(dott. Paolo Caruso) – Il detto romano, rivendicato proprio dalla Meloni, “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace, prepara la guerra) inquieta la maggior parte dell’ opinione pubblica. Infatti pensare che nel presente e nel futuro dell’umanità tale principio possa ancora essere guida di forza nei rapporti tra i popoli non può solo che rappresentare un vulnus per la pace. Il cammino di civiltà negli anni non ha dunque superato la ideologia dell’inglese Hobbes che, nel secolo XVI, riassume la sua filosofia nel pessimistico motto “Homo homini lupus”, “Ogni uomo è lupo per l’altro uomo”. Questo crea uno stato di globale diffidenza. Stando a come vanno le cose oggi, con le guerre che anziché placarsi si accrescono e infiammano il mondo, non si può non dargli ragione. A L’ Aja oggi prevarrà la réale politique. Il Cancelliere tedesco Merz dice di volersi armare fino ai denti, perché teme la Russia, omettendo gli interessi del suo Paese nella corsa agli armamenti e nella vendita delle armi. Dargli torto forse è troppo. Considerato il trascorso della Germania dell’ Est che fino al 1989, data della “caduta del muro di Berlino”, fu parte dell’ Impero comunista sovietico. Abbiamo conquistato la Luna, e in certo qual senso anche Marte, ma non abbiamo conquistato la Pace. La Guerra è l’arte a noi più congeniale, perché ci riesce meglio per atavica abitudine. La pace del mondo affidata alle mani di Ronald Trump e Ali Khamenei, a quelle di Netanyahu, di Putin e di qualche altro oligarca, non è quella che da sicurezza alle genti. Infatti tutti parlano di tregua, ma quanto è durata? Oggi a L’Aja i trentadue Paesi costitutivi della NATO piuttosto che parlare concretamente di pace ci diranno come armarsi e a che prezzo. A pagare sarà sempre il popolo che sarà penalizzato nel welfare, nella scuola, nell’ università, nella ricerca e nella sanità. Allora sarebbe meglio “Si vis pacem, para pacem. Non basta però essere solo contro la guerra e desiderare la pace, perché questa bisogna saperla costruire giorno per giorno con rapporti di collaborazione internazionale e interessi commerciali comuni, senza ricadute in neocolonialismi.