
(di Michele Serra – repubblica.it) – Niente è più distopico, niente più destabilizzante, che immaginare un’America non più democratica, dunque non più americana. Capisco chi dice, fiducioso, “non succederà mai”: lo dice perché gli risulta incredibile e insopportabile l’idea.
Generazioni di europei sono cresciute con la certezza che l’America, per quanto contraddittoria, per quanto violenta, per quanto “gendarme del mondo”, fosse libera. Un luogo vasto e disponibile agli uomini, aperto al futuro, allo spirito di avventura, alla libertà di parola.
L’America di Trump è invece arcigna, brutale, chiusa, sopraffattrice. Taglia i fondi a qualunque ente sgradito, censura le università, azzoppa il welfare, punisce i disobbedienti, ringhia ai deboli e ai diversi, fino all’inaudito proclama del suo presidente che definisce «illegali» gli organi di informazione che lo criticano. Illegali!
Con incredibile flemma, ancora si discute, in America e nel mondo, se la democrazia americana sia in pericolo. Non solo lo è, ma in alcuni suoi fondamenti (la libertà di opinione, la libertà di ricerca, la libertà di non riconoscersi nella “famiglia tradizionale” e nella religione tradizionale) è già adesso sotto schiaffo.
Trump è una pistola alla tempia della democrazia americana, è l’assalto al Parlamento, è l’asservimento dell’istruzione al conformismo religioso, è l’odio per i deboli, è il suprematismo bianco al potere: che cosa serve, ancora, per prenderne atto?
Riguardatevi l’ultima scena di Easy Rider. Con i due farmer che incrociano i due hippy sui loro chopper e risolvono la questione con due colpi di fucile. È solo un film, ma nell’ultimo paio di mesi mi torna in testa quasi ogni giorno.
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Il “compagno” Serra non parlava così dell’ America un tempo. Poi il diluvio universale cambio le cose . La terza internazionale, Lenin, Marx , che Guevara…Tutti nel dimenticatoio e fu subito amore per Wall street, per la “libertà” , per i marines , per il tacchino a natale, per il baseball, per Hollywood e per tutto quello che amano quelli che come Rampini hanno il cul o nel burro e parlano parlano parlano ma non distinguono un ramo da una foglia .
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Ma infatti. Volete mettere quanto era democratico Biden, all’epoca sua mica ci sono state censure alle università che manifestavano per i pro-pal, giusto?
Ad ogni modo, a proposito di America.
Guccini:
Probabilmente uscì chiudendo dietro a se la porta verde,
qualcuno si era alzato a preparargli in fretta un caffè d’ orzo.
Non so se si girò, non era il tipo d’ uomo che si perde
in nostalgie da ricchi, e andò per la sua strada senza sforzo.
Quand’ io l’ ho conosciuto, o inizio a ricordarlo, era già vecchio
o così a me sembrava, ma allora non andavo ancora a scuola.
Colpiva il cranio raso e un misterioso e strano suo apparecchio,
un cinto d’ ernia che sembrava una fondina per la pistola.
Ma quel mattino aveva il viso dei vent’ anni senza rughe
e rabbia ed avventura e ancora vaghe idee di socialismo,
parole dure al padre e dietro tradizione di fame e fughe
E per il suo lavoro, quello che schianta e uccide: “il fatalismo”.
Ma quel mattino aveva quel sentimento nuovo per casa e madre
e per scacciarlo aveva in corpo il primo vino di una cantina
e già sentiva in faccia l’ odore d’ olio e mare che fa Le Havre,
e già sentiva in bocca l’ odore della polvere della mina.
L’ America era allora, per me i G.I. di Roosvelt, la quinta armata,
l’ America era Atlantide, l’ America era il cuore, era il destino,
l’ America era Life, sorrisi e denti bianchi su patinata,
l’ America era il mondo sognante e misterioso di Paperino.
L’ America era allora per me provincia dolce, mondo di pace,
perduto paradiso, malinconia sottile, nevrosi lenta,
e Gunga-Din e Ringo, gli eroi di Casablanca e di Fort Apache,
un sogno lungo il suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra.
Non so come la vide quando la nave offrì New York vicino,dei grattacieli il bosco, città di feci e strade, urla, castello
e Pavana un ricordo lasciato tra i castagni dell’ Appennino,
l’ inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello.
E fu lavoro e sangue e fu fatica uguale mattina e sera,
per anni da prigione, di birra e di puttane, di giorni duri,
di negri ed irlandesi, polacchi ed italiani nella miniera,
sudore d’ antracite in Pennsylvania, Arkansas, Texas, Missouri.
Tornò come fan molti, due soldi e giovinezza ormai finita,
l’ America era un angolo, l’ America era un’ ombra, nebbia sottile,
l’ America era un’ ernia, un gioco di quei tanti che fa la vita,
e dire boss per capo e ton per tonnellata, “raif” per fucile.
Quand’ io l’ ho conosciuto o inizio a ricordarlo era già vecchio,
sprezzante come i giovani, gli scivolavo accanto senza afferrarlo
e non capivo che quell’ uomo era il mio volto, era il mio specchio
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo,
finché non verrà il tempo in faccia a tutto il mondo per rincontrarlo…
(F. Guccini, Amerigo)
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