
(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – Viviamo in un’epoca straordinaria. Un’epoca in cui si può dire tutto, purché coincida con la linea della Nato. In cui la libertà di parola è sacra, a patto che non sia esercitata. In cui il pacifismo è un reato e l’analisi geopolitica, se non proviene dal Pentagono o da una qualche ONG fotocopiata, è immediatamente bollata come disinformazione putiniana.
Siamo entrati nella stagione del monopolio psicologico della paura, versione aggiornata e corretta della dottrina Goebbels: non serve più urlare “al lupo!”; oggi basta dire “i russi!”. Funziona anche meglio.
L’arte di governare oggi non passa più per le urne, i programmi o le ideologie. Passa per il terrore. Terrore che arriva dallo spazio, dai Balcani, dalla Siria, dall’Ucraina, da Teheran, da Pyongyang, da Caracas e persino dalla Val Brembana, se necessario. L’importante è che faccia paura.
È una paura programmata, distribuita, incentivata, a volte anche in offerta speciale 3×2: “Acquista un drone Bayraktar e ricevi gratis il diritto di avere paura del prossimo conflitto nucleare”. Così si tiene buono il cittadino, si giustificano le spese folli in armi, si tacciono le spese in sanità, e si convince l’opinione pubblica che i carri armati sono più urgenti dei treni regionali.
Naturalmente c’è una regola d’oro: chi osa dire che l’imperatore è nudo, o peggio, che i missili ipersonici russi potrebbero non fermarsi al confine polacco se provocati, viene bollato immediatamente come nemico della democrazia. Anche solo ipotizzare che l’Italia, se entrasse in guerra con una potenza nucleare, farebbe la fine di Mariupol con l’aspettativa di vita di un paracadutista ucraino, è diventato un attentato alla sicurezza nazionale.
Eppure, a guardar bene, chi ha parlato per anni di pace è stato ignorato. Chi ha chiesto negoziati è stato ridicolizzato. Chi ha osato fare domande ha visto spegnersi il microfono, sparire l’invito, cancellarsi la rubrica. Il pluralismo si difende… con l’esclusione sistematica dei dissenzienti. Chi si ostina a ricordare che l’Italia ha partecipato a tutte le guerre americane dal 1999 in poi come utile idiota armato, viene trattato come un residuato bellico del ’68.
La realtà è che la politica estera italiana è in outsourcing. E non da oggi. Da almeno trent’anni, ogni volta che c’è da bombardare qualcuno, gli Stati Uniti fanno un fischio, e l’Italia corre con l’elmetto in mano, pronta a spedire qualche contingente a morire in missioni “di pace” che iniziano con i missili e finiscono con i funerali.
Ma guai a dire che siamo diventati una colonia armata senza sovranità. Bisogna credere che l’Europa si difende ammassando truppe ai confini della Russia. Che la pace si costruisce fornendo bombe a grappolo. Che la libertà si garantisce impedendo ai giornalisti di raccontare l’altro lato della storia.
Nel frattempo, la NATO – che nessuno vota e nessuno discute – si è trasformata in un parlamento armato della paura. Decide, pianifica, ammonisce e impone. E ogni volta che osa dire “l’Iran farà questo” o “la Russia farà quello”, l’Italia obbedisce. Non per convinzione, ma per riflesso condizionato: è la diplomazia della coda tra le gambe.
Il cittadino medio, intanto, vive nel terrore di morire per Teheran o per Dnipropetrovsk, mentre fa fatica a pagare la spesa. Ma se prova a chiedere: “Scusate, ma non sarebbe il caso di investire in sanità invece che in portaerei?”, lo zittiscono con l’accusa più infamante del nostro tempo: “filo-russo”. Non “ignorante”, non “illuso”, ma “filo-russo”. Come se fosse un reato pensare.
