La “ricostruzione”. Esfiltrare gli studiosi per avere un domani una classe dirigente

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Tutta la comunità accademica dell’Università per Stranieri di Siena è felice per la bellissima notizia dell’avvenuta esfiltrazione da Gaza (dopo tanti tentativi) di Aya Ashour, la nostra giovane collega palestinese che i lettori del Fatto Quotidiano conoscono attraverso i suoi preziosi articoli. Ashour è stata formalmente invitata nell’aprile del 2024 come visiting researcher, per continuare a coltivare da noi il suo campo di studio, che incrocia gli studi di genere e quelli di diritto internazionale (ricordo il titolo della sua tesi: “Il ruolo delle donne nella sicurezza e nella pace, secondo la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza: la Palestina come caso di studio”), e nei prossimi giorni arriverà finalmente a Siena.

Come rettore dell’Università per Stranieri di Siena, desidero ringraziare, e non formalmente, il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani e la ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, con i quali sono stato in costante contatto diretto, e la cui decisione politica è all’origine della salvezza di Aya. Sono anche gratissimo all’Unità di crisi della Farnesina, e alle nostre rappresentanze diplomatiche a Tel Aviv, Gerusalemme e Amman per un lavoro silenzioso quanto straordinario. Nel disastro di relazioni internazionali ormai improntate a un uso estensivo della forza, e a un ostentato disprezzo per ogni regola e ogni diritto, la diplomazia rimane un baluardo di civiltà: e la nostra diplomazia italiana rimane, nonostante tutto, un imprescindibile punto di riferimento professionale e civile.

Le condizioni estreme in cui versa Gaza, imporrebbero oggi un salto di qualità politico che permetta alla diplomazia italiana di ripetere su una scala più vasta l’operazione messa in campo per Ashour. In particolare, un accordo tra governo italiano e governo giordano potrebbe consentire di organizzare il trasferimento delle ricercatrici e dei ricercatori palestinesi imprigionati a Gaza: non certo per portare a compimento lo scolasticidio intrapreso da Israele, ma per consentire al ceto intellettuale palestinese di sopravvivere in esilio, ponendo le basi culturali per un futuro di riscatto.

Su una scala ancora più ampia, è evidente che le borse messe a disposizione delle studentesse e degli studenti palestinesi per giusta iniziativa della Conferenza dei rettori sono in quantità irrisoria rispetto alla domanda (la proporzione è di una a centocinquanta): il nostro ministero per l’Università potrebbe farsi promotore di un Erasmus for Palestine che offra ai giovani di Gaza e anche della Cisgiordania un’occasione di formazione nelle nostre università italiane. Sarebbe anche un modo per affermare che non tutto è perduto della tradizione multilaterale e mediterranea della diplomazia culturale italiana.

Intanto, resta la gioia per la salvezza di Aya Ashour, che abbiamo così tenacemente perseguito. Di fronte all’enormità del genocidio perpetrato a Gaza (con la complicità dei governi occidentali, che non cessano di aiutare Israele in ogni modo, compresa la fornitura di armi), la salvezza di una singola vita può sembrare una ben piccola cosa, ma siamo profondamente convinti che “chi salva una vita, salva il mondo intero” (secondo un antico detto della sapienza ebraica e di quella islamica). E una giovane vita femminile dedicata allo studio del diritto internazionale e del ruolo di pace delle donne ci appare, in questo buio sempre più fitto, come una luce profetica. Un sussurro di speranza: udibile perfino in mezzo all’immane clamore dei missili e dei carri armati.