Il nemico perfetto. La sua carriera politica è incentrata sull’aggiramento degli scandali, cavalcando la parola d’ordine della Grande Israele “dal Giordano al mare”, speculare a quella dei palestinesi di Hamas

(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Al netto dei 60 mila cadaveri accatastati sulle macerie di Gaza e dell’intero Medio Oriente, l’immagine più oscena di queste ore è quella di Benjamin Netanyahu che prega davanti al Muro del Pianto, nella Città vecchia di Gerusalemme, per “la buona salute” del suo vecchio amico Donald Trump, mentre i loro missili, i jet, le bombe, eseguono gli assalti da Khan Younis a Teheran, dal Golan a Damasco, dallo Yemen all’Iraq.
Tutto il rosso del sangue che si porta addosso, tutto l’odore di morte che lo circonda, Netanyahu ha provato a infilarlo dentro l’azzurro-cielo della kippah che indossava in quella oltraggiosa messa in scena nella quale incoronava il massacro di Gaza e l’aggressione a Teheran con l’eterno inganno che nutre di furore ogni religione maneggiata per la conquista del potere.
E a ben vedere, tutta la sua storia sta in quella passeggiata insieme crudele e grottesca che ha voluto offrire al mondo insieme con la nuova guerra contro la teocrazia sciita, sempre la penultima da combattere, prima della prossima. Lo ha fatto camminando in quello spazio simbolico per celebrare il trionfo del suo potere assoluto di re della guerra perpetua e del perpetuo sterminio. Usando gli abissi di Gaza e della Cisgiordania per replicare, sui palestinesi, la tragedia della cancellazione del popolo ebraico, riproducendola a specchio nei 360 chilometri quadrati della Striscia, che l’Occidente guarda e tollera in forza del suo superiore cinismo, proprio come accadde ottant’anni fa quando solo a guerra vinta, oltrepassò il filo spinato di Auschwitz per inaugurare un po’ di commozione. E insieme prepararsi a scaricare l’Olocausto, fabbricato dall’Europa dei nazionalismi, sulle spalle dei lontanissimi palestinesi.
Tragica e trionfante è la storia di Benjamin Netanyahu, detto Bibi, nato nell’anno 1949, padrone di Israele e insieme nemico di Israele. Eroe ai suoi occhi fu il padre Benzion, polacco, professore di Storia, militante sionista radicale, emigrato a Gerusalemme negli anni 20, dove cambiò il proprio cognome da Milejkowski, “uomo del mulino”, in Netanyahu, “dono di Dio”, e che per insegnare emigrò di nuovo negli Usa, dove coltivò i suoi studi sull’antisemitismo, al quale era possibile opporsi solo creando uno Stato più armato e più forte dei suoi nemici da battere e terrorizzare nella battaglia, prima di trattare. Insegnamento che trasmise all’altro eroe di Bibi, il fratello maggiore Yonathan, arruolato nei reparti speciali dell’esercito, ucciso durante il blitz per la liberazione degli ostaggi israeliani a Entebbe, anno 1976. Anche lui icona venerata dal fratello minore che a 18 anni, si arruola nell’esercito, partecipa alla Guerra del Kippur, anno 1973, guidando incursioni in Egitto e in Siria. Dopo il congedo, aderisce al partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro premier, che inizia la carriera politica guidando l’Irgun, l’organizzazione terroristica che nel 1946 fece esplodere il King David Hotel, sede del quartiere generale britannico, 90 vittime. E due anni dopo guidò il massacro di Deyr Yassin, villaggio palestinese a ridosso di Gerusalemme, dove l’Irgun e la Banda Stern entrarono e uccisero 250 tra uomini inermi, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, spogliati, seviziati, macellati, bruciati, proprio come un 7 ottobre capovolto, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700 mila palestinesi dalle loro terre.
