Rapporto Sipri 2024. I numeri descrivono uno scenario spaventoso: il mondo sale del 5,7%. Gli Usa sfiorano quota mille, Israele +65%

(di Tommaso Rodano – ilfattoquotidiano.it) – Una corsa senza freni e un record assoluto. Nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto il livello senza precedenti di 2.718 miliardi di dollari, con un incremento reale del 9,4% rispetto all’anno precedente. Sono i dati impressionanti che emergono dal nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, una delle fonti internazionali più autorevoli sulle spese militari.
I dati, pubblicati oggi, raccontano una realtà che supera in brutalità anche le peggiori previsioni: mai, nemmeno nei momenti più tesi della Guerra Fredda, si era speso così tanto per prepararsi ai conflitti. Il fenomeno non riguarda solo le potenze tradizionali o i teatri di guerra già accesi: è un processo globale che procede da anni, diffuso e accelerato, che investe tutte le aree del pianeta. E questo record precede anche il piano di riarmo europeo.
In testa alla classifica ci sono sempre gli Stati Uniti, con 997 miliardi di dollari investiti in spese militari (+5,7%), pari a quasi il 37% del totale globale. La Cina segue con 314 miliardi (+7%, trentesimo anno consecutivo di crescita), consolidando il ruolo di seconda potenza armata del pianeta. La Russia, nonostante le difficoltà economiche, ha aumentato il budget della difesa del 38% (149 miliardi): è l’incremento più alto tra le grandi potenze, trainato dalla guerra in Ucraina. La stessa Kiev si issa fino all’ottavo posto della classifica globale, con una spesa aumentata del 2,8% (al netto dei copiosi aiuti che arrivano dall’estero).
Anche in Europa la militarizzazione corre veloce. La Germania, spinta dalla dottrina della “Zeitenwende” – la “svolta epocale” annunciata da Scholz nel 2022, dopo l’invasione russa – segna un aumento record del 28%, diventando il primo Paese europeo per spesa militare dalla riunificazione. Ma il balzo più impressionante, tra i quindi investitori militari più “generosi” del mondo, lo fa Israele. Il massacro di Gaza vale un impressionante +65%. L’Italia si colloca al tredicesimo posto mondiale, con una crescita più contenuta ma comunque costante (+1,4%). L’anticipazione del rapporto non descrive la cifra assoluta spesa dal governo italiano (dovrebbe attestarsi poco sotto ai 40 miliardi di euro). Invece altre realtà, come Polonia (+31%) e Giappone (+21%) accelerano vertiginosamente.
La galoppata delle armi – sottolinea Sipri – non è episodica né circoscritta, ma sistemica. L’Europa nel suo complesso ha aumentato la spesa militare del 17% rispetto al 2023, il Medio Oriente del 15%, l’Asia e l’Oceania del 6,3%, le Americhe del 5,8%, l’Africa del 3%.
La corsa è planetaria, trasversale a ogni latitudine e a tipo di regime. Spicca il ruolo della Nato. I suoi 32 membri assorbono oggi il 55% della spesa militare globale: 1506 miliardi. Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi di dollari, una cifra che rappresenta circa un terzo del totale dell’intera Nato.
È la “terza guerra mondiale a pezzi” denunciata da Papa Francesco, appena omaggiato dagli stessi governi che hanno ridicolizzato le sue battaglie. Come spiega Sipri, il paradigma è cambiato: si spende sempre più non solo per fronteggiare guerre già in corso, ma per prepararsi a nuovi conflitti, in un quadro di rivalità crescente tra potenze e di ricomposizione dei blocchi geopolitici.
La logica della deterrenza ha lasciato spazio a quella della competizione permanente. Il riarmo non viene più presentato come misura eccezionale, ma come condizione normale della politica internazionale. Non è più soltanto una somma di conflitti sparsi: è un cambio di fase globale. Che ha raggiunto dimensioni maggiori a quelle degli anni della Guerra Fredda. In tutto il mondo, nonostante le tensioni economiche, le crisi ambientali, le disuguaglianze sociali esplosive, le priorità politiche si orientano ancora di più verso la spesa bellica. Si investe più nel futuro delle guerre invece che nel futuro delle società.