I soci di Mediobanca mettono in minoranza l’ad Nagel: Mps avrà il controllo dell’ex salotto finanziario e del gruppo assicurativo

(di Marco Palombi – ilfattoquotidiano.it) – Con un singhiozzo e non con uno sparo. È così che finisce non il mondo, come voleva T. S. Eliot, ma il fu salotto buono della finanza italiana, a breve terra di conquista di una banca medio-piccola in mano al governo e a un paio di soci non finanziari con obiettivi non proprio chiarissimi. L’assemblea dei soci di Mediobanca, ieri mattina, ha detto no alla mossa della disperazione proposta dall’ad Alberto Nagel per ostacolare la scalata del Montepaschi a Piazzetta Cuccia: comprare Banca Generali e contestualmente disfarsi della quota di controllo del Gruppo assicurativo (il 13,2%), il gioiello della corona che è il vero obiettivo degli assalitori.
Esce sconfitto Nagel e, a distanza, escono sconfitti anche Philippe Donnet, l’ad di Generali, e il suo piano di prendere 700 miliardi di risparmio del gruppo triestino e metterli in una società alla pari coi francesi di Natixis, la mossa che ha spinto il governo ad appoggiare la scalata a Mediobanca, spostando l’ago della bilancia a favore di Mps. Un fatto di evidenza palmare ieri mattina: poco meno dell’80% del capitale presente, solo il 35% s’è schierato a favore del manager alla guida di Mediobanca dal 2008 e destinato in un tempo non troppo lontano a lasciare la poltrona. Il motivo è trasparente guardando la somma di contrari e astenuti: Delfin, la holding degli eredi Del Vecchio guidata da Francesco Milleri, col suo 20%, Francesco Gaetano Caltagirone col 10, le Casse previdenziali (Enasarco, Enpam, Forense) col 5%, gli istituzionali (Amundi, Anima, Tages) col 3% e infine Edizione Holding (i Benetton) e Unicredit, entrambe col 2%. Sono “i soci in conflitto d’interesse” stigmatizzati da Nagel, perché la maggior parte ha quote anche in Monte dei Paschi, che s’appresta incredibilmente a conquistare Mediobanca.
L’offerta pubblica di scambio della banca senese è partita a metà luglio e si concluderà l’8 settembre, data fin troppo simbolica nella storia italiana: ad oggi ha già ottenuto l’adesione del 19,4% delle azioni Mediobanca, grazie all’aiuto di Delfin, e l’assemblea di ieri ha mostrato in modo chiaro che Siena di fatto ha già virtualmente in mano la quota di controllo del 35% e anche di più. La banca d’affari voluta da Raffaele Mattioli nel dopoguerra e resa da Enrico Cuccia uno snodo fondamentale, ancorché non sempre positivo, della vita economica del Paese finisce alla Siena dei “CaltaMeloni”.
Forse è il caso di spiegare l’espressione ai lettori più distratti. Il Montepaschi salvato dallo Stato oggi è controllato da un pacchetto di soci scelto con squisita logica politica: il Tesoro è ancora il primo azionista con l’11,7% e governa la banca insieme a Delfin (al 9,8%, ma con l’autorizzazione Bce a salire al 20), a Caltagirone (9,9%) e al milanese BancoBpm (8,9%), che il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti vorrebbe fondere col Monte per fare il mitologico “terzo polo bancario”.
È appena il caso di ricordare che questi soci privati sono entrati nel capitale di Mps comprando azioni in mano al Tesoro con una modalità talmente bislacca che è stata oggetto di esposti e di una inchiesta della Procura di Roma ancora in corso. Sono, appunto, i “CaltaMeloni”, che oggi mettono le mani su Mediobanca per prendersi Generali: un vecchio pallino del duo Caltagirone e Delfin, finora sempre respinti con perdite dall’alleanza tra management e fondi d’investimento internazionali, che per riuscire a questo giro hanno usato Montepaschi come un taxi.
Hanno vinto loro e forse era facile da prevedere nell’èra del capitalismo politico, ma questo non risolve certo tutti i problemi dell’operazione. L’inchiesta sull’asta con cui il Tesoro si è scelto i soci in Mps, certo, ma anche lo scarso senso industriale della fusione tra due istituti così diversi come il Monte e Mediobanca (specie se verrà fallito l’obiettivo del 66,7% che consentirebbe di usare i miliardi di crediti fiscali in pancia a Siena) e ancor più la possibile fuga dei manager di prima fascia di Piazzetta Cuccia, con clienti al seguito, che potrebbero indebolire molto il settore della gestione patrimoniale, la parte più redditizia di Mediobanca insieme alla quota di Generali.
In Borsa i titoli coinvolti, dopo settimane di guadagni, ieri hanno subito qualche perdita, anche la futura vincente Montepaschi, forse per un fatto tecnico: per arrivare all’obiettivo di scambiare azioni Mps con almeno due terzi di quelle di Mediobanca dovrà alzare la sua offerta (magari con del contante), che al momento viaggia a sconto sui valori di Borsa di oltre 400 milioni di euro. Un boccone amaro che si potrà ben mandare giù per togliersi lo sfizio di mangiarsi il fu salotto buono del capitalismo straccione del BelPaese.
Qualcuno ricorda quanto accadde nel 2005. Allora ebbero la meglio, (anche con l’aiuto della magistratura?) i furboni del “Quartierone”, cioè quelli dei “salotti” buoni, contro i furbetti del “quartierino” che si erano illusi di poter impedire che alcune banche italiane finissero sotto il controllo di alcune banche straniere.
la vittoria dei furboni ci costò cara e amara. Chi ci guadagnò quando MPS stramazzò al suolo (sarebbe fallita se non fosse intervenuto il governo con denaro pubblico) dopo aver acquisito il controllo di antonveneta che fino a quel momento era stata “preda di vari cacciatori?
Oggi la domanda é: Questa volta verranno sconfitti i “furboni del quartierone”?
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