(Giancarlo Selmi) – Le questioni che rendono gravissima la surreale vicenda del ponte sullo stretto di Messina sono più d’una. E riguardano vari aspetti: dall’uso disinvolto e sprecone del denaro pubblico, alla demagogia che ha accompagnato la proposta della costruzione di un’opera pubblica, totalmente staccata dai bisogni reali delle popolazioni della Calabria e della Sicilia, ma usata essenzialmente per scopi elettoralistici. Pagati con i quattrini degli italiani.

Ma non solo. La reazione di Meloni e Salvini, alle giuste valutazioni della Corte dei Conti, rappresentano plasticamente la cultura del “faccio tutto io e nessuno mi rompa i coglioni”, di gente che vuole governare eliminando controlli e contrappesi. Come se questi non fossero capisaldi irrinunciabili di un Paese democratico. Il dilettantismo evidente di Salvini, che ha sposato l’opera con sospetta passione. Opera che, fino a pochi anni fa, egli stesso definiva “inutile e pericolosa”.

Oggi dice: “voglio fare il ponte e lo farò a ogni costo” e non si capisce se questo sia una minaccia e neppure il motivo di questa sorta di accanimento terapeutico. Piuttosto ci spieghi i motivi di quanto segue. Accordi non chiari con i costruttori che hanno posto in essere sontuosi conflitti d’interesse. Contratti a perdere, per la collettività, sia dal punto dei vista del controllo dei costi, ma anche delle garanzie offerte ai costruttori e che permetteranno agli stessi di incassare penali miliardarie senza muovere una gru. Tutto a danno della fiscalità italiana, ergo di chi paga le tasse.

Squallidi escamotage messi in atto per impedire che l’opera, peraltro aggirando le vigenti normative, anche europee, venisse messa a gara. Facendo in modo che l’affidamento dei lavori di costruzione della stessa fosse obbligatoriamente a favore di Salini e compagnia. Quadro normativo alterato per permettere il far west dei subappalti a catena e senza fine, con gravi pregiudizi per la legalità, per la sicurezza dei lavoratori, per la qualità della stessa opera.

Studi di fattibilità improvvisati quando neppure esistenti. Impatto ambientale forse neppure considerato. Progetti vecchi e obsoleti rimessi a nuovo e ripresentati. Nessun coinvolgimento delle popolazioni interessate. Scarsa, quando non esistente, trasparenza. E potrei andare avanti così fino a scrivere un libro. Ciò che rimane di tutta questa buffonata è un aspetto che la trasforma da buffonata in tragedia. Quanto ci costerà tutto questo? Quanto arricchirà le tasche di qualcuno e impoverirà le nostre?

Si parla di quattro o cinque miliardi. Salvini prima di tutto dovrebbe chiedere a sé stesso quelle assunzioni di responsabilità che spesso ha chiesto ad altri e dovrebbe dimettersi. Ma Salvini dovrebbe soprattutto rispondere alle due domande sopra e chiarire, una volta per tutte, quanto veramente il suo immenso e repentino interesse sia motivato da un francescano bisogno di “sviluppo del meridione d’Italia”. Oppure da altro. Il sospetto viene, soprattutto quando tale incredibile interesse è stato palesato da uno che, fino a non tanto tempo fa, voleva usare l’Etna e il Vesuvio per lavare i “terroni”.