Ognuno ha il diritto di avere la sua memoria e di piangere i suoi morti. Ma le istituzioni, proprio in rispetto al dolore dei sopravvissuti, sono chiamate a difendere la Repubblica senza confondere un lutto con un culto nazionale

(di Michela Ponzani – repubblica.it) – “Il sangue missino o fascista o neofascista è sangue umano, e come quello di tutti gli altri cittadini, nessuno nella Repubblica italiana ha il diritto di farlo scorrere”. È la voce dell’Italia nata dalla Resistenza incarnata dalla penna di Antonello Trombadori, ex partigiano dei Gap, a condannare la strage di Acca Larentia, il 16 gennaio 1978 sulle pagine de L’Espresso. Come a dire che proprio la generazione dei nemici giurati di Mussolini, non avrebbe mai permesso “che il popolo italiano fosse ricacciato indietro”, nel periodo buio della sua storia.
Tutto separava ideologicamente e politicamente la generazione dei combattenti della guerra partigiana dalla destra del Msi, ma guai se qualcuno avesse scrollato il capo indifferente alle morti di giovani innocenti, assassinati solo perché avevano una tessera di partito in tasca. Sta tutta qui l’etica della responsabilità di quel 25 aprile che “non è soltanto memoria”, come ricordato dal presidente Sergio Mattarella, ma una data chiamata a scuotere le coscienze, che custodisce la nostra identità. E sarebbe bello se la presidente Giorgia Meloni riconoscesse che l’antifascismo non è stato quello dei deliri a mano armata delle Br ma il presidio di democrazia che ha permesso alla nostra Repubblica di rimanere salda nella sua notte più nera, col sangue innocente partorito dall’eversione neofascista, da Piazza Fontana alla stazione di Bologna, passando per Piazza della Loggia a Brescia.
Perché a un certo punto della nostra storia dovremmo anche capire che paese siamo oggi e cosa vogliamo ancora costruire. Magari non un paese dove cantare “Bella Ciao” da una finestra suoni come un atto di provocazione. Oggi che l’antifascismo dei confinati a Ventotene e dei sorvegliati speciali si sbeffeggia come un feticcio di maniera, mentre ci tocca assistere alle piazze dei raduni nostalgici, dove migliaia di squadristi s’infiammano al grido identitario del “presente! per il camerata Sergio Ramelli”. Un ragazzo massacrato in maniera orribile, morto dopo 47 giorni di agonia, che merita tutto il nostro rispetto come “tutte le vittime innocenti dell’odio e della violenza politica”.
Ma che proprio in nome di “uno sforzo di verità e pacificazione”, non possiamo trasformare in un martire della nazione, quasi un eroe caduto per la libertà, come lo furono i partigiani torturati, impiccati nelle pubbliche piazze, massacrati nelle stragi e negli eccidi che hanno lasciato una lunga scia di sangue fra il ’43 e il ’45. Perché altrimenti dovremmo fare lo stesso con Walter Rossi, militante di Lotta Continua ammazzato in pieno giorno il 30 settembre 1977 da un commando neofascista a Balduina. Oppure con Elena Pacinelli, studentessa di diciannove anni ferita a morte dalle pallottole in piazza Igea nel quartiere Trionfale a Roma. Vittime mute della storia che giustizia non l’hanno mai avuta, morti ammazzati senza assassini come Fausto Tinelli freddato sotto casa insieme al suo miglior amico Lorenzo Iannucci (Iaio), un sabato sera qualunque a Milano, il 18 marzo 1978 (due giorni dopo il sequestro di Via Fani). Danila Tinelli, la madre di Fausto, ha atteso invano che la magistratura trovasse gli assassini di suo figlio. Però se è vero, come dice il presidente La Russa, che i morti servono da monito alle generazioni future, forse è arrivato il momento di rendere loro giustizia, come solo le democrazie sanno fare. Condannando le colpe e magari evitando di far scendere in piazza i “cattivi maestri” che seminano odio, a partire dai rituali di una mistica fascista che per primi infangano la memoria dei morti.
È pericolosa la seduzione che possono esercitare sulle giovani menti. La Repubblica non ha bisogno dei riti comunitari del “popolo dei vinti”, né di una liturgia nera che pretende di trasformarsi in funerale di Stato. Ognuno ha il diritto di avere la sua memoria e di piangere i suoi morti. Ma le istituzioni, proprio in rispetto al dolore dei sopravvissuti, sono chiamate a difendere la Repubblica senza confondere un lutto con un culto nazionale. Magari lo si potrà ricordare ai patrioti scesi in piazza per il povero Ramelli: che vadano a inchinarsi davanti al nome di Angela Fresu. Aveva solo 3 anni e quel 2 agosto 1980 a Bologna stava solo aspettando di andare in vacanza con sua madre.
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