(Massimo Gramellini – corriere.it) – Scrive un lettore a proposito della morte di Luigina Brustolin dopo 33 anni di coma: «Le sembra eticamente corretto averla tenuta in vita così a lungo? Non esistono ergastolani con una detenzione di tale durata, senza neanche un permesso premio». 

Si tratta di una mail privata, dunque il tono è rispettoso e problematico, com’è giusto che sia su una questione riguardo alla quale è difficile nutrire certezze, specie in assenza di indicazioni esplicite da parte della persona coinvolta. Luigina aveva 27 anni quando ebbe l’incidente stradale che costò la vita a sua figlia. Era una giovane donna che non si era ancora confrontata con pensieri di morte. «E noi che cosa avremmo dovuto fare? Ucciderla? Ogni tanto apriva gli occhi e ci guardava, anche se non sappiamo cosa vedesse. Certe situazioni bisogna provarle sulla propria pelle», dicono i suoi familiari, costretti a esporsi perché sui social le persone sono meno gentili e problematiche del mio corrispondente di mail. 

Lì non esistono le sfumature della vita vera. 

I social sono a conoscenza di misteri su cui scienziati e filosofi si arrovellano da millenni. Che cosa prova chi sta in coma o è colpito da demenza senile? E che cosa prova chi lo assiste, dilaniato tra il desiderio di porre fine allo strazio e il disagio nell’ergersi a dio di qualcun altro? I social ne sanno più di qualsiasi dio. I social sono il nuovo Dio «che affanna e che consola». Poi mettono i cuoricini alla canzone sanremese di Cristicchi sulla madre malata di Alzheimer.