L’incontro tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca è davvero un tornante della Storia

L’America non c’è più

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Saranno contenti, adesso, i volonterosi carnefici della Rivoluzione Trumputiniana. Gli atlantisti a comando che in questa Europa smarrita continuano a esaltare l’approccio transactional del tycoon che abbaia ma non morde, minaccia ma negozia. I sovranisti d’accatto che nell’Italia disunita continuano a ripetere che il messia newyorchese inviato da dio per salvare l’umanità merita il Nobel. Ora lo sa tutto il mondo, cos’è la pax amerikana secondo lo sceriffo di Washington. L’abbiamo visto in diretta tv, nello studio ovale trasformato in un truce saloon, come The Donald tratta i governi che non si piegano alla sua dottrina imperiale. Soprattutto, abbiamo visto come intende far finire la guerra in Ucraina. Non c’è nessuna «pace giusta», solo una pace terrificante.

Non c’è alcun compromesso con l’aggressore, solo la capitolazione dell’aggredito. L’incontro tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca è davvero un tornante della Storia. Segna un prima e un dopo, non solo nell’epilogo del conflitto di questi tre anni, ma nei futuri equilibri geo-strategici globali. Era evidente a tutti che la trattativa non era facile, e il preambolo sullo sfruttamento delle terre rare ucraine preteso dagli Usa era solo una parte del problema. E tuttavia — anche per chi non ha mai creduto alla farlocca leggenda del santo negoziatore — era difficile immaginare che il Commander in Chief potesse offendere e umiliare in questo modo il Capo di uno Stato invaso, bombardato e martoriato per quasi mille giorni dall’esercito russo. Che potesse rottamare in mezzo pomeriggio qualche decennio di politica estera statunitense, gendarme del mondo e garante dei valori occidentali. Che potesse gettare al macero quella certa idea dell’America “nazione indispensabile”, la più grande democrazia del globo, la frontiera delle libertà e dei diritti, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi scheletri nell’armadio: un soft-power che era già compromesso, ma che ora è perduto per sempre.

Le accuse lanciate a Zelensky nei giorni scorsi — il “comico mediocre”, il “dittatore fallito e senza consenso”, il “mendicante che viene qui col cappello in mano” — sono carezze rispetto agli ultimi insulti. Urlargli in faccia “devi essere riconoscente con noi”, “o fai un accordo o noi ci tiriamo fuori, te la dovrai vedere da solo e non credo sarà una bella cosa”: questo è un vile ricatto, simile a quello che un Impero ottocentesco imporrebbe a una sua lontana “provincia”. Vomitargli addosso “hai sulla coscienza milioni di morti”, “stai giocando con la Terza Guerra Mondiale”: questo è un miserabile oltraggio, rivolto al leader di un popolo che sta pagando col sangue di centinaia di migliaia di vittime la sua strenua resistenza alla folle ferocia post-sovietica. E proprio di quella eroica resistenza ha dato prova lo stesso Zelensky, tenendo testa alle ingiurie di Trump, ribattendo colpo su colpo ai suoi deliri e ai suoi dileggi. Persino questo, si è concesso il padrone di casa e del mondo: con quello “stavolta si è vestito bene” — rivolto al suo “ospite” che non indossava la mimetica d’ordinanza — lo sceriffo di Washington ha toccato un fondo che non credevamo possibile.

