Albania, l’appello dei migranti ai parlamentari: “Qui è come essere condannati”. Drammatica ispezione a sorpresa nel centro migranti di Gjader da Rachele Scarpa e Matteo Orfini (Pd) e Riccardo Magi di +Europa. “Il governo trasferisce qui gente a caso che viene sedata a colpi di rivotril”

Albania, l’appello dei migranti ai parlamentari: “Qui è come essere condannati”

(Alessandra Ziniti – repubblica.it) – Gjadër – Alle due del pomeriggio fuori dalla fortezza di Gjadër il silenzio è surreale. E anche dentro. Non un rumore dalle celle semivuote: solo 25 i posti occupati su 830. Ad un anno dall’inizio di quell’operazione Albania che è l’ossessione di Giorgia Meloni, il deserto dei centri per migranti realizzati sull’altra sponda dell’Adriatico fa impressione. L’hotspot nel porto di Shëngjin, che avrebbe dovuto servire per la prima identificazione dei richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri e soccorsi in mare, è abbandonato. Non c’è neanche più la polizia italiana. A Gjadër, riconvertito in Cpr, in un anno sono passate solo 220 persone, dovevano essere tremila al mese. Alcuni di loro non sanno neanche di essere in Albania.

È l’immagine plastica del fallimento del progetto originario del governo Meloni quella venuta fuori ieri dal blitz a sorpresa di tre parlamentari dell’opposizione. Siamo tornati a Gjadër insieme a Rachele Scarpa e Matteo Orfini del Pd e Riccardo Magi di +Europa per raccontare quello che il governo italiano prova ad occultare negando qualsiasi informazione sull’effettivo numero degli ospiti, sui criteri dei trasferimenti dai Cpr italiani, su percentuali e modalità dei rimpatri. E allora meglio bussare a sorpresa al citofono del cancello blindato di quella desolantemente vuota cattedrale nel deserto che è Gjadër, circondata da un fossato pieno d’acqua come le antiche fortezze. Ma da qui nessuno prova a fuggire.

I pochi ospiti sono per lo più imbambolati, alcuni in stato catatonico, tenuti “sotto controllo” a forza di psicofarmaci come accade in tutti i Cpr italiani. Ci sono più guardie e addetti di vario genere che detenuti. Belem, algerino, soccorso in mare vicino alle coste della Sardegna e subito rinchiuso a Macomer, racconta: «Non ho mai toccato il suolo italiano, mi hanno portato qui senza neanche dirmelo e anche ora non so bene dove sono. Ho moglie e figli in Algeria ma ho perso tutti i contatti con loro». Parlano da dietro le grate delle celle i detenuti. Ahmed è marocchino e in Italia vive da 10 anni: «Ho sempre lavorato, faccio il muratore, il titolare della ditta mi ha detto che aveva fatto la sanatoria ma non era vero. Cosi mi hanno preso e portato qui, ho ingoiato una lametta il primo giorno che sono arrivato». Khalid, siriano, ha vissuto in Italia abbastanza da sapere di cosa parla: «Qui è peggio che al 41 bis, siamo condannati, murati vivi. Raccontatelo fuori quello che succede».

Settantacinque “eventi critici” in un anno, 30 solo negli ultimi tre mesi: lamette e batterie ingerite, un tentativo di autostrangolamento, uno sciopero della fame. «Abbiamo trovato un lungo catalogo di sofferenze inutili», dice Rachele Scarpa. «E la conferma di un enorme spreco di soldi. Il 70 per cento di chi arriva qui viene riportato in Italia per la non convalida del trattenimento, una trentina di persone sono tornate indietro per la loro condizione vulnerabile. Alla fine i rimpatriati saranno stati una quarantina».

Si va per ipotesi, perché neanche ai parlamentari vengono dati i numeri esatti. «È davvero inopportuno che il Viminale mantenga questa cortina di silenzio su quello che avviene qui dentro», dice Matteo Orfini. «E comunque, davvero, tutto questo poteva serenamente essere fatto dall’Italia».

Chiuso Schëngjin, abbandonati i trasferimenti via mare visti i numeri esigui, chi arriva qui viene portato su aerei della Guardia di finanza. Più o meno un volo ogni due settimane con pochissimi a bordo. Nessuno sa quanti siano i rimpatri effettivi. Riccardo Magi conclude caustico: «Giorgia Meloni, ti do una notizia: i centri in Albania non funzionano. Sono la prova che la propaganda costa e questa propaganda costa più di un milione a migrante».