(Di Gianvito Pipitone) – Premessa doverosa. In mezzo a chilometri d’inchiostro che ogni anno celebrano — a ragione — le lodi della Sicilia — il sole, il mare, il caldo, la cucina, la passione e l’ospitalità — questa sarà una voce dissonante, fuori dal coro. Non per un sentimento avverso, ma forse per troppo amore. Da amante, a volte corrisposto, molte altre un po’ meno. Non è forse vero che in amore tutto — o quasi — è permesso?

La Sicilia è una contraddizione vivente, il tipo di amante che ti manda messaggi dolcissimi e poi ti blocca su Instagram, senza motivo. Ti conquista con un cannolo che sembra uscito da un complesso barocco, e poi ti lascia a lievitare di rabbia intrappolato in mezzo al traffico, con il motore su di giri e il navigatore in crisi esistenziale.

È dolce e amara, come la caponata che ti abbraccia e ti tradisce, come la granita alla mandorla macchiata pistacchio che ti illude di refrigerio ma ti regala acidità, come un arancino mangiato di sfuggita sotto la canicola catanese, mentre al terzo giro dell’isolato ti rassegni al parcheggio “di cozzo”: «Basta che lasci le chiavi, capo».

Il sole, quello che al Nord Europa ci invidiano, può diventare una sentenza. Il mare, una promessa. Il turismo, una valanga. Non è un mistero: l’isola piace e si fa guardare. Perché, intendiamoci, che le manca? Ha tutto: mare, montagna, città d’arte, una cucina variegata che non va per il sottile e tante cose buone da bere.

Con circa 2,9 milioni di turisti in arrivo quest’estate e 11,6 milioni di presenze complessive, la Sicilia si conferma tra le mete più amate d’Italia. Palermo, Taormina, Catania, Cefalù e Giardini-Naxos restano le capitali del pellegrinaggio estivo. E mentre i turisti si godono il cannolo — quello di Dattilo, croccante come la lingua di una vecchia zia siciliana — e un bicchiere di Passito sul meraviglioso tramonto delle saline dello Stagnone di Marsala (il più bello del mondo), il sistema rischia di implodere.

Strutture ricettive full booked da maggio, prezzi da capogiro, qualità dei servizi spesso sotto gli standard. I musei si trasformano in stazioni ferroviarie affollate, le aree archeologiche in campi base per selfie compulsivi, i centri storici in labirinti sotto assedio a orde selvagge. Ortigia, Palermo, Catania diventano trappoloni spesso invivibili dove lo struscio è ormai letteralmente una lotta di sopravvivenza. E non va meglio in provincia, nelle campagne, dove per raggiungere Marzamemi o Cefalù bisogna fare slalom tra immondizia e incuria. Il turismo cresce, ma la civiltà purtroppo arranca.

Nel frattempo, nei vicoli si friggono arancini (a Catania) e arancine (a Palermo), e la disputa linguistica continua a tenere banco tra un Grillo dalle sapide tonalità marine e un Nerello Mascalese d’altura con le sue venature vulcaniche. Due anime liquide che raccontano l’isola meglio di mille brochure: il primo, fresco e salmastro come una brezza del trapanese; il secondo, profondo e austero come una serata sull’Etna. La brioche col tuppo si scioglie nella granita come un sogno d’infanzia, mentre si cerca invano la via d’uscita da una teglia di anelletti al forno. Tutto sembra sospeso come in un sogno di mezza estate.

E poi c’è l’autostrada. Dopo anni, me ne sono ormai convinto. La Palermo-Catania non può che essere un esperimento di pazienza collettiva: una seduta di psicanalisi. Non può essere altrimenti. Chilometri di corsia unica, cantieri eterni, code roventi. E non c’è alternativa: altro che ponte di Messina. I treni regionali sembrano usciti da un film di Renato Pozzetto degli anni ’80, gli autobus appaiono e scompaiono come miraggi nel deserto, la viabilità interna è un test per sospensioni e nervi.

Diciamocelo: in Sicilia, chi non ha un’auto è perduto. Chi ce l’ha, pure. Non resta che affidarsi alla divina provvidenza per trovare un parcheggio — strisce blu, gialle, marroncino, rosa pallido… E quando finalmente il miraggio si fa realtà, sappiamo sempre chi ringraziare: il tanto caro parcheggiatore abusivo. Dopo un paio di sguardi in cagnesco, scatta subito un gioco di forza psicologico: alla fine vince chi ha il coraggio di sgattaiolare via, rifiutandosi di aprire il finestrino senza pagare l’obolo, incorrendo nella strisciata della macchina oltre che nella sua eterna maledizione.

Ma il vero mistero siciliano non è il traffico, né il parcheggio. È l’immondizia. Cumuli ovunque: discariche improvvisate nei pressi di uliveti, a due passi dalle spiagge, sul retro di edifici pubblici e privati, in ogni angolo vicino e lontano di quest’isola bella e dai contorni impenetrabili. Frigoriferi dismessi, materassi di ogni ordine e grado con le cartine geografiche, lavatrici in centrifuga, scaldabagni di prima e ultima generazione, copertoni che, per incanto, dopo due settimane in posa, vanno in autocombustione. Sacchetti di ogni ordine e grado ovunque, come cuccioli smarriti: nessuno li vuole, nessuno li raccoglie, e intanto si moltiplicano come se avessero trovato casa proprio lì.

Nessuna popolazione al mondo si permetterebbe di deturpare il proprio territorio con una tale disinvoltura. Eppure, in Sicilia, esiste una razza antropologicamente indecifrabile che lo fa con regolarità. Spesso impunemente. Servirebbe uno psicologo, forse un sociologo, magari un esorcista. Perché questa non è miseria reale. È povertà mentale, culturale, oltre che di spirito. È una forma di autolesionismo ambientale che sfida ogni logica. È come se una parte della popolazione volesse punire la terra per essere troppo bella. Un gesto di vendetta idealistica contro la sua bellezza. Un atto di sabotaggio contro sé stessi e la propria terra. Quella dove vivono insieme ai loro figli e dove continuano a riprodursi impunemente.

E mentre il turismo genera 2.600 milioni di euro di spesa straniera e 26.040 nuovi posti di lavoro solo nei tre mesi estivi, la Sicilia si ritrova a fare i conti con l’overtourism e con l’under-civiltà. Un paradosso che nemmeno Empedocle, gettatosi nell’Etna per dimostrare la propria immortalità, riuscirebbe a spiegare. Di fronte a tutto ciò, Gorgia di Lentini, maestro di retorica, direbbe forse: che nulla esiste, nulla è comprensibile, nulla è comunicabile. E forse è proprio questo il punto: la Sicilia è talmente bella da risultare talvolta incomunicabile. Talmente intensa da diventare insopportabile. Talmente viva da sembrare un’allucinazione.

La verità è che la Sicilia non si può spiegare. Si può solo vivere. E sopportare. E amare, nonostante tutto. Come si ama un’amante complicata, che ti strega con un cannolo e ti respinge con una discarica a cielo aperto. Che ti accoglie con un tramonto e ti lascia a marcire in coda sotto il sole. Che ti fa arrabbiare, ti fa ridere e, alla fine, maledicendo il mondo, ti fa rimanere avvinghiato a lei.

Perché qui, anche il Kaos ha il suo fascino. Persino l’immondizia ha il suo posto nel paesaggio. Insieme al traffico … “tentacolare, vorticoso che mette contro famigghie contro famigghie”. E forse, in fondo, è proprio questa la maledizione e il miracolo dell’estate siciliana: essere un paradiso che si ostina a vivere come un inferno. Ma che, come ogni amante, non si riesce a smettere di desiderare.

Catania 5 agosto 2025