(Alessandro Danese – lafionda.org) – Sento strillare, mi si gela il sangue, il cuore mi va in gola: “Questi sono matti… (improperi edulcorati), dicono le stesse parole, usano le stesse parole… (improperi un po’ meno edulcorati), ci stanno portando a una nuova guerra mondiale”.
Sergio e Rosa la guerra l’hanno vissuta, ognuno a modo suo. Allora bambini, ancora sconosciuti e in luoghi diversi, la guerra l’hanno subita. La guerra la detestano, e non per una mera questione di esperienza – purtroppo garantita dall’anagrafe – perché tanti altri “grandi vecchi”, magari, la guerra la bramano.
È importante ribadirlo, così come è doveroso riaffermare che questo non significa non amare il proprio Paese o non volerlo difendere. Le parole, prima dei fatti, hanno un peso e devono essere misurate: la loro è una posizione etica, se vogliamo, politica.

Oggi condividono il ricordo delle sirene e del rombo degli aerei in avvicinamento prima dei bombardamenti. Un ricordo sempre vivo, che scatena reazioni incontrollate – ai miei occhi, e a quelli di mia sorella – disperate e cariche di ansia.
Tutto questo ci lascia sgomenti, sì, inermi. Vederli così fa malissimo, perché tutto ciò che sta accadendo intorno a loro, intorno a tutti noi, non è degno di persone come loro.
Non si meritano di vedere e leggere tutto l’orrore di questi giorni. Un orrore che si chiama guerra, che porta solo morte e disperazione anche a chi si salva.
Un orrore che, sempre più spesso, viene raccontato con stile “accademico” e alimentato da politiche ed economie che hanno scelto la strada del riarmo europeo. Un orrore che, quando ti arriva addosso, è già troppo tardi per tornare indietro – a quelle parole che avrebbero potuto condannare, e che invece hanno accompagnato e giustificato.

Una narrazione rassicurante, gentile, ideologica, tremendamente trasversale e che spesso arriva anche da chi non ti aspetti. Racconta di “giovani imbelli perché non hanno vissuto la guerra” e impone logiche di “paci giuste, guerre necessarie, resistenze legittime e non, invasori e invasi”, e quindi di reazioni e alleanze doverose – che però si rivelano sempre ad personam. In questo caso, ad populum, e secondo interessi specifici.

Tornando a Sergio e Rosa, i miei genitori, tutto questo non lo meritano. Come non lo meritano i nostri giovani, definiti “imbelli perché non hanno vissuto la guerra”, ma forse solo disillusi, e non ancora completamente ammaestrati, da un mondo che li vuole “zitti e buoni” di fronte alla disoccupazione, ai servizi che non funzionano, a un welfare in caduta libera, al vicino che ha bisogno d’aiuto o allo sconosciuto che muore sul marciapiede.
A meno che, trasversalmente, i grandi non decidano improvvisamente di volerli “armati e cattivi”, nel nome di una democrazia a orologeria, spietata e brutale, esattamente come la guerra.