Bibi viene da quel sangue, da quella determinazione per lo Stato forte che ha gonfiato la marcia elettorale del Likud fino alla storica vittoria del 1977, dopo 28 anni di predominio laburista, con Begin che da premier apre all’Egitto di Anwar Sadat, invitandolo addirittura a Gerusalemme per la riconciliazione. E che, dopo il Nobel per la Pace (condiviso con Begin) costerà la vita al leader egiziano, ucciso da un estremista islamico, anno 1981.
Finito il servizio militare, Bibi torna negli Usa, si laurea in Business Administration al Mit di Boston e conclude un dottorato in Scienze politiche a Harvard. Il suo primo incarico di rilievo è rappresentante permanente di Israele all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui conosce e frequenta Donald Trump, la sua scia di controversi affari immobiliari, ma specialmente di stelline da jet set e scandali in formato tabloid. I quali diventeranno anche una costante della vita privata, tre mogli in una trentina d’anni, divorzi dirompenti, accuse di tradimenti, scandali, amanti, ricatti sessuali.
Tormentata è anche la sua avventura politica, giocata sempre sulla direttrice della intransigenza. Nel 1993 diventa leader del Likud che fa opposizione al processo di pace voluto da Yitzhak Rabin, assassinato da un colono ebreo a Tel Aviv, anno 1995, alla fine di una manifestazione pubblica in favore degli accordi di Oslo con il leader palestinese Arafat.
Netanyahu diventa premier subito dopo, blocca gli accordi pace con l’Olp, s’oppone alla nascita di uno Stato palestinese. Le prime accuse di corruzione lo obbligano alle dimissioni un anno dopo. Esce indenne dalle indagini. Diventa ministro delle Finanze con il governo dell’ex generale Sharon, anno 2003, ma si dimette quando il premier blocca gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania.
Vince di nuovo nel 2009 e resterà primo ministro fino a oggi, con sei mandati consecutivi, incoronati, nel 2018, dalla legge identitaria dello “Stato-Nazione” che detta: “Israele è del popolo ebraico e di nessun altro”. Sancendo che gli arabi sono cittadini di serie B.
Governa nella tempesta, sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo. Sempre assediato da imponenti manifestazioni di massa che chiedono le sue dimissioni. Sempre salvato dalle provvidenziali emergenze militari.
A fronte delle esitazioni della sinistra, e alla fatica di proporre una soluzione mediana tra i due popoli, lui va dritto per dritto, cavalcando la parola d’ordine della Grande Israele “dal Giordano al mare”, speculare a quella dei palestinesi di Hamas, talmente perfetti come nemici permanenti, da averne consentito il finanziamento e la crescita nella Striscia a scapito dell’Autorità palestinese: “Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese – dirà in Parlamento – deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia”. Era il marzo 2019. L’eccidio del 7 ottobre 2023 non ha cambiato le carte in tavola, ma ha distribuito, insieme con i morti del massacro, proprio le carte che voleva lui.
Sempre bravo Corrias. Articolo conciso e completo sulle malefatte di questo mostro che qualcuno ha chiamato “idra dalle 9 teste”.
Parrebbe un “coccodrillo”, l’articolo, ma purtroppo non lo è; lo prendo come un auspicio che “lassù qualcuno ama” i poveri Palestinesi (cit.).
Certo che a guardare la foto in quel volto è rimaasto poco o niente di umano. Dagli occhi iniettati di sangue emerge uno sguardo di crudele disperazione, di chi ha varcato la linea di demarcazione che porta all’inferno e costui ci sta già dentro.
Ormai è un’anima persa e forse sa che non si torna indietro da quel posto. Impossibile lavare tutto quel sangue e continuare a vivere come se niente fosse. Se la religione può ridurre un essere umano in un mostro così… Penso sia meglio essere atei e cercare la spiritualità altrove!
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concordo ,grande Corrias e grazie del breve e troce riassunto e profilo di un assassino.
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Ec.atroce
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