(di Massimo Gramellini – corriere.it) – C’è già chi lo sta prendendo in giro e chi gli ribatte che i problemi sono ben altri, ma Dario Franceschini non ha tutti i torti quando propone una legge per dare ai figli che nasceranno il cognome della madre. Intanto perché ci offre una speranza: in Italia nasceranno ancora dei figli. (Guardando le statistiche non pare così scontato). E poi perché ha il pregio di abbattere il macigno del doppio cognome, impraticabile in un paese soffocato dalla burocrazia, e l’ipocrisia della «libertà di scelta». Non prendiamoci per il naso: in una società che in molti suoi strati è ancora dominata da un pregiudizio tradizionale, libertà di scelta significa libertà di continuare a scegliere il cognome del padre. A volte certe situazioni vanno un po’ forzate (oddio, sto cominciando a parlare come il manifesto di Ventotene).

Si tratterebbe di uno choc in grado di contribuire concretamente al riequilibrio dei generi, perché andrebbe a toccare una corda identitaria, dunque profondissima.

Il punto debole della proposta, ne converrà anche Franceschini, è che venendo da un uomo sembra profilarsi come l’ennesima concessione. Altra cosa sarebbe se a presentarla in un disegno di legge congiunto fossero le deputate Giorgia Paratore (già Meloni) ed Elly Viviani (già Schlein). Ma temo che nemmeno il matriarcato riuscirebbe a compiere il miracolo di metterle d’accordo, per cui potrebbe rendersi necessario l’intervento di un mediatore maschio: Dario Gardini (già Franceschini) naturalmente.