Oportet ut scandala eveniant: adesso tutto è finalmente chiaro. È chiaro, come hanno scritto Bret Stephens e Masha Gessen sul New York Times, cosa significa “accordo” per questi architetti del caos: non la mediazione, ma la capitolazione del contraente più debole. È chiaro cos’è per loro l’Ucraina: un’opportunità storica per riscrivere, intorno al “clangore delle catene del Caucaso”, il nuovo ordine mondiale che interessa alla Casa Bianca e al Cremlino. È chiaro tutto l’orrore che ne discende, in questa Yalta-Bis ispirata al ritorno delle sfere d’influenza (come teorizza l’ideologo putiniano Alexander Dugin), basata sulla logica degli Stati predatori e fondata sull’idea della “conquista coercitiva”: lo svuotamento dell’Ucraina ridotta a bottino geografico per la Russia e a serbatoio energetico per l’America, il vilipendio della Ue lasciata ai margini da tutti i tavoli, l’oltraggio a Gaza svilita a Gomorra yankee a cinque stelle. Poi un modello di relazioni internazionali che, in nome dei Maga e dei Mega, fa strame di un sistema multilaterale edificato tra le rovine dei due conflitti del Novecento: l’Onu trasfigurata a teatro di spettri, la Nato svillaneggiata a congrega di saprofiti, la Corte Penale Internazionale denunciata, l’Oms delegittimata, e così il G7 e il G20, il Wto e il Nafta. E ancora, la battaglia dei dazi che faranno crollare gli scambi commerciali e il Pil mondiale del 7 per cento. Infine la macelleria costituzionale di Trump e l’ipnocrazia digitale di Musk, già collaudata con successo sul forgotten man autoctono e ora veicolata oltre Atlantico attraverso le destre sfasciste e neo-naziste. Tutte varianti dell’autocrazia zarista dell’Uomo del Cremlino, che partecipa a questa orgia del potere e inquina le urne elettorali con le armi ibride della cyber-war.

Adesso l’Ucraina sta sola sul cuor della Terra, trafitta da un raggio di sole. Per capire se sia subito sera bisogna interrogare l’Europa, o quel che ne resta. Tocca all’Unione decidere se restare al fianco di Zelensky. E a questo punto, davvero, “morire per Kiev”. Se esistesse, e avvertisse ancora quella che Ernst Junger chiamava “la forza di gravità del Continente”, l’Europa dovrebbe urlare al cielo il suo “no”. Un no a Trump e Putin che parte dall’Ucraina, ma va oltre l’Ucraina. Un no che dovrebbe levarsi dalle piazze, come propone Michele Serra, finalmente mobilitate per difendere la way of life europea da un virus interno all’Occidente che minaccia la democrazia, cioè la separazione e il bilanciamento dei poteri, i diritti e i doveri uguali per tutti, la libertà religiosa e la laicità dello Stato, la pari dignità e la pari legittimità per chi è al governo e per chi si oppone. Ma un no che dovrebbe levarsi anche dalle élite, come scrive Giuliano Ferrara, cioè dai capi di Stato e di governo di un’Europa incapace non di parlare con una voce sola, ma di parlare tout court. L’establishment comunitario piagnucola vanamente sull’Occidente perduto, e nel frattempo si logora in un balletto indecoroso di viaggi alla corte del Caudillo Globale. Da Macron a Starmer: tutti cacciatori di photo-opportunity e comunicato congiunto, ma purtroppo portatori di nulla. Giusto qualche fuga in avanti su improbabili invii di truppe boots on the ground, o inutili aumenti di spese militari previa apposita golden rule. Nulla a che vedere con la nascita di una vera “difesa europea”, incardinata invece sull’armonizzazione dei sistemi d’arma e sulla condivisione del debito necessario a finanziarla.

Qual è il nostro destino? Accettiamo di finire schiacciati tra oligarchie e autocrazie? Preferiamo essere “oggetto” della grande spartizione globale, cedendo sovranità e dignità, o vogliamo diventare “soggetto” di politica internazionale, riaffermando i valori della nostra civiltà? Scegliamo di essere ancora “protagonisti”, rivendicando Storia e memoria, o chiediamo solo di restare “protetti”, cullandoci nel solito vassallaggio felice all’ombra degli Imperi risorti? Non ci sono risposte, solo proclami confusi. Peggio di questa angosciosa cacofonia europea c’è solo la vergognosa afonia dell’Italia. Meloni tace da giorni, non pronuncia più neanche il nome di Zelensky, non ha il coraggio di dire la parola “Russia” quando denuncia l’attacco all’Ucraina, non dà un solo giudizio sulle follie trumputiniane che sconvolgono il mondo. Dopo il penoso show nello Studio Ovale, fa il minimo sindacale e chiede un vertice immediato tra Usa, Ue alleati. Ma il tempo della doppiezza, della furbizia e dell’ambiguità è durato anche troppo. E comunque è scaduto. Donald ha gettato la maschera. Adesso tocca a Giorgia. Vedrete quanto si somigliano.