Dall’Ucraina al Medio Oriente alla crisi India-Pakistan è arrivato il momento della verità. Se a Ankara non si combina nulla la Casa Bianca dirà: colpa di chi ha rovinato il miracolo

Settimana storica o grande bluff, il caos di Trump può dare frutti

(Domenico Quirico – lastampa.it) – Ecco: una settimana che può volgere a tutto. Se va bene può diventare una di quelle date che accasceranno gli studenti delle prossime generazioni, «STORICA» tutta in maiuscolo, come si dice oggi anche per una partita di calcio, con titolo da antologia: i sette giorni in cui scoppiò la pace. .. dentro ci schiacceranno: cinesi e americani che si ingentiliscono i dazi con sorrisi da epoche del ping-pong kissingheriano, India e Pakistan che ritirano le atomiche in garage (già fatto, pare), Putin e Zelensky seduti a un tavolo turco anche solo per litigare ma faccia a faccia, e sarebbe già un miracolo, tregua tra le macerie di Gaza, ostaggi che tornano a casa, perfino gli stramaledetti ayatollah persiani che si riaffacciano al mondo civile. Insomma: Trump come il dio di Hobbes che prima fa ammalare gli uomini per poi vantarsi della sua capacità di guarirli.

Oppure… oppure può rivelarsi semplicemente come il più grande show geopolitico mai organizzato, un brulichio di post, fotografie che rendono immortale il niente, il vuoto, il fumo, le chiacchiere. Tutto inizia e purtroppo può esaurirsi in lui, l’attizzatore di questo tumulto di annunci di viaggi ovviamente storici, proposte e anti-proposte, aperture minacce smentite bugie parole sacrileghe. Questo «imperatore» non si sa bene che razza di animale politico sia. Oggi dimena molto la coda, si sollazza in tutte le determinazioni più improprie e vietate, spezza tabù lasciando tutti a bocca aperta, domani fa scalpore con una sufficienza e una sicumera di non si sa quali vantate vittorie, che sa di attore da fiera, con una compagnia di gente che si è imposta ai vecchi padroni nelle sale risalendo dalle cucine.

Un attore insomma dall’attivismo frenetico o, per dire la giusta parola, dall’esibizionismo fatto strumento di governo e di diplomazia che richiama e intontisce, con un fatto e un misfatto, ogni giorno l’attenzione del mondo. Fatte le debite proporzioni richiama la politica estera di Mussolini, una politica estera fatta di colpi di mano, provocazioni, scoop, annunci sospesi nel vuoto, bluff, minacce e lusinghe. Arriviamo a questa settimana assordati da un chiasso trumpiano gargarizzabile, cantato in tutti i trivi per renderlo orecchiabile, che ci rende distratti, imbozzoliti, disposti a creder tutto.

Se non funziona l’azzardo, domenica, quando il presidente tornerà a giocare a golf in Florida, il bilancio invece che tregue, cessate il fuoco, accordi provvidenziali, sarà un mucchio di carta e di post da gettare nei rispettivi cestini. Ahimè è già accaduto: quando il primo Trump mise in scena lo storico accordo con la Corea del Nord dai gadget apocalittici e annunciò la caduta della cortina di bambù presidiata da fiammiferi atomici. Risultato: una estasi sillabica e informativa durata alcuni giorni e seguita dal Nulla. Questa volta il seguito sarà l’eternizzarsi delle guerre, la rassegnazione, la deriva del peggio dando ragione agli astrologi, catastrofisti o malintenzionati..

Viene da chiedersi se questa accelerazione temporale in cui ha stipato tutto l’impossibile in pochi giorni, mentre lui vola sul vecchio mondo in tumulto, non sia il frutto di un rilancio disperato. Dopo aver profetizzato accordi fulminanti in poche ore, con squilli a destra e a sinistra, di fronte al rischio di diventare solo un perturbatore pernicioso, uno scandaloso inutile a cui nessuno presta più attenzione, ha deciso di giocare il tutto per tutto, spingere il motore «diplomatico» al massimo, addirittura andando fuori giri nella speranza di trascinarsi dietro nel turbine amici e nemici. La possibilità che il motore esploda fragorosamente esiste. Ma forse il primattore ha già per sé un copione di riserva. Se non ci saranno vertici ad Ankara, tregue controllate, l’apertura di trattative in dovute forme, se l’offensiva a Gaza continuerà, e l’ostaggio liberato resterà il solo, con talento di imbonitore racconterà come sempre una realtà che gli è favorevole: è tutta colpa degli altri che gli hanno rovinato il miracolo.

Quello che è certo che tutti per ora sembrano costretti a giocare freneticamente il suo gioco. È il metodo della pentola bollente: ovvero lasciar fare al bollore. L’importante è che l’acqua bolla, crescerà da sé e forse rovescerà il coperchio. Ma è necessario guardarsi il più possibile dal sollevare il coperchio.

In realtà non c’è nessun ping-pong diplomatico. Preoccupati dall’essere scavalcati, di perdere il favore del capocomico americano, ognuno alza la posta con quello che ha, si sgola, annuncia, promette, assicura elevazioni angeliche, cerca di guadagnare terreno sui concorrenti. L’imperatore è bizzoso, non si può presentarsi in udienza a mani vuote. Attendono che la magia delle parole faccia il suo effetto. Il tempo stringe. Il più abile, dopo un periodo di appannamento, è stato il leader che la politica spettacolo la fiuta come l’odore del palcoscenico, Zelensky.

Alla Casa Bianca ha sbagliato la parte e ha subìto le conseguenze, si illudeva che tra quegli squali il doloroso ruolo di vittima bastasse per delicatezze propiziatorie. La settimana di fuoco di Trump invece la sta sfruttando magistralmente: con il sì al vertice personale con il criminale Putin ad Ankara, che lo candida a disposto al dialogo, avvelenato però da un codicillo sofistico e capzioso, un opportuno ultimatum che lo rende inaccettabile per il mini-zar. Ha confezionato il tutto con la mediocre collaborazione dei rottami dell’Europa, i sedicenti Volenterosi. L’Unione, per parte sua, in sé e per sé, è definitivamente defunta.