(Giuseppe Di Maio) – Quando a 18 anni arrivai a Arts Loi (stazione della metropolitana di Bruxelles non lontana dai nostri abituali ritrovi), mi domandai chi fosse mai Schuman che dava il nome a tutto il quartiere sotto il palazzo Berlaymont sede della Commissione europea. Di lì a poco i nomi di Spinelli, Spaak, Adenauer, mi divennero più che familiari, e l’occasione di essere stato il Belgio a formare i miei primi passi nel mondo segnò il mio modo di concepire le idee sull’umanità d’oltralpe, e la politica internazionale. Il piccolo paese già frutto di un compromesso, con doppia e tripla lingua nazionale, sede di un’unione economica con frontiere teoriche che oltrepassavamo senza alcuna fermata, fu l’esempio su cui la futura Europa voleva edificare il suo futuro. A noi, ci chiamavano “Marché commun”, per distinguerci dagli altri stranieri (greci, spagnoli, marocchini, turchi e slavi…), e come stranieri privilegiati fummo i primi, appena dopo i francesi, ad integrarci nel tessuto produttivo e civile belga. Da quel punto d’osservazione, non solo l’Europa pareva cosa fatta, ma anche un governo globale, poiché pensavamo che il mondo dovesse inevitabilmente procedere verso la democrazia.

Solo un paio di anni prima l’Inghilterra, oltre a Danimarca e Irlanda, si era unita alla CEE e le cifre sul commercio interno alla Comunità avevano invaso i notiziari di tutto il mondo, confermando che eravamo un gigante economico, ma un nano politico e un microbo militare. Poi hanno cominciato a germogliare mille istituzioni, ci hanno fatto votare, ma nonostante la dichiarazione di Laeken la costituzione europea è al palo. Ogni nazione reclama il diritto di avere una sede istituzionale (abbiamo persino due sedi del parlamento) e la guerra che si pensava allontanata dal continente si è moltiplicata nelle istituzioni democratiche. Il progetto s’è arenato. I pilastri di un’unione reale non paiono essere all’ordine del giorno: politica estera, difesa comune, unione fiscale, condivisione del debito, condivisione dei sistemi giudiziari. Pian piano l’Europa è diventata un’estensione della NATO, organismo americano che detta leggi ai cosiddetti alleati. E si è corrotta, dal Parlamento alla Commissione. I parlamentari sono foraggiati dalle lobbies, la Commissione ha preteso un piano utile a finanziare le industrie delle armi, le cui prime 10 sono quasi tutte americane. Come pensare che il piano serva all’Europa?

Egregi lettori, come potete notare, il nobile intento di procedere alla formazione degli Stati Uniti del nostro continente (e chissà di quali altri traguardi) attraverso la democrazia, è fallito. Diciamo di combattere le autocrazie e le plutocrazie, ma siamo incapaci di essere i guardiani delle nostre costituzioni. Manca il popolo, il Demos, vero soggetto e istituto di questa nostra democrazia. Il popolo vota i suoi nemici e dimostra di non meritare la partecipazione alla formazione della volontà generale. Un manipolo di signore al vertice del nostro governo e delle istituzioni europee ci vogliono convincere che siamo in pericolo. Ed infatti, è proprio così.