(di Marco Lillo – ilfattoquotidiano.it) – Se non c’è nessuna sanzione mediatica la menzogna diventa un affare conveniente in politica. Questa è la lezione della manovra. Per capire quanto oggi siano deboli la stampa, l’opposizione e la satira, cioè i ‘controllori’ del potere, basta vedere il video di Giorgia Meloni sulle accise dei carburanti postato nel 2019 e poi la reazione alla manovra fiscale del 2025 sulle medesime accise annunciate dal governo Meloni. Raro vedere un caso così lampante di propaganda sguaiata e bugiarda di quel video del 2019. Difficile vedere un silenzio così compiacente dei media di quello riservato nel 2025 all’attuale prmier. Se si guarda quel video e lo si confronta con l’articolo 30 della Manovra si sente la mancanza soprattutto della satira in tv.

Giorgia Meloni aveva organizzato proprio una bella messinscena con l’amico benzinaio nel 2019. Si faceva riprendere mentre faceva il pieno da 50 euro. All’improvviso appariva un uomo nero con il cartello ‘Fisco’ (lo Stato nell’iconografia della destra) che arraffava 35 euro dei 50 appena consegnati: “È una vergogna! Noi pretendiamo che le accise vengano progressivamente abolite perché è uno scandalo”, diceva in favore di telecamera. Facile allora. Il presidente del Consiglio era Conte. Ora è lei. Non parla più con i video propagandisti ma con le leggi. Non promette più di eliminare le accise ma le aumenta sul diesel e – come gettito – sul totale dei carburanti: “A decorrere dal 1° gennaio 2026 è applicata una riduzione dell’accisa sulle benzine nella misura di 4,05 centesimi di euro per litro e un aumento, nella medesima misura, dell’accisa applicata al gasolio impiegato come carburante. Conseguentemente le aliquote di accisa sulle benzine e sul gasolio impiegato come carburante sono rideterminate nella seguente identica misura: a) benzina: euro 672,90 per mille litri; b) gasolio usato come carburante: euro 672,90 per mille litri”. Questo sì è uno scandalo. Questa sì è una vergogna, non abbastanza segnalata e rinfacciata a chi ha conquistato il consenso con la propaganda bieca.

I sostenitori della Meloni la difendono sostenendo che è solo un riallineamento tra le tasse sul diesel e quelle sulla benzina. Quindi neutro. Inoltre è stato chiesto dall’Europa perché green, favorisce infatti la benzina verde sul diesel. Sarà pure green ma la stangata resta e non è vero che nei tempi sia stata imposta dall’Ue. Il punto è che in Italia si consuma tre volte più diesel che benzina. Non a caso l’allineamento non viene fatto in 5 anni, come il governo aveva detto finora. Dal 1º gennaio 2026 il governo allinea subito le accise sui due carburanti. Nella relazione tecnica si spiega perché nel 2026 i contribuenti italiani grazie al governo Meloni pagheranno 587 milioni di euro di tasse in più per effetto dell’allineamento. Al netto del taglio delle accise sulla benzina, nel 2026 si prevede un aumento di gettito da accise pari a 587 milioni. Ci sarà poi un effetto inflattivo perché nell’autotrasporto di merci i costi maggiorati saranno traslati sul prezzo finale. Si dirà: alla fine però gli italiani con l’auto a benzina trarranno un beneficio simmetrico. Il Codacons stima il costo per chi fa due pieni di gasolio al mese in 57 euro all’anno. Però non ci sarà un pari beneficio per chi usa la benzina. Per effetto anche degli scarsi controlli, quando l’accisa è aumentata a maggio sul diesel di 1,5 centesimi di euro, il prezzo alla pompa è immediatamente salito, mentre per la verde, la riduzione dell’accisa di 1,5 centesimi non è stata traslata sul prezzo allo stesso modo. Se l’opposizione e la stampa funzionassero Giorgia Meloni dovrebbe spiegare perché vuol prendere dagli automobilisti (considerando anche il taglio delle tasse sulla benzina) 587 milioni di euro grazie alle accise che definiva una vergogna.

Nel 2023 – quando le accise salirono perché Meloni non prorogò il taglio a termine di Draghi, lei si giustificò con la supercazzola del mutamento di scenario, con la solita emergenza. Sarebbe bello se in ogni benzinaio d’Italia fosse piazzato uno schermo con i video di Meloni seguiti da quello del discorso politico di Carlo Verdone. Sentiamo la mancanza del democristianocon il cappottone e la sciarpa che spiegava dal palco con il tricolore perché non aveva rispettato le promesse: “E come potevamo noi… signori, il governo a quel tempo aveva le mani legate”. Ci manca perché almeno quando diceva ‘sempre tesi…’ alla riduzione delle accise, potremmo aggiungere oggi, avevamo la sensazione che quel politico un po’ si vergognasse e non pretendesse nemmeno lui di esser creduto. Quando Giorgia Meloni invece ricorre alle supercazzole dell’emergenza e dei mutati scenari guarda dritto negli occhi in telecamera rivendicando con orgoglio il suo diritto alla menzogna politica, certa che dall’altra parte non ci sia più nessuno a farle una domanda, una critica o almeno una presa in giro.