In via Arenula, sede del ministero della Giustizia, governa Giusi Bartolozzi. Tria aveva Renata Pavlov, Andreotti la mitica Enea

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Dal fondo dell’alfabeto: lettera zeta. Nel potere al femminile la zarina non è corpo ma principio dell’assoluto ascendente: è musa, anche badante, ispiratrice e in alcuni casi falciatrice delle speranze altrui.
Nel tempo del regno di Giorgia, molto nota, corteggiata, commentata e contestata la dottoressa Giusi Bartolozzi, classe 1969, iron woman di via Arenula, sede del ministero della Giustizia. Il Foglio, che pure stravede per Carlo Nordio, ministro ufficialmente in carica, tiene quasi quotidiane onoranze funebri per tutti quelli che sono stati fulminati dalla bocca di fuoco della capo di gabinetto, appunto la Bartolozzi. Volendo essere precisi, Giusi – fino a poco tempo fa – era vicecapo, ma chi la precedeva nella scala gerarchica, il dottor Alberto Rizzo, sentendosi spintonato dall’energia creativa e anche dalla variegata capacità di intrattenere fruttuosi colloqui con ogni spillo del ministero, e specialmente con Andrea Delmastro, referente meloniano di primo piano, se l’è data a gambe da via Arenula. E con lui una lunga serie di disertori: per merito di Giusi è fuggito il capo del Dap, quello dei sistemi informativi, la direttrice dell’ispettorato generale, la capo ufficio stampa. Siamo al dominio assoluto, con i dirigenti di tutti i dipartimenti del dicastero ormai esuli. Si dice che Giusi – già deputata di Forza Italia – tenga stretta l’agenda di Nordio e selezioni ogni ingresso nella sua stanza per certificare lo schema, il processo di validazione dei collaboratori volitivi, affidabili, sinceramente degni. Gli altri, con rispetto parlando, fuori dai coglioni!
A proposito delle agende: come non andare con la memoria alla più famosa tenutaria di rubriche e codici e numeri. Mariarosaria Rossi, da Piedimonte Matese, la badante per antonomasia. Attraverso il registro di Mariarosaria si poteva arrivare a Lui e averci un abboccamento o godere della photo opportunity per la campagna elettorale, o anche affrontare la selezione per una candidatura, o – in casi piuttosto frequenti – destinare a Silvio Berlusconi una prece per una raccomandazione in Mediaset. Assistente, sorvegliante, deputata prima e senatrice poi. Gli anni passano e in questo inizio di secolo nessuno ricorda più che Rossi è investita dall’intrigo e dal laborioso fascino del suo andamento lento quando inizia a scalare, da Arcore in giù, i gradini della politica effervescente. Comparsa, a fianco di Francesca Pascale, nel fenomenale disco Meno male che Silvio c’è, vale la pena di ricordare che ha anche scritto un nuovo inno di Forza Italia, Gente che resisterà, rimasto però nel cassetto per via di una base musicale che al Capo suonò stonatella. Insuperabile per affettuosità e rinuncia ad ogni compromesso per aver dichiarato ai giudici che il bunga bunga era il compendio danzante di una serata divertente.
Mariarosaria vergava, filtrava, chiosava. E rispondeva al telefono oppure no, essendo il Cavaliere nel sentimento legato a Francesca Pascale e quindi occupato nell’altrove perenne. Pascale, insieme a lei, formatrice del primo e più importante cerchio magico che la storia del dopoguerra riconosca all’Italia. Ci sarà, certo, l’avvento della ieratica Marta Fascina, nei primi passaggi in coppia con Licia Ronzulli, oggi vicepresidente del Senato, che, anche in ragione delle sue competenze infermieristiche, ha sostenuto con enorme rigore il ruolo di zarina fin quando la figlia del Sopraelevato, cioè Marina, non ne dispose le dimissioni.
Zarine notissime o anche segretissime al punto che una di queste fu principessa per breve tempo delle stanze del ministero dell’Economia nel governo del Conte 1. Lì l’economista Giovanni Tria, un tipo piuttosto singolare, ma certamente simpatico, aveva chiamato a sé Renata Pavlov. Sei lingue parlate, grande efficienza e una suggestiva storia personale: un tempo il suo nome era infatti diverso e anche il curriculum, nel quale figurava un master preso negli Usa, rimase per aria, poiché sembrava figlio della fervida fantasia della dottoressa. Ella però opportunamente spiegò: “In quel periodo, (Philadelphia, 1991) usavo un altro nome e un documento diverso, perciò non sono negli archivi dell’università. Mia madre è tedesca, mio padre è slovacco. Potevo usare nomi diversi. Sono stati anni difficili e delicati”. Tutti allora si chiesero: vuoi vedere che la Pavlov è una spia venuta dall’Est, magari della Bulgaria? Lei gentilissima risposte: “Se avessi collaborato con un servizio segreto non sarebbe stato quello bulgaro ma di un Paese più importante”.
Se si volesse scomodare il secolo scorso c’è infine un nome, quello di Vincenza Enea Gambogi, che è stata e sarà monumento di tutte le zarine. La signora Enea ha custodito come assistente, segretaria privata, custode e confidente, i segreti di Giulio Andreotti senza mai spostare il corpo dalla sedia della stanza della segreteria privata. Ha custodito l’archivio segreto di Andreotti in via Borgognona, è stata la memoria storica e il filtro indiscutibile, da vera donna ombra. Zarina senza volto. Veniva dal Minculpop, il ministero dell’informazione fascista, aveva aderito alla Repubblica di Salò. Andreotti l’aveva conosciuta subito dopo la guerra ed è rimasta con lui, per lui. Per sempre. Il destino provvide a mettere il divo Giulio al riparo da qualunque sorpresa: la signora Enea nell’età della pensione fu colpita dall’Alzheimer e perse ogni ricordo di sé. La memoria prodigiosa come una bolla d’aria si squarciò, e ogni segreto rimase intatto. Nei secoli dei secoli.
che culo !
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