(di Massimo Gramellini – corriere.it) – Tanti di coloro che denunciano ogni giorno, e giustamente, il macello di Gaza non hanno detto una parola sull’assassinio dei due fidanzati dell’ambasciata israeliana di Washington: come se parlarne fosse fonte di imbarazzo e guastasse la «narrazione» dominante, per cui il male deve sempre stare da una parte sola, quella degli «altri». Quando le vittime appartengono allo schieramento opposto, smettono di essere vittime e diventano effetti collaterali, conseguenze inevitabili dei gesti malvagi compiuti da quelli della loro parte.

Si resta disgustati dalla piega che ha preso il dibattito pubblico, sempre più simile a una disfida tra bande ultrà, sorde alle ragioni e persino all’umanità della fazione avversa. Rivendico il diritto di poter piangere il destino dei due innocenti di Washington, e di quelli del 7 ottobre, senza che questo significhi giustificare o minimizzare le sofferenze che il governo israeliano sta infliggendo a migliaia di altri. Allo stesso tempo, respingo anche solo il pensiero che condannare la ferocia con cui Netanyahu affama i bambini di Gaza significhi armare la mano dei fanatici antisemiti che infestano il mondo. Questo gioco perverso sulla pelle delle vittime ha francamente stufato. 

I morti e i dolenti non hanno carta di identità. Einstein avrebbe detto che appartengono tutti all’unica razza conosciuta: quella umana. Semmai ogni tanto viene da chiedersi se ne facciano parte gli autori di certi commenti a senso unico, e di certi ancor più rumorosi silenzi.