Quel mondo non è fatto solo dai capi di Stato. Quel mondo sono anche le piazze che si sono riempite di gente comune, hanno manifestato in modo non violento, hanno gridato basta alla strage

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Nessuno, oggi, sa dire se e quanto durerà. Forse poco, forse niente, perché duemila anni di conflitto e due anni di massacro non si cancellano in due giorni di negoziato. Troppe speranze tradite, tra Camp David e Oslo, dove si strinsero la mano uomini come Begin e Sadat, Rabin e Arafat. Non c’è motivo per scommettere che la pace arriverà da Sharm el-Sheikh, dove nessuno si è stretto la mano. La tregua riposa sulle spalle di Netanyahu, premier di un governo criminale e incostituzionale, e di Hamas, galassia del terrore inaffidabile e inafferrabile.
Ma dopo 735 giorni di mattanza, 1.200 ebrei inermi straziati nei kibbutz e 68 mila palestinesi innocenti sterminati nella Striscia, non ha prezzo vedere i familiari degli ostaggi che si abbracciano in lacrime a Tel Aviv. I ragazzi e le ragazze che fanno festa tra le macerie di Gaza. E soprattutto i poveri cristi di un controesodo biblico, carichi solo di stracci, in cammino lungo la costa, verso un Nord dov’è rimasto ormai solo un deserto che si sforzeranno di chiamare “casa”. Fuggito dall’esercito del Faraone, il popolo di Mosè attraversò le acque del Mar Rosso. Sopravvissuto all’esercito di Netanyahu, il popolo di Allah lambisce il Mare Nostrum da una spiaggia fatta solo di rovine.
Non è tutto, ma è già tanto. E se per questo “tanto” dobbiamo ringraziare Trump, facciamolo pure. Fingendo di non vedere le sue grottesche aspettative sul Premio Nobel. Chiudendo occhi e orecchi sui proclami bellicisti che ci ha regalato da quando ha rimesso piede alla Casa Bianca: «Voglio l’esercito più potente della terra», «armiamo gli insegnanti», «wow, quanto sono belle le armi», «generali, vi voglio letali», e via delirando.
Dimentichiamo tutto per un attimo, e diamo a Donald quel che è di Donald: con il truce dispositivo shock and awe per disorientare gli interlocutori, con la turpe logica transactional per puntare dritto al business, lo sceriffo di Washington è riuscito dove Joe Biden non aveva neanche provato. Lo ha fatto imbrogliando alla sua maniera: la «pace eterna» travestita da performance, più evento televisivo che processo collettivo. Lo ha fatto sorvolando tartufescamente sul vero e immenso macigno che ostacola il percorso: la nascita di uno Stato palestinese, che non rientra nella sua “visione”.
E se non lo vede lui, non si capisce perché mai dovrà vederlo Netanyahu, tenuto ancora politicamente in vita dall’ultradestra messianica e apocalittica di Smotrich e Ben Gvir. O perché mai dovrebbero vederlo le petromonarchie sunnite del Golfo che oggi rilanciano, allargandolo a tutta la regione, il dispositivo neo-coloniale e mercatista degli accordi di Abramo dell’agosto 2020.
David Grossman, con lungimirante coraggio, li definì «la pace dei ricchi». Il furente tagliagole Yahya Sinwar, con Hamas esclusa dal tavolo, li sabotò con il mostruoso pogrom del 7 ottobre. Il resto è la tragedia che sappiamo. Sempre pronta a riesplodere.
Si dice che questa svolta epocale sia avvenuta grazie alla telefonata del presidente americano all’amico israeliano, svelata qui da Lucio Caracciolo: «Bibi, Israele non può battersi contro il mondo… ». «Donald, lo capisco bene».
Ma cos’è il mondo di cui parla Trump? Certamente l’impero americano: senza i superpoteri Maga nulla mai si sarebbe mosso sul quadrante mediorientale. Sicuramente il mondo arabo: senza la sua spinta, a partire dal Qatar, il Likud non si sarebbe convinto. Probabilmente anche la timidissima Europa: alle strette, un contributo l’hanno dato i Paesi del Vecchio continente e dell’Unione (purtroppo non il nostro) che si sono rincorsi nel riconoscimento dello Stato palestinese. Ma come ricorda Lucia Annunziata, citando una vecchia massima della diplomazia: le istituzioni firmano i trattati, ma la pace la fanno i popoli.
Quel “mondo” — contro il quale Netanyahu si è battuto per due interminabili anni macchiati dal sangue di troppi innocenti — non è fatto solo dai capi di Stato che alla fine lo hanno piegato. Quel “mondo” sono anche le piazze che si sono riempite di gente comune, hanno manifestato in modo non violento, hanno gridato basta alla strage, allo sterminio, al genocidio, chiamatelo come volete perché come sostiene Anna Foa conta poco la «formula», per chi ne ha pagato con la vita le conseguenze. Spiace per gli accidiosi cacadubbi che — scimmiottando molto al ribasso il Berlinguer in pantofole e giacca da camera ritratto da Forattini nel dicembre 1977 — mal sopportano il frastuono dei cortei: a far tacere le armi è stata anche quella massa di lavoratori, insegnanti, studenti e famiglie che si sono mobilitati per la buona causa di Gaza, rompendo il muro dell’indifferenza e dell’ignavia delle classi dirigenti.
Spiace per Giorgia Meloni, che da giorni continua a balbettare frasi senza senso, tipo «la pace si costruisce, non si invoca» o «la pace non si fa con le bandiere»: se sulla Palestina si è infine svegliata dal suo colpevole torpore — dopo aver sonnecchiato a lungo per non irritare il “paparino” di Mar-a-Lago e il falco di Tel Aviv, al quale abbiamo appaltato la nostra cybersecurity — il merito è proprio delle proteste pacifiche di quei tre milioni di persone che hanno invaso le città italiane.
Spiace anche per Antonio Tajani, che dopo aver farfugliato «il diritto internazionale conta fino a un certo punto» ha commesso un’altra gaffe: pensava che quel palestinese della Striscia con il tricolore in mano si inchinasse agli ipocriti governanti italiani intenti a vendere armi a Israele, e invece stava ringraziando i capitani coraggiosi della Flotilla, capaci di sfidare la Marina israeliana e di sbattere in faccia al mondo la tragedia umanitaria di Gaza.
Non lo dicono i cattivi maestri della sinistra o le anime belle e perdute della «polizia del pensiero», come Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre, ha magnificamente derubricato i vaniloqui di Francesca Albanese. Lo sostiene il cardinal Pierbattista Pizzaballa. Gaza ha risvegliato la coscienza civile, una cosa che avevamo dentro ma a cui non pensavamo mai: la dignità, il rispetto, l’idea che esistono linee rosse che non si possono superare.
Il no a questa sporca guerra ha creato un senso di comunità e di partecipazione, a prescindere dalle appartenenze. Ogni atto violento va condannato, ogni striscione odioso va stigmatizzato, ogni inno al terrorismo va denunciato, ogni rigurgito antisemita va isolato. Ma se c’è una speranza — che i palazzi romani non dovrebbero strumentalizzare — vibra tra i ragazzi della Generazione Z, che come dice il patriarca latino di Gerusalemme hanno trovato un’urgenza e un senso che non è il Grande fratello.
Colorano piazze scosse da sentimenti contrastanti: la compassione e il dolore, l’indignazione e la rabbia. Ma agiscono, prendono posizione, rischiano. Sono convinti che le cose possano cambiare, ed è questa la grande novità della fase. Come l’uomo in rivolta di Camus, questi giovani gridano forte e chiaro il loro no. Servirebbe solo una politica degna, credibile e responsabile. Capace di dare una forma e un futuro al loro impegno. Di convincerli a dire sì a qualcos’altro, oltre alla pace.
come Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre, ha magnificamente derubricato i vaniloqui di Francesca Albanese.
Nell’arzigogolato e dotto articolo di Giannini non poteva mancare una stoccatina all’Albanese che secondo lui, o meglio secondo il figlio della senatrice innominabile, produce vaniloqui.
Ma andate affaxclo te e i tuoi beniamini.
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Questa sera fanno vedere in tv il disastro , ma va? Sino a ieri i palestinesi andava al ristorante e si divertivano, avevano internet e stavano benissimo …tanto è vero che non volevano lasciare la striscia.
Ma questo nuovo aspetto ,per loro. serve solo per incensare il pannocchia e in più il grande lavoro svolto dalla nana e dai due candelabri che ha a fianco(ringrazio chi li ha chiamati così in un comm.).
Dimostrazione il grande comico ucraino adesso chiede anche lui l’intervento per la pace però chiede artmi a lungo raggio… tanto il cubo ce lo mettono i suoi cittadini!
Speriamo che Putin non s’incazzi!
La Cina si è già incazzata…rafforzera il BRIC …!
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