
(Giuseppe Di Maio) – L’intenzione, in questo inizio di marzo con giorni di sole incorrotto, era di gustare la morbidezza della campagna irpina in primavera. E così è stato finché mia zia, che si ostina a vivere da sola a 94 anni, non è caduta in casa riempiendo di sangue il corridoio che porta alla camera da letto. Fortuna ha voluto che, passando vicino casa sua, sono stato attratto dalle serrande inspiegabilmente abbassate a metà del giorno, e ho allertato gli altri parenti. Il 118 è arrivato 45 minuti dopo la chiamata da un paese distante più di trenta km, senza medici e con soccorritori seriamente inadatti al compito, e ha proseguito poi per il PS di Avellino.
In città la struttura ospedaliera è di nuova concezione in una zona ben servita da diversi assi viari. Una folla distribuita lungo il perimetro di una costruzione bassa sosta alle intemperie nei pressi di un’angusta porticina. Parenti, amici, soccorritori, che anelano da giorni a notizie dei loro congiunti depositati chissà da quanto nel triage. Il nostro turno di ingresso ha avuto un’incredibile preferenza: le medicine da somministrare ai pazienti sono assurdamente in carico dei familiari; perciò, non il mero elenco dei farmaci, ma il reale sacchetto dei medicinali ha funto da passi per ciascuno di noi davanti alla porta sorvegliata da un manipolo di guardie. Mia zia, dopo aver atteso ore sulla barella del 118, è stata finalmente collocata su un letto a rotelle in uno dei due cameroni dove i pazienti sono posti in cerchio. Quando sono riuscito a dare uno sguardo agli altri sfortunati mi sono accorto che sono tutti vecchi: dementi che si lamentano e si stracciano i cateteri e i pannoloni, ultraottantenni affetti da patologie apparentemente non traumatiche. Dove sono gli infortunî del lunedì nelle fabbriche? Dove gli incidenti domestici e agricoli? Dove il sangue e i gessi degli scontri automobilistici? Nulla. L’inferno che mi circonda è quello di un’età a cui la società civile del posto non trova altra collocazione.
E dove sono i medici? Gli infermieri non danno da mangiare, non puliscono gli ammalati (come già detto non somministrano farmaci), e non danno informazioni. In un altro camerone due dottori dietro due monitor controllano tutti i pazienti che, non posso giurare, ma hanno visto solo una volta all’ingresso. Qui mancano i medici, mancano gli infermieri (quei pochi appartengono al personale generico e delle pulizie), mancano gli amministrativi che sollevino i veri clinici dai compiti non sanitari. In compenso ci sentiamo protetti. O forse minacciati, dalle auto dei carabinieri che invece non si preoccupano dei questuanti di elemosine, e dell’assillo di malati neurologici che tormentano le attese dei parenti. E poi la puzza, il lezzo costante che esala dagli stanzoni della degenza.
Ha cominciato a piovere. I Parenti si sono assiepati sotto il muro del triage facendo circolare a bassa voce le loro idee sull’organizzazione ospedaliera, sulla democrazia. Beh, da quello che si sente qui i sanitari possono dormire tranquilli, nessuno li aggredirà. Se in altri distretti qualcuno perderà la testa basterà inasprire le pene. In Italia, in Europa, non si risolvono i problemi, si fanno le leggi penali.
Non c’è più posto per chi non ha soldi, adesso la priorità è la guerra!
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Ho vissuto lo stesso dramma con mia suocera, poveretta, ci siamo piegati all’assistenza privata e al pagamento di analisi, tac e visite private nelle medesime strutture pubbliche dove, pur con una frattura scomposta di una vertebra cervicale ci avrebbero fissato tac e visite a distanza di mesi.
Poi assistenza a casa, tra familiari e amici e naturalmente aiuti a pagamento, visto che per vivere tocca anche lavorare.
Mia suocera era molto anziana, miracolosamente con la consulenza di un professore di Milano (e non abitiamo a Milano) del Besta, che ha sconsigliato un intervento chirurgico contrariamente a quanto caldeggiato da altri, con una lunghissima immobilizzazione ha ricalcificato e parzialmente ricomposto la frattura. Mia suocera è mancata dopo due anni, rest in peace, ma senza assistenza e esborsi onerosissima non credo sarebbe durata nemmeno un mese.
La mia solidarietà, questo racconto mi ha commossa.
Se si frequentano gli ospedali ci si domanda se abbia ancora senso
blaterare di Civiltà Occidentale.
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I guasti della nostra sanità si sentono quando ci toccano da vicino…. se non ci toccano siamo solo capaci di bla,bla,bla,bla,
Ultime notizie o presa per il cubo:
A medicina non si farà più il test di accesso….ha.. non subito ma dopo sei mesi!
Pezzi di …
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Commento precedente in moderazione….bho!
Dicevo che qualche anno fa quando gli ospedali non si chiamavano Aziende(il che dimostra quale era l’indirizzo della sanità) si verificava che dotava un ospedale di una attrezzatura moderna ma mancava il personale idoneo a farla funzionare,oppure si presentava il caso contrario avere personale idoneo per mancanza dello strumento.
Tutta una politica per convogliare la sanità pubblica verso il privato
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Uno spaccato di realtà che purtroppo non riguarda solo le piccole province del meridione, ma in generale la sanità pubblica italiana. Ci sono passato anch’io, due anni e mezzo fa. Una delle cose più evidenti (ma è solo una delle tante) è la sproporzione tra pazienti e personale sanitario. Problema serio, trattato dai soliti qualunquisti italiani con frasi tipo: “adesso la priorità è la guerra” o “la Civiltà Occidentale…”.
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Io vivo in Lombardia e posso certificare che la situazione non è quella di Avellino. Però gli ospedali sono ingolfati e non si riesce a prenotare una visita specialistica se non con almeno un anno di anticipo. Purtroppo io mi sono rassegnato e uso sempre più spesso prestazioni a pagamento in mancanza delle quali vanificherebbero anche le poche visite specialistiche prenotate nelle strutture pubbliche.
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