(di Massimo Gramellini – corriere.it) – In occasione delle sue nozze veneziane di mezza estate con Lauren Sanchez, Jeff Bezos sequestrerà per tre giorni l’intera città: i taxi, le gondole, gli alberghi di lusso. Da italiano dovrei rallegrarmi: comunque andrà a finire questa storia dell’Europa, la mia piccola patria ha un futuro assicurato come Disneyland dei ricconi. Abbiamo scenari adatti a qualsiasi favola di lusso: laghi, città sull’acqua, ville d’epoca e centri storici che la fuga dei residenti ha reso fondali di cartapesta, in grado di venire affittati in esclusiva al miglior offerente. 

E allora perché, nel leggere di come Bezos abbia preso in appalto Venezia senza badare a spese, provo un moto di fastidio e quasi di imbarazzo? Non è invidia per non essere stato invitato (chissà le bomboniere). E neanche un sussulto di moralismo: con Amazon, Bezos ha realizzato qualcosa che non c’era ed è giusto possa godersi il frutto del suo talento. Il disagio non è per la sua ricchezza, ma per l’esagerazione con cui la ostenta, specie a fronte di una massa sterminata di dipendenti pagati al mese meno di quanto a lui costerà l’affitto di una sola gondola per un giorno.

La natura è armonica: prevede le disuguaglianze, purché proporzionate. A costo di passare per un pericoloso estremista, mi sembra che affittare l’intero Canal Grande per un matrimonio sia lievemente sproporzionato. Anche se il doge di Amazon può permetterselo. Anzi, proprio perché se lo può permettere. E non oso immaginare la luna di miele.