(Matteo Masi – lafionda.org) – I risultati del referendum parlano chiaro: il popolo e i formalismi democratici di questa nostra cosiddetta Repubblica Democratica non si parlano più. La partecipazione è stata disastrosamente bassa, nonostante almeno 4 dei 5 quesiti toccassero il cuore della vita quotidiana: il lavoro. Eppure, nonostante l’urgenza, nonostante l’impatto diretto sulla condizione della stragrande maggioranza degli italiani, gli italiani hanno scelto di restare a casa.

Ora partono le solite analisi del voto, i tentativi di capire le “cause profonde”. Ma la verità è sotto gli occhi di tutti: la democrazia, quella vera, non esiste più. E le persone, anche senza rendersene conto razionalmente, lo sanno benissimo. Sanno che il loro voto non ha cambiato nulla in passato e non cambierà nulla in futuro. Il colpo di grazia? I Cinque Stelle. L’ultima scintilla di politica partecipata, per quanto acerba e confusa, è stata spenta a suon di tradimenti una volta entrati nelle stanze del potere.

Poi c’è stato il solito errore strategico: il PD e la CGIL che politicizzano tutto, trasformano il referendum in un’arma contro il governo. Così facendo, hanno tolto ai quesiti ogni universalità, trasformandoli in bandiere di parte. Il risultato? Nessun coinvolgimento trasversale, nessun quorum.

Ma tutto questo è solo la superficie. Il punto è un altro. È una presa di coscienza – forse confusa, magari inconscia – che il voto è diventato un atto inutile. È il sintomo di una società che il neoliberismo ha frantumato, individualizzato, anestetizzato. Un cittadino che non si sente più parte di uno Stato – che non gli dà nulla, che diventa ostile, che è solo un peso – perché mai dovrebbe partecipare a un rito democratico vuoto?

Sanità al collasso. Scuola in rovina. Infrastrutture che cadono a pezzi. E mentre tutto crolla, ci si aspetta che la gente creda ancora in questa finzione?

L’autismo politico delle “bolle”

E poi ci siamo noi. Le “aree politicizzate”. Le bolle. Una galassia di iper-politicizzati che si parlano addosso, litigano tra loro, replicano all’infinito pratiche, sigle, assemblee, comunicati. Ma chi ci ascolta davvero? Chi ci segue fuori da quei quattro spazi social e dalle piazze sempre più vuote?

Partiti, associazioni, collettivi: sempre gli stessi meccanismi, sempre le stesse formule fallite. Lo sappiamo che non funzionano. Eppure andiamo avanti per inerzia, per abitudine, perché non sappiamo fare altro. È un’autocelebrazione sterile che non buca la bolla. E lo dico anche da dentro: anch’io sono parte di questo ingranaggio rotto.

So già che domani ci sarà qualcuno che proporrà l’assemblea sull’analisi del voto. Qualcuno dirà che bisogna “dare rappresentanza a chi ha votato”. E via con le riunioni, i documenti, i tavoli. Ma per fare cosa, esattamente? Per replicare un’altra volta le stesse dinamiche che non hanno mai funzionato?

Oltre la politica

Non c’è speranza in queste righe. Non c’è una proposta, una direzione. Perché per proporre qualcosa, serve almeno un briciolo di speranza. E io oggi non ne ho. Nessuna.

Quelli che si muovono nelle nostre aree – quelle dei collettivi, delle micro-formazioni – non riescono a pensare fuori dallo schema. Vivono solo di politica, parlano solo di politica, ma di una politica che non esiste più. Una politica morta, polverosa, ripetitiva. E così finiamo per replicare il fallimento.

Dovremmo fermarci. Guardarci in faccia. Elaborare il lutto. Il lutto della politica.

Perché serve qualcosa di diverso. Qualcosa che ecceda la politica. Qualcosa che tocchi corde più profonde, più emotive, più artistiche. I Cinque Stelle, per quanto poi degenerati, nacquero da un comico. Da un’energia che andava oltre. Da un guizzo, da un’irruzione nel prepolitico e nel metapolitico.

Questo è ciò che manca. Non serve un’altra sigla, un altro collettivo, un’altra assemblea. Serve un salto. Un’intuizione. Un gesto artistico, umano, poetico.

Serve rompere lo schema. Perché, ormai è evidente: la politica ha rotto il cazzo.