
(di Giulio Cavalli – lanotiziagiornale.it) – Ci sono due momenti significativi da registrare nel paludato discorso della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ieri al Senato in vista del prossimo Consiglio europeo.
Il primo è lo sguardo torvo della presidente quando in Aula scattano sonori gli applausi dei senatori della Lega dopo che ha pronunciato, per ringraziarlo, il nome del ministro delle Finanze, Giorgetti. I leghisti esultano per aver costretto Meloni ad attorcigliarsi in un discorso che riesce nella mirabile impresa di non dire nulla: stiamo con von der Leyen, che chiede di armarsi contro Putin e contro Trump, ma stiamo anche con Trump, che lecca Putin. Tutto e il suo contrario. Il ministro ammicca, i leghisti esultano e a Meloni rode.
Il secondo è il perenne inganno che sta dietro la retorica della guerra. “Lascio quindi volentieri ad altri”, dice Meloni, “quella grossolana semplificazione secondo cui aumentare la spesa in sicurezza equivale a tagliare i servizi, la scuola, le infrastrutture, la sanità o il welfare”. La politica è molto più semplice di come si racconta: ha il dovere di decidere come spendere i soldi, siano prestiti o debito. Non è una semplificazione, anzi, è straordinariamente semplice: il debito che non si può fare per i lavoratori, per la sanità, per la scuola e per il welfare è stato concesso in un lampo per la guerra. Avere aperto un apposito capitolo di bilancio non rende quei soldi gratuiti.
Cara Meloni, la teniamo noi volentieri la “grossolana semplificazione”. È talmente lampante.
Il massimo è quando ha detto che non vuol dire comprare armi da altri ma produrle e tutta la storia della cyber security nel computo e man mano nel discorso cancellare la figura delle armi.
Il conte Mascetti si rivolta nella tomba.
Quello che da faveramente fastidio però, è quella sensazione appiccicosa di essere presi per il c.
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ALESSANDRO VOLPI ·
Arrivano i tedeschi. Il neo cancelliere Merz è riuscito a far approvare dal Parlamento, in tempi record, prima della scadenza del mandato di tale organo, una riforma costituzionale storica che contiene tre punti centrali rappresentati dalla possibilità per lo Stato tedesco di indebitarsi senza alcun limite per il riarmo, dalla possibilità di creare ulteriore debito federale per 500 miliardi di euro, in 12 anni, da dedicare alle infrastrutture – strade, scuole, ospedali, reti – e dalla prerogativa per gli enti locali di andare in deficit fino allo 0,35%. Si tratta di un gigantesco bazooka da circa 1000 miliardi di euro di pronta iniezione che partoriranno molto probabilmente tre condizioni. La prima è costituita dal fatto che le società tedesche, a cominciare ovviamente da quelle che producono armi, diventeranno la destinazione privilegiata dei capitali e dei risparmiatori che stanno fuggendo dai listini degli Usa di Trump e che saranno veicolati dai grandi fondi – BlackRock, Vanguard e State Street – verso le società tedesche: come accennato quelle delle armi ma non solo, anche verso le banche e le assicurazioni, dove peraltro la presenza dei fondi è già molto forte, a cominciare da Commerzbank e Allianz. Non è un caso che la Borsa di Francoforte, e più in generale le Borse europee stiano crescendo. La seconda condizione è riconducibile all’acquisto che le stesse Big Three e numerosi altri gestori del risparmio faranno dei titoli del debito pubblico tedesco che non pagherà così alti tassi e non sconterà neppure la concorrenza dei titoli azionari delle armi perché la regia degli acquisti sarà sostanzialmente la stessa. Naturalmente, l’emissione massiccia di debito tedesco, garantita dagli acquisti dei fondi, farà una dura concorrenza ai titoli pubblici degli altri paesi europei, a cominciare da quelli italiani, costretti a pagare interessi più alti, con la ricomparsa dello spread. E’ altrettanto probabile che in una situazione siffatta la Germania di Merz sarà decisamente ostile ad ogni possibilità per la Bce di acquistare i debiti dei paesi europei, visto che i titoli tedeschi non hanno bisogno di un simile sostegno. La terza condizione consiste in una riorganizzazione del sistema produttivo tedesco che avrà il riarmo al proprio centro: un’operazione che sarà molto costosa per la Germania in termini di energia – che dovrà comprare dalle società americane di scale gas, guarda caso di proprietà delle Big Three – ma che ha margini di realizzabilità superiori a quelli di altri paesi data l’esigenza in Germania di un sistema produttivo ancora molto forte. Del resto l’attuale stato di salute della manifattura germanica, data la concorrenza cinese e il costo dell’energia, sembra avere perso gran parte dei mercati di sbocco che saranno, assai probabilmente ridotti in maniera ulteriore dai dazi degli Stati Uniti verso cui si indirizzano ora in larga parte le esportazioni della Germania, principale esportatore europeo verso la terra di Trump. Da questa ristrutturazione produttiva deriverà, assai probabilmente, il tentativo di altri paesi, a cominciare dall’Italia, di riarticolare il proprio sistema di subforniture adattandolo al modello tedesco. In estrema sintesi, il bazooka di Merz è la chiara definizione di un modello autoreferente, perché basato sugli spazi fiscali di cui solo la Germania dispone, e molto legato alla grande finanza americana in rotta con Trump, alla ricerca di un capitalismo finanziario capace di sopperire all’estrema volatilità dei listini a stelle e strisce. In questo senso in Germania si sperimenta il connubio tra spesa pubblica, dominio dei grandi fondi e corsa al riarmo, con una narrazione dove la centralità non è certamente europea ma decisamente nazionale.
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In pratica Merz deve solo farsi crescere un pò i baffetti.
Spero che rimettano in produzione anche gli 88.
E i carri Tigre, di sicuro produrranno i Panther.
E chissà che non riaprano i campi di rieducazione tipo Dachau.
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