori di sé, non perda sé stesso.

La frenesia è pericolosa, l’essere umano che non sa più ciò che è ed agisce come un banale assassino per passione o rabbia, sul campo di battaglia non “rende”, si smarrisce. Chi uccide in guerra con o senza divisa, patriota o fanatico di Dio, sa esattamente cosa fa. La sua è una passione umana, una eccitazione dell’anima che si allarga e si espande, conquista il terreno di una terribile libertà assoluta.

Quale libertà è più assoluta di quella di dare la morte? Da quando achei e troiani si massacravano sotto le mura di Ilio fino alle trincee del Donbass, i registi delle guerre, lucidi, precisi, razionali, hanno sempre ideato una buona causa per uccidere: il rapimento della donna più bella del mondo o sacrificarsi per la nazione aggredita, la libertà del popolo o la bestemmia degli infedeli. La guerra coinvolge in un nuovo codice morale. Come non notare che tutte hanno sempre funzionato. Ma proviamo a chiederci, rabbrividendo: forse non ce n’era neppure bisogno. Chi uccide, soldato, guerrigliero, fanatico, l’avrebbe comunque trovata in sé.

Uccidere insieme è esaltante, cancella la colpa, l’assassino diventa eroe, è una avventura che offre una semplice spiegazione del mondo. Per questo, i casi di soldati o miliziani che crollano, si pentono, gettano il fucile e dicono: no, sono un’irrilevante minoranza. La guerra jihadista è la guerra perfetta perché trasforma il delitto in atto religioso, l’odio in strumento della grazia. Siamo così sicuri che anche le nostre guerre non siano così?

Ci sono statistiche secondo cui durante i due anni della rappresaglia a Gaza i suicidi tra i soldati israeliani sono aumentati. Troppi civili uccisi, troppi bambini uccisi, una guerra troppo sporca perfino dopo il 7 ottobre.

Forse esistono dati simili dopo quattro anni anche per l’esercito russo o quello ucraino. Non so, è possibile, ma quale guerra non è sporca, chi non uccide civili (errore… Danno collaterale… Il nemico mente… Stiamo controllando… Ci sarà una inchiesta…)? La scusa è sempre pronta. La guerra non cambia nulla, è un fatto come tanti altri di questo mondo: certo, è enorme ma è solo quello, accanto agli altri che sono e che saranno, non vi aggiunge nulla e non vi toglie nulla… Certo, ci raccontano che i torti saranno vendicati, il diritto ristabilito, gli oppressori rovesciati nella polvere. Ma il sangue versato e lo strazio non sono serviti a nulla, la somma è sempre zero: perché provare rimorso, dunque?

Ho osservato da vicino soldati, guerrieri, killer di Dio. Ma non ho mai incontrato qualcuno che fosse pentito per quello di cui si era macchiato. La maggioranza, anzi, si vantava, lo considerava un lavoro ben fatto. La libertà assoluta significava per loro soprattutto libertà di morte: gli altri erano morti e noi siamo vivi. Non è in questo già la sentenza di assoluzione? Pensare: ma perché faccio questo? E in fondo tutto ha un sapore di morte e in fondo all’angoscia il trionfo di chi ha eluso antiche leggi, ferocie nascoste. Ogni atto, ogni gesto lì può diventare un delitto.

In Siria nel 2012, ad Aleppo, incontrai un ribelle siriano, uno studente diventato guerrigliero. Sognava di essere un ingegnere, come gli altri ragazzi della sua “katiba” andava in moschea di rado. Volevano solo abbattere il tiranno Bashar, non purificare il mondo. Assediarono una caserma in cui si erano asserragliati decine di soldati e “mukhabarat”. Per tre giorni risposero al fuoco, dovettero stanarli un piano dopo l’altro. Nessuno sopravvisse. Quando calò il silenzio palpabile della morte, la polvere si stese piano sulle rovine e imbiancò il sangue, mi raccontò soddisfatto: «Abbiamo avuto il piacere di calpestare i loro cadaveri come fossero stracci. Ti sembrerà strano: avremmo voluto che tornassero tutti in vita per poterli uccidere di nuovo».

Credo di aver compreso perché. Uccidere in guerra è la manifestazione di forza assoluta , chi uccide mentre gli altri sono morti prova la gioia inebriante della sopravvivenza. Chi ottiene l’esperienza della propria sopravvivenza uccidendo un altro con le proprie mani è colto da una insaziabile passione: allora posso tutto, sono diventato il signore della morte.

E se davvero il fondamento dell’uccidere insieme ad altri uomini che indossano la stessa uniforme o seguono la stessa bandiera non fosse la coercizione o l’impulso alla autoconservazione? Se fosse questa illusione di immortalità? In guerra si uccide per sopravvivere agli altri, uccidere è la forma più elementare (e necessaria?) del sopravvivere.

I soldati tedeschi del 101esimo battaglione della riserva che il 12 luglio del 1942 eseguirono l’ordine di uccidere 2.000 ebrei del villaggio polacco di Józefów e i fanti americani del tenente Calley che il 18 marzo del 1968 massacrano 500 civili inermi nel villaggio vietnamita di Mylay non hanno apparentemente nulla in comune. Se non il non essere soldati scelti, nessuno li aveva addestrati per questi lavori di orrenda macelleria umana. Erano bravi ragazzi, gente di classi medie o basse. Eppure, a Józefów pochissimi scelsero la possibilità di tirarsi indietro, i pochi che a un certo punto smisero di sparare sulle vittime lo fecero più per nausea che perché tormentati dalla loro coscienza.

A Mylay l’equipaggio di un elicottero che tentò di fermare i commilitoni che mitragliavano donne, anziani e bambini, stupravano e bruciavano, dovette minacciarli con le armi pesanti. L’uomo mediocre e disciplinato, o forse si dovrebbe dire rassegnato, uccide meglio di quello avventuroso, di quello che un tempo si definiva eroe. Si fa presto a dire a sé stessi per spiegare, giustificare, che il dolore non deriva dalla malvagità umana, la propria, ma dalla fatalità delle cose.