E così la guerra diventa normalità, la militarizzazione si fa etica, e la propaganda è il nuovo vangelo civile. Ma, per carità, continuiamo a parlare di “valori occidentali”.
Forse sarebbe il caso di dire le cose come stanno: l’Italia ha bisogno di una politica estera autonoma, di una difesa nazionale e non coloniale, di una narrazione meno isterica e più razionale.
E soprattutto, ha bisogno di riprendersi il diritto di avere paura solo quando è necessario. Non quando conviene a chi fabbrica armi e narrazioni.
L’articolo offre una denuncia assolutamente legittima del clima politico e mediatico mediatico che prevale in Europa e in Italia negli ultimi anni. Descrive bene l’omologazione dell’informazione, l’uso politico della paura, la marginalizzazione del dissenso, e l’automatismo con cui le classi dirigenti italiane accettano linee dettate da Washington o dalla NATO.
Tuttavia, c’è un punto che merita di essere evidenziato con spirito costruttivo: anche questo pezzo, pur criticando lo schieramento univoco dei media e dei governi, non riesce a sottrarsi completamente alla logica del posizionamento. Denuncia lo sbilanciamento atlantico, ma non compie fino in fondo il passo necessario verso l’analisi delle vere cause del conflitto russo-ucraino, che restano in ombra.
In altre parole: se è vero che la stampa dominante racconta una guerra morale e ignora spesso le ragioni geopolitiche, economiche e strategiche del conflitto, è altrettanto vero che una contro-narrazione davvero utile dovrebbe non solo denunciare la propaganda, ma colmare il vuoto di comprensione. Perché se la stampa dice che Putin potrebbe aggredire, mente; e se dice che non si debba temere Putin, mente ugualmente.
Ci sono delle risorse contese, ognuno ha interessi legittimi nel contenderseli, il problema è il modo con cui si contendono.
Il problema non è lo schieramento, ma la superficialità con cui viene raccontata una guerra complessa.
Le vere ragioni del conflitto, che riguardano gasdotti, miniere, equilibri energetici, influenza economica e finanziaria, sono le grandi assente tanto nella narrazione ufficiale quanto in quelle critiche ad essa. E senza queste chiavi di lettura, anche la denuncia perde forza: perché si limita a contrastare una narrazione senza offrire un’alternativa più informata; anzi creando una maggiore polarizzazione dell’opinione pubblica.
In un mondo sempre più diviso tra chi grida A e chi grida B , forse il passo più importante sarebbe spiegare, far capire, dare ai cittadini gli strumenti per pensare davvero, per renderli consapevoli, senza paura e senza bandiere.
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Divide et impera. Lo dicevano all’incirca 2000 anni fa’.
I guelfi ed i ghibellini sono stati contrapposti per quasi 3 secoli a partire da 900 anni fa’.
i capponi di Renzo si beccavano in un romanzo 200 anni fa’.
Oggi siamo punto e a capo.
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Si, ma l’intelligenza si vede dall’abilità di non cascarci.
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Eccerto, è uguale dire Putin = satana/Hitler/Stalin e Putin = amico.
Dicci, leoncino: che tipo di minaccia rappresenta Putin per noi?
Non mi sta bene che stiamo al 50% del totale tra 0 e 100.
La Russia rappresenta una minaccia quasi allo 0% per noi.
Noi rappresentiamo una minaccia per la Russia spinta da USA e sopratutto da quei bas.tar.di dell’UK che si infiltrano dappertutto e ovunque sempre con lo stesso criterio.
Chiediti come mai l’UK è tanto interessata al Tajikistan e persino alla Mongolia.
Quando sono i russi che esprimono amicizia alla Serbia sono nemici dell’Europa, invece.
Quindi no, non c’é equidistanza e non perché ‘uguale e contrario’ ma perché Putin = minaccia per l’EU è una STr0nzata integrale.
Se Pollonia e Nani baltici vogliono fare a botte con Mosca si accomodassero pure.
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