Se la politica italiana ignora la coerenza

(Flavia Perina – lastampa.it) – Ma la politica italiana vuole e può avere un coerente ruolo, quantomeno «di testimonianza», nella più grande crisi umanitaria che abbiano conosciuto le ultime due generazioni, la morte per fame di migliaia di esseri umani dall’altra parte del Mediterraneo? È un interrogativo pressante dopo la lettera degli ex ambasciatori a Giorgia Meloni e lo scambio di battute tra maggioranza e opposizione a proposito del riconoscimento dello Stato di Palestina, con la prudenza della premier («Non è ancora tempo») sanzionata da Elly Schlein («È accondiscendenza a Trump e Netanyahu) e Giuseppe Conte («Atto di sudditanza»).

Quella lettera ricorda che fare politica non è solo gestire l’esistente o cavalcare lo scontro parlamentare. È anche coltivare ed esprimere posizioni di principio e rappresentarle con chiarezza e coerenza. Nel lungo tunnel della Guerra Fredda era assai difficile, ciascuno rispondeva a un padrone lontano e spesso feroce nella difesa dei suoi interessi.

La sinistra chinò la testa su Budapest e Praga, la destra sui colonnelli greci e su ogni golpe sudamericano. Quella fase è finita da un pezzo e tuttavia resta la sensazione di una generalizzata mancanza di coraggio nel varcarne i confini. Siamo un piccolo Paese, che probabilmente non conta molto nella ristrutturazione dell’ordine mondiale in corso, ma proprio per questo la nostra politica potrebbe permettersi (almeno) scelte di principio più credibili e un’attestazione valoriale più solida di quelle che entrambi gli schieramenti esprimono.

A destra si stenta a fare uso della celebrata influenza internazionale di Giorgia Meloni, appena riconosciuta da un’importante copertina di Time, che dovrebbe consentire forme di interventismo più nette dell’ovvia condanna dei massacri in corso a Gaza e della delega all’alleato americano perché gestisca la crisi come meglio crede.

Tra l’altro l’Europa, e dunque anche l’Italia, risulteranno i probabili approdi della massa di palestinesi spinti verso l’emigrazione forzata quando si apriranno i cancelli della prigione di Gaza: oltre alle ragioni umanitarie, è un concreto motivo per rivendicare voce in capitolo e agire di conseguenza. Su un piano più politico dovrebbe accendersi il richiamo alla «causa dei popoli», una costante del racconto della destra italiana e anche della destra meloniana, che è stata la base rocciosa del sostegno all’Ucraina invasa ma non riesce a produrre altrettanta fermezza di pensiero sulla scena mediorientale.

Ci si chiede se i riconoscimenti del mondo siano giudicati appaganti di per sé e se la Realpolitik – conservare il rapporto con gli Usa, coltivare l’asse con la Germania – non abbia del tutto sostituito la capacità di esprimere posizioni nette su questioni di fondo.

Sul versante di Elly Schlein, le accuse contro Meloni in nome del diritto umanitario hanno un retrogusto molto simile. Si applaudono gli ex ambasciatori, si dice: difendiamo un assunto di civiltà, non si uccidono i bambini, i civili, gli innocenti, non si usa la fame come arma. Ma quello stesso presupposto non vale sulla scena di Kiev, dove il racconto dell’invasione russa è stato contrastato fin dall’inizio in nome della narrazione alternativa sulla «guerra difensiva» di Mosca.

E dunque, come la mettiamo? La condanna di Benjamin Netanyahu è più facile perché tiene insieme l’alleanza tra Pd e M5S, quella di Vladimir Putin resta soggetta alla necessità di non spaccare una potenziale coalizione? Sposare fino in fondo, su entrambi gli scenari, la causa dell’umanità e dell’autodeterminazione dei popoli sarebbe possibile e necessario. I progressisti di tutta Europa l’hanno fatto. L’ha fatto Emmanuel Macron, che viene applaudito in questi giorni per il riconoscimento dello Stato di Palestina ma è anche uno dei capofila del sostegno militare all’Ucraina.

La sensazione è che in entrambi gli schieramenti l’uso politico interno dei drammi di Gaza e di Kiev prevalga su ogni altra considerazione e manchi il coraggio di costruire posizioni di principio coerenti. È paura, è fragilità, è rinuncia. Siamo un piccolo Paese, non facciamo la Storia, ne siamo molto spesso semplici testimoni, ma anche quel ruolo potrebbe avere una sua grandezza se lo si esercitasse